venerdì 13 marzo 2020

Our Time

È il “nostro tempo” perché è davvero il nostro, sì, il mio ed il tuo, un tempo dove le relazioni, così come la sessualità, sono fluide, a volte esondano, a volte rinculano, spesso stagnano, e quando ri-stagnano si cerca ossigeno altrove, in altri corpi, e quindi in altri profumi, aliti, puzze, in nuovi sguardi che, come quelli che scorge Juan, sono gli stessi ricevuti in passato da sua moglie la quale però, ora, li rivolge esattamente in quell’altrove appena citato, ed è proprio il tempo che viviamo quando il legame tra due persone è normato da devices elettronici che scandiscono un sentimento, che può essere di desiderio (la videochiamata), di gelosia (la ricerca di chiamate o sms da parte dell’altro) o di distensione (le mail, surrogato di un confronto diretto), e allora accade che una coppia equipaggiata per poter vivere la vita nel migliore dei modi circondata da una famiglia allargata all’interno di un ranch che regala orizzonti sconfinati, una coppia brillante con una solida carriera alle spalle e un futuro altrettanto in cassaforte, ecco, questo uomo, un poeta stimato e gentile, e questa donna, manager della fattoria con i pantaloni, non sono felici, non lo sono nemmeno sotto la cappa disfunzionale in cui si sono rifugiati. Al pari di Silent Light (2007) e, per brevi tratti anche di Post Tenebras Lux (2012), il matrimonio per Reygadas è sempre in crisi e Nuestro tiempo (2018) ne diventa quindi l’aggiornamento degli anni ’20 dove la condizione critica è una costante ormai ineliminabile.

Ma è anche il “nostro tempo” perché, a conti fatti, è proprio il loro, di Carlos, Natalia e dei figli, tutti insieme (si) riversano sullo schermo, definiscono il tempo esistenziale all’interno di un quadro casalingo che, finzione o meno, si cuce addosso ai ruoli che interpretano, ovvero se stessi, e l’essere ciò che si è, a prescindere di quale delle due dimensioni stiamo parlando, se quella fuori o dentro la diegesi, è un leitmotiv sottile che Reygadas utilizza con sapienza, che sia Carlos o che sia Juan, lui rimane il Regista, colui che non può fare a meno di vedere, è una pulsione irrefrenabile, praticamente un istinto che sovrasta anche ciò che sotto sotto gli spezza il cuore, lui deve avere la possibilità di gestire la scena (il posizionamento delle luci), di controllare gli attori (la lettera a Phil dove lo invita a seguire i suoi dettami; le disposizioni che dà ad Esther), eppure sembra che il suo impegno e la sua dedizione non siano sufficienti ad instradare le cose nella direzione voluta, questo perché nel film che sta facendo, che è intelligibile come il rapporto coniugale in sé, e quindi un film sull’amore (che si vorrebbe) imperituro, nel suo disegno complessivo, non tutti i componenti dell’orchestra suonano lo stesso spartito, che sia Natalia (di mestiere montatrice) o che sia Esther, emerge un contrasto, il progetto del regista collide con quello del collaboratore, l’idea che il marito ha del matrimonio stride con quella della moglie, è, come da prassi, un conflitto, che sia professionale o che sia sentimentale poco importa per Reygadas, Esther dirà con decisione in videochiamata che è “un processo suo” e Juan, pur tentando di comprendere, rimarrà comunque nella sua posizione di fragile deus ex machina che fino all’ultimo cercherà di riequilibrare la storia intima con un abbraccio negato, perché le persone, e gli affetti, cambiano, i nessi mutano, il tempo modifica le carte in tavola, non si può amare una persona sempre nello stesso modo e non si può fare sempre lo stesso film, per questo c’è un’inevitabile rottura, per questo, ad esempio, Our Time non è Japón (2002).

Ed è infine il “nostro tempo” perché è un tempo di immersione della durata di tre ore, un’apnea dove dei tori si scornano nella nebbia (è forse troppo banale considerare l’animale che nel finale precipita dal dirupo il nostro Juan che ha incassato un colpo fatale?), un eccesso che ingloba più del dovuto (la parte introduttiva nel fiume paludoso), eppure questo fare totalizzante, questa grondaia che raccoglie un nubifragio fatto di campi totali e sequenze che si autoimprimono nella mente (le riprese aeree della metropoli accompagnate dalla lettera/confessione di Esther; le immagini che arrivano direttamente dal motore della macchina), è bello che convogli (/che esploda) nel mondo privato di due esseri umani, nel casino indefinito in cui il loro amore li ha trascinati fino a logorarli.
E se qualcuno sapesse il nome della canzone che gli amici di Pablo intonano al suo capezzale, che lo dica per favore, è di un’intensità rara.

Nessun commento:

Posta un commento