sabato 29 ottobre 2011

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti

I fantasmi sono legati alle persone, sono legati alla vita.

Due ovvie premesse.

La prima.
Loong Boonmee raleuk chat (2010) non è un film, è un progetto.
O meglio, è parte di un progetto chiamato Primitive (info qui) che abbraccia al suo interno due cortometraggi e un’installazione.
Peculiarità del proposito sembra essere la forte contestualizzazione all’interno della geografia thailandese. La città di Nabua dove il tutto è ambientato, oltre ad essere luogo di confine un po’ come il cinema di Weerasethakul, è stata teatro di violenze feroci tra gli anni ’60 e ‘80 a causa della vicinanza col Laos al tempo sotto il regime comunista. Quindi, prima di pensare alla spiritualità che permea l’opera, un occhio va buttato anche sui significati socio-politici che il film a suo modo propone.

La seconda.
È la scoperta dell’acqua calda, ma vale la pena sottolineare nuovamente la distanza, il distacco, la lontananza che sussiste tra noi e questo cinema figlio di una cultura che non appartiene al mondo che conosciamo. Per questo motivo è possibile che ogni sforzo ermeneutico relativo al film sia sprecato perché l’oggetto da interpretare non trova nell’alfabeto occidentale giusta pronuncia, eppure allo stesso modo è possibile che tutte le interpretazioni siano valide trovando così nella polisemia la propria ineguagliabile cifra distintiva.

IL REGISTA CHE SI RICORDA I FILM PRECEDENTI

Ogni Autore che si rispetti ha nella sua filmografia una coerenza poetico/tematica/stilistica più o meno forte, non si sa perché ma ciò accade sovente con i registi orientali, e Weerasethakul conferma la tendenza.
Se Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti rappresenta, per ora, l’ultimo tassello del suo mosaico, cercando segni di riconoscimento interni all’opera ecco che se ne scovano in quantità.
Pur avendo, come vedremo, un legame con tutti gli altri film della sua carriera, il dialogo serrato lo si ha con Tropical Malady. E fin da subito, già dall’incipit, avviene un richiamo quasi iconografico al suddetto film, infatti in Sud pralad lo spirito di un bue si perdeva nella foresta per ricongiungersi all’indimenticabile immagine dell’albero illuminato, qui il prologo mostra un bue che si libera dal proprio laccio e sornione si mette a vagare nella foresta. Ma, ovviamente, c’è dell’altro. In una scena del film del 2004 ad un certo punto, in una conversazione fra il soldato ed il contadino (qua presente in qualità di nipote) quest’ultimo dice che c’era un suo zio in grado di ricordarsi le proprie vite precedenti, parimenti nel film del 2010, in un’altra conversazione che ha similare set, una specie di palafitta poggiata sul terreno, la cognata dice allo zio che suo padre soldato, molto tempo fa, venne mandato nella giungla per acciuffare dei fuggiaschi, ma non adempì al compito perché andò a cacciare gli animali del luogo con i quali, alla fine, imparò a comunicare, e questo è proprio ciò che accade in Tropical Malady.
Aldilà delle “coincidenze” che accomunano la pellicola vincitrice del Premio Giuria e quella della Palma d’Oