venerdì 3 febbraio 2012

In Vanda's Room

Tre ore di film non sono mai facili. Mai. Sia che la carta d’identità del regista riporti Lynch David alle voci cognome e nome, sia che le suddette generalità indichino tal Costa Pedro, alias: un (quasi) perfetto sconosciuto. Quasi, perché il portoghese nella sua carriera è stato ospitato dai Festival più importanti del mondo dove si è anche guadagnato dei riconoscimenti non da poco.
Leggendo alcune biografie in rete si evince che il suo stile ascetico (cit. Wikipedia) è stato apprezzato molto dalla critica che lo considera uno dei registi europei più innovativi degli ultimi anni.
In questa sede, almeno per ora, non si può né confermare né smentire tale affermazione, di certo il primo impatto con lui è stato potente, tanto da poter affermare che No Quarto da Vanda (2000) è un film che, per quanto possa valere la mia cultura cinefila, non riesco a paragonare a niente.

Si diceva della durata, quei monumentali 170 minuti calcificati all’interno del quartiere degradato di Bairro das Fontainhas, Lisbona, capolinea per immigrati e cimitero vivente di relitti umani tra cui si iscrive a pieno titolo la protagonista Vanda, già immortalata dal regista nel precedente Ossos (1997), la cui principale attività è quella di fumare crack insieme alla sorella nella propria tetra stanza. Praticamente, per tutta la durata della pellicola non vedremo altro che dialoghi biascicati, sofferti ed urlati tra Vanda e gli ospiti della sua camera; a questi quadretti di totale disincanto si alternano le incursioni silenziose nelle altre baracche dove cambiano gli interpreti e magari anche gli argomenti ma non il tono di abbandono e rassegnazione che queste ombre sputano fuori tra una dose di eroina e l’altra.
Il fatto è che le persone riprese da Costa non sono attori nella vita vera, perché la loro vita è proprio la merda che qui viene raccontata. Quindi abbiamo a che fare con dei non professionisti, e tale aspetto dona già una certa quantità di realtà, ma il vero affondo sul piano del realismo è dato dalla tecnica adottata che non solo conferisce un’atmosfera lontana dalla fiction, ma che distingue l’opera dal resto del panorama cinematografico contemporaneo.

In realtà un vago accostamento lo si potrebbe fare con il Sharunas Bartas degli esordi (vedere Three Days, 1992) che condivide con Pedro Costa almeno due punti: la pressoché anarchia sceneggiaturiale, infatti non abbiamo sul piatto una vera e propria storia ma soltanto bocconi di portate disumanamente simili, e la tendenza ad ingabbiare l’obiettivo all’interno degli “edifici” (leggi catapecchie) che rispecchiano puntualmente l’essenza dei ruderi in carne e ossa fotografati.
Costa però si dimostra inflessibile nello stile e non capiterà mai che la sua telecamera digitale (pare che si sia recato da solo in questo posto di frontiera) compia il benché minimo movimento; se si esclude qualche restringimento di campo montato successivamente, In Vanda's Room è totalmente pervaso da un immobilismo registico che inanella quadri di buia miseria.
Mai come in questo caso è giusto parlare di un cinema che diventa testimone silenzioso, l’occhio dell’autore (praticamente: il nostro) certifica quello che non è il fluire dell’esistenza, bensì la compattezza limacciosa delle vite stagnanti.

La stasi filmica è dunque il canale più adeguato per trasmettere la fissità di Vanda e soci, una staticità che si ricollega al binomio luogo-persona laddove i palazzi in progressiva distruzione sono la perfetta traslazione di esseri umani ad un passo dal crollo, uomini e donne che hanno abbandonato qualsiasi tipo di speranza a cui non resta che soffocare tra i singulti di una tosse catarrosa.

Gravissimo, terminale, sigillato, questo è cinema funereo a cui si accompagnano tedio e pessimismo.
Cinemacigno esperienziale, voto: (1)0.

10 commenti:

  1. bravissimo, una splendida analisi!! Mi preparo attentissimo per la visione di questa pellicola, che mi sembra parecchio ipnotizzante. Grazie anche per avermi fatto conoscere Three Days, quel tuo pezzo me lo ero perso.

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  2. Se lo guardi waYne avrai tutta la mia stima perché di fronte a questo film la maggior parte delle persone scapperebbe a gambe levate (e probabilmente con ragione). Ma a me che piace cercare esmplari di cinema che sfuggono alle banali prassi visive e narrative in questa cupa maratona mi ci sono beatamente crogiolato.
    Magari se vuoi farti la bocca con Costa guarda prima Ossos, decisamente più accessibile ma non meno lugubre di Vanda's Room.

