mercoledì 23 giugno 2010

Una lettera

Piccolo e superfluo omaggio ad un racconto di poche pagine che contiene verità infinite.

Ti scrivo questa lettera strana; la ricamo su un foglio che viene dopo tanti, ora appallottolati nel cestino ai miei piedi. Non voglio dirti niente che non sai già perché la distanza tra le dita e il cuore si annullava completamente attraverso i miei occhi che, lo sai, ti guardavano sempre. Ma tu – ma tu – ora che ci penso, hai preferito leggere altre cose che l’alfabeto dello sguardo, e non hai saputo, come non saprai mai, che insieme abbiamo fatto centinaia di viaggi. E questo sì, voglio dirtelo.
Ti ho portata in un pomeriggio di novembre per le vie della città, nel crepuscolo che meraviglioso riscaldava la sera fredda e noi guardavamo le persone che non avevano visi, distratte, uscire dagli uffici, figure inutili ci passavano affianco tormentate da quelle inquietudini che non ci interessavano, troppo leggeri scivolavamo sotto le insegne illuminate, brillanti aureole che segnavano il nostro cammino; restavamo in silenzio, o forse parlavamo di cose stupide ma tanto divertenti. E poi emersi ormai a sera sulle banchine del porto, fermarci. E lì non dire niente ma fissare la tavola tremolante del mare, nera e confortante distesa di silenzio, e allora senza vergogna o timore o paura ci dicevamo qualcosa che poi mesi, o magari anni dopo, avremmo ricordato con affetto, complici di un segreto solo nostro e dei gabbiani che quella sera al porto se ne stavano appollaiati sornioni sulle ringhiere, e di sottecchi ci guardavano, forse un po’ invidiosi.
Poi sei stata a casa mia. Seduta sul letto con affianco il mio gatto che steso lì vicino moriva di carezze, e quasi si addormentava alla cantilena delle tue parole che riempivano vuoti indefiniti nella stanza, ed io ascoltavo. Mi parlavi di te, di genitori e fratelli che poi avrei incontrato un giorno, magari; dicevi poco eppure mi bastava, ogni tanto ridacchiavi lisciandoti i capelli, accarezzando sempre il gatto che piano piano si accoccolava alla tua esile coscia, e la pace mi sembrava infinita, eterna, che sconfinava oltre le mura della camera per armonizzare il mondo.
Ma tu – oh tu – non sei mai venuta una sera di novembre sulla banchina del porto, eri sempre stanca dopo il lavoro, e lì non c’erano negozi da vedere, né aperitivi da prendere. C’erano solo i gabbiani, ma a te non importava. E la tua allergia ai gatti, “bestiacce” avresti detto scacciandolo dal tuo fianco; ma io, un gatto, non l’ho mai avuto.
Siamo stati anche su una nave, per andare in qualche luogo, siamo stati sette notti e sette giorni in una cabina che a malapena poteva ospitarci, appiccicati alla brandina fino a consumarci la pelle, lacerarci le labbra, solcare le nostre spalle abbracciandoci. Sospinti dal mare con il suo gigantesco respiro, con le onde che ti facevano stare male, la puzza di vomito che quasi era profumo, il tuo viso pallido sepolto nelle coperte, i tuoi baci secchi, il desiderio fortissimo di riposare vicini, respiro con respiro, e poi alzarmi piano, rallentando ogni movimento per non svegliarti, e salire sul ponte per cambiare aria ai polmoni, ma dopo un’occhiata alla poppa e un’altra alla prua ritornare giù svelto per paura che riaprendo la porta tu fossi sparita. Invece c’eri, e mi aspettavi.
Ma tu – sì tu – non sai cosa sia un viaggio in nave, non conosci la pazienza dell’acqua e nemmeno il vento tremendo che tira all’alba. Non l’hai mai vista l’alba sull’orizzonte, è qualcosa che riconcilia con la vita, ma a te non piacerebbe, o forse sì ma non lo diresti mai, o forse no perché tu non hai nessun debito con il tuo vivere, mentre io alla mia esistenza sottraggo più di quanto ce ne sia bisogno. Io l’ho vista quell’alba, ma ero da solo.
Una volta mi hai accompagnato a vedere una partita a casa di miei amici. Te l’avevo chiesto per piacere, non per qualcosa ma per stare insieme. Non ti importava assolutamente niente di 22 imbecilli che rincorrevano un pallone su un prato verde, e quasi guardavi con disprezzo gli altri imbecilli che stavano aldiquà dello schermo, che urlavano bestemmiavano imprecavano per chissacché. Non te ne accorgevi, ma io ti stavo vedendo, e seduta su quella poltrona con le gambe accavallate, la testa piegata di lato sullo schienale gonfio, i capelli sciolti che ricadevano sulle spalle, un bicchiere di coca cola a metà da circa un’ora, gli occhi – oh, radiosa miniera di cristalli azzurri – che vedevano i pensieri che pensavi e non una stupida partita, eri bellissima. La creatura più bella che in quell’istante calpestasse il pianeta, e quando ti alzasti per andare in bagno, con una scusa ti seguii lasciando da parte gol e rigori, ti presi i polsi sulla porta, e te lo dissi; che eri tutto per me, ogni infinitesima cosa, il mio cellulare il mio dentifricio i miei jeans la mia macchina, tutto. E dall’antro di cielo e mare che viveva nelle tue iridi iniziarono a scorrere lacrime che andarono a morire sulle mie spalle.
Ma io – già io – non mi alzai da quella poltrona, piuttosto vidi te – già te – andare e tornare dal bagno con una faccia annoiata a morte. Avrei voluto, eccome se avrei voluto, ma tu ti saresti messa a ridere, perché beh, perché certe parole funzionano solo nei film o nei racconti, dove la paura di giocare a carte scoperte è sempre assicurata da un lieto fine accompagnato da note melodiose. Mentre quel pomeriggio a veder la partita, l’unico suono che riempì la nostra distanza fu il reiterato fischio di un arbitro troppo severo.
Quanti viaggi senza mete o partenze abbiamo fatto, hai visto le cose che mi piacciono, ma a te – sempre te – non interessano. Vorrei che tu facessi ancora un ultimo viaggio, o forse il primo, destinazione me, anche se non so chi sei, se la mia vicina o la mia collega, se la mia vecchia amica o la mia compagna delle medie. Vorrei rivederti ancora, perché in realtà so chi sei, lo so bene, sei te ancora te, a non ricordare chi sono io, a non sapere come vivo, chi sono diventato. Adesso sorriderai ad un altro uomo come facevi un tempo con me, e avrai già dimenticato le nostre promesse mai mantenute finite nell’addio di un treno.
Ma io penso ancora a te, e quando tornerai ti darò questa lettera, senza aggiungere altro.

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