sabato 3 novembre 2012

4 mesi, 3 settimane, 2 giorni

Ad essere pignoli in 4 luni, 3 saptamâni si 2 zile (2007) c’è a monte un problemino che nella globalità di sguardo ha un peso non proprio irrilevante poiché è il substrato di tutto ciò che Mungiu ci mostra; la questione che per chi scrive non è stata trattata a dovere è presa in considerazione anche dalla tagline (ed è un bel segnale di come sia un argomento centrale) che dice all’incirca: “fino a dove potresti arrivare per un amico?”, ben appunto, l’amicizia: non è che quando sullo schermo ci sono due amiche come Otilia e Gabita si avverta la necessità di vedere minuziosamente il loro passato per capire il come e il perché è nato un rapporto così saldo, ma quando però gli eventi di cui sono entrambe protagoniste si palesano così tragici e distruttivi, e quando la risposta a tali accadimenti è forte come quella di Otilia che compie quello che è senza ombra di dubbio un sacrificio estremo, una violazione consenziente del proprio essere, allora risulta vitale, almeno secondo la veduta del sottoscritto, fornire un movente credibile che ne legittimi il comportamento, ed è chiaro che il movente sarebbe l’amicizia tra le compagne di stanza, tuttavia in un quadro così realistico come del resto è la sostanza di questo nuovo cinema rumeno, paradossalmente ciò che emerge maggiormente è proprio l’artificiosità del legame che stringe Otilia e Gabita il quale essendo privo di presupposti convincenti inficia la condotta  della bionda interprete, perché un conto è aiutare, sia economicamente che moralmente l’amica in difficoltà, un altro conto è immolarsi per il suo bene, umiliarsi, rischiare la prigione e la vita senza che prima sia stato esposto con la dovuta cura quanto fosse granitico l’affetto reciproco.

A non essere pignoli il film vincitore della Palma d’Oro dispiega le sue intenzioni con la stessa freddezza di un anatomopatologo chinato sul tavolo autoptico. Il j’accuse di Mungiu è quello di un uomo, di un cittadino rumeno, che rimette a distanza di anni (la storia è ambientata poco prima della morte di Ceauşescu) il bolo politico ovviamente mai digerito, sicché la storia dell’aborto squaderna tutta una serie di piccoli e concatenati inferni riconducibili all’egemonia autoritaria che mai verrà nominata o presa in considerazione e che ciò nonostante sembra sempre lì in agguato come se l’occhio panottico del regime assumesse per Otilia di volta in volta forme diverse: i controllori sull’autobus, la presenza dei militari nell’hotel del misfatto, i cani che sbucano dall’oscurità in quella che probabilmente è la migliore scena del film nonché il manifesto programmatico di un movimento artistico, insomma i segnali di un sistema invisibile ma opprimente sono crudeli e tangibili e si riversano sulle persone che maneggiano un potere, piccolo o grande non ha importanza: lo si intende sia negli atteggiamenti scontrosi delle receptionist sia in quelli del signor Bebe che da figura salvifica si tramuta nel giro di poche battute in un infimo ricattatore che accetta di correre rischi altissimi (tipo l’accusa d’omicidio) per una banale, frettolosa, triste scopata. Proprio la lunga scena con il “dottore” dentro la stanza d’albergo acquista ancora più valore se rapportata alla scena successiva che ne segna, tramite un acceso contrasto, la sua prosecuzione: qui una tavola di commensali veri dottori che disquisisce su futilità varie (emergenza doppiaggio: plausibile che in questo pingpong vocale l’italiano abbia appiattito di brutto i dialoghi originali) riallaccia la tensione appena vis(su)ta, parla indirettamente allo spettatore dicendogli di una fastidiosa supponenza della classe abbiente, colora di nero la discrepanza tra l’immagine dell’aborto appena avvenuto e la festa di compleanno della mamma con annessa riunione parentale, aliena completamente Otilia che posta capotavola da Mungiu si trova in realtà ancora nell’alloggio.

C’è potenza nel girato di Mungiu, rabbia generata da un precipitato storico che non smette mai di bussare alla coscienza di chi c’era in quel preciso periodo, in più, come era prevedibile, il tema dell’aborto volontario tira a sé gli eterni ed etici interrogativi riguardanti la gravidanza interrotta intenzionalmente, resta però aperto ed irrisolto il nesso tra le due donne che purtroppo frena il popò di potenziale costruitogli attorno.

7 commenti:

  1. Non perfetto in toto, ma trovo sia uno degli esempi più potenti di "patologia" del Cinema - come giustamente sottolinei anche tu - del passato recente.

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  2. ricordo che mi piacque molto..

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  3. Nulla da dire sulla potenza del film e su come è girato, per me (e lo sottolineo: per me) la questione "amicizia" non è stata resa in modo da farmici credere senza esitazioni. Magari è solo una mia errata impressione.

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  4. è l'unico film di Mungiu che conosco tra quelli di cui hai già parlato e mi ha meravigliato con la sua potenza espressiva!

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  5. ... adesso tutti a vedere Oltre le colline!

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  6. Ottimo film anche per me. Non ho avvertito alcuna mancanza o forzatura sul rapporto tra le due. Realismo che segue la legge fisica secondo cui se una cosa è possibile, immaginabile, su larga scala diventa probabile?

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  7. Non sono mai stato granché in fisica, per cui persevero nella mia opinione. :)
    Intanto ho visto Oltre le colline e direi che il mio giudizio segue quello di 4 settimane, ecc: molti pregi, ancora delle imperfezioni.

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