martedì 26 marzo 2013

Play

Non ci sono dubbi a riguardo: Play (2011) è il miglior Ruben Östlund visto finora.
Abbandonata la coralità e la conseguente frammentarietà che costituivano Involuntary (2008), il regista nato a Styrsö, isoletta al largo della costa occidentale della Svezia, mette in piedi un film dalle radici solide (il bullismo giovanile come punto di partenza) che si sviluppano in convincenti ramificazioni, ulteriori tasselli sociali, politici, morali, che elevano l’opera stessa, la sfaccettano con cattiveria, sarcasmo, attualità (Östlund ha preso spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto), con realismo, perché lo svedese, ormai virtuoso della camera fissa, prosegue il suo percorso di distaccamento, visione grottesca, testimonianza esterna, insomma ciò che più sembra calzare il suo stile, uno stile non esattamente seminale ma che negli anni ha efficacemente personalizzato.

Sono tanti gli spunti di riflessione che la pellicola proposta a Cannes offre, i temi si presentano urgenti finanche scomodi: c’è il leit-motiv della prepotenza sui più deboli che si ripercuote costantemente durante la proiezione attraverso avvenimenti che lasciano persistentemente l’amaro in bocca; va notato che i cinque teppistelli a fronte di un’indolente sfacciataggine subiscono a loro volta l’aggressione di alcuni poco di buono, certo ciò accade per colpe tutte riconducibili al comportamento che tengono, ma si intende di come il quadro urbano in cui vivono è fatto di quelle cose, o si raggira l’altro o se ne subisce la reazione. Poi c’è ovviamente l’aspetto dell’integrazione messo splendidamente in evidenza grazie alla contrapposizione, soprattutto estetica, morfologica, tra i bambini autoctoni e quelli di origine extracomunitaria, solo che l’impatto visivo colpisce: il mini-plotone di bulli è una macchia nera indistinta che colpisce senza patire alcunché, mentre le “vittime”, così innocenti e spaesate, si pongono agli antipodi, ciò è chiaramente dovuto all’estrazione sociale delle due fazioni, e questo è un sotto-argomento della tematica integrazione: Play evidenzia l’impossibilità, non solo di un paese, ma forse di anche di un continente (pensiamo alle Banlieue), di far convivere a stretto contatto ceti non equipollenti all’interno di una comunità, ed anche quando sembra che il divario possa essere ridotto (Sebastian e l’altro ragazzetto che si staccano dal gruppo) la legge del branco impone di non mischiarsi con gli agnellini.

Östlund, aldilà di questi macro-concetti, non disdegna sortite (strariuscite) nel campo dell’ironia più aspra, insistendo su malintesi e incomprensioni di cui solo lo spettatore può conoscere la vera verità, sicché i colpi maggiormente subdoli sono quelli dove l’apparenza dei fatti mette i protagonisti dalla parte del torto, e allora sentire il rimbrotto da parte dei controllori sulla metro con annessa multa salata o vedere la cittadina che fa giustamente il suo dovere dopo aver osservato un adulto strattonare un ragazzetto la metà di lui, sono tutte guarnizioni che anneriscono una scena di per sé già problematica e che rendono Play cinema capace di coniugare efficacemente tre qualità distinte: quella che lo rende un film politico perché ciò che si vede è un episodio senza geografia: è… comunitario, quella che lo imbeve di satira e Östlund ci sguazza nel dardeggiare istanze e processi della contemporaneità, quella che ne fa un modello autoriale perché Play è tessuto da una coerenza registica con una sua etica precisa: la società sullo schermo non possiede valide regole (educative, soprattutto, e Involuntary ce lo sbatteva in faccia) in grado di permettere il vivere civile tra i singoli individui, così il cinema di Östlund, disciplinato da un sistema normativo intransigente, arriva a creare una forte asincronia: lui così misurato, e il mondo ripreso così s-regolato.

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