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  3. Capitanowillard3 febbraio 2012 16:28

    Ecco come accade.
    Una delle cose belle di internet..stai cercando qualcosa, vedi qualche sito che ne parla, poi, per caso ti imbatti in una cosa della quale ti senti subito partecipe: nella quale è come essere a casa.
    Questo è quello che ho provato io entrando nel tuo blog, casualmente, mentre cercavo qualcosa su Bela Tarr.
    Per chi può, c'è la rassegna di tutta la sua opera alla cineteca di bologna, in febbraio.
    Per te, invece, un grazie: è raro che le pagine su uno schermo riescano a trasmettere questa sensazione.
    Ti sono debitore.
    FF

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  4. Grazie infinite a te Capitano, sono parole come le tue la vera ricompensa di chi scrive quotidianamente, con fatica ma anche con tanta passione, su un blog. Se poi il tuo arrivo qui è legato a Tarr non puoi che essere il benvenuto, e fai bene a riportare la notizia di Bologna, sul serio: chi può, ci vada. Non so quante altre occasioni del genere possano capitare nella vita.

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  5. Il tuo consiglio si è rilevato più prezioso del previsto Eraserhead! Ossos mi è piaciuto molto! Adoro il cinema minimalista, dove il regista non si sente in obbligo di arrivare a compromessi con lo spettatore per far risultare più visibile il suo lavoro, dove a far da protagonista sono i silenzi carichi di poesia e di riflessioni, dove le vicende vengono trattate nella più totale semplicità per permettere di catturare una realtà che normalmente sfugge alla soggettività umana. Kim Ki-duk, Tsai Ming-Liang, Hou Hsiao-hsien, Antonioni sono alcuni nomi che mi vengono in mente al momento. Ultimamente sto vedendo i lavori di Skolimowski e di Béla Tarr e, ovviamente, Pedro Costa :)

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    1. Guarda l'altra sera mi sono visto Fuori orario su Rai 5 e Ghezzi parlando di Tarr ha detto una cosa straordinariamente vera, che le cose, le persone e i fatti che il magiaro riprende e racconta è come se da sempre aspettassero qualcuno che fosse capace di riprenderle e raccontarle. Credo che il parallelo si possa fare anche con Costa (forse un po' meno con gli orientali che citi, ma magari è solo una mia impressione), di certo sono esempi dove il registro asciutto nasconde fiumi in piena sempre prossimi all'esondazione.
      Oh, e fammi sapere di Tarr poi. E', semplicemente, il mio regista del cuore (e anche del cervello, stomaco, polmoni e tutti gli altri organi del mio corpo).

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    2. Forte la tua ultima frase :D
      Ti confesso che è un po' che vorrei iniziare a vedere i capolavori di Tarr, ma continuo a rimandare perchè non mi sento pronto di apprezzarli. Per metterla in altre parole non vorrei che la mia scarsa conoscenza rovinasse il primo impatto con l'opera artistica. Quando si parla di grandi nomi a volte ho questo blocco. Comunque è solo questione di tempo, ora ho i suoi film sull'HDD che aspettano di essere visti. Contaci, ti farò sapere quale è stata la mia impressione :)

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    3. Ti capisco perché anche io ho dei timori reverenziali verso i grandi cineasti, c'è ad esempio Tarkovskij che mi fa ciao con la manina da molto tempo e io faccio sempre finta di non vederlo. Però, se ti può consolare, credo che per la grandezza di certi autori non si è mai preparati, nemmeno fra 10 o 20, quindi mettiamoci piccoli piccoli di fronte allo schermo e... guardiamo. :)

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  6. anche "Three Days" è stato stupendo! grazie per avermi condotto nel mondo di Sharunas Bartas, in cui (citando le parole del tuo post) non ne uscirò tanto facilmente.

    sono stato talmente preso dalla risposta che mi sono dimenticato di farti sapere di "In Vanda's Room" :D Non conoscendo bene l'inglese aspetterò che escano i sub in ita, o magari se qualcuno mi da una mano potrei tradurre la meta' dei dialoghi (sono più di 1000 righe).

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    1. Bartas è uno a cui val la pena dare uno sguardo. Il mio entusiasmo è leggermente scemato con le opere successive alla prima perché lo trovavo un po' troppo criptico e ripetitivo (ma forse ero io a non essere abbastanza preparato). Però con i suoi due ultimi film Freedom e Seven Invisible Men si è risollevato nel mio indice di gradimento. Sono 2 film di grande cinema.

      Non ti preoccupare per Vanda, può aspettare lì nella sua stanza soffocata nei fumi del crack. Piuttosto ieri sera ho visto l'antecedente Casa de Lava. Particolare, un po' uguale un po' diverso, però non proprio riuscitissimo.

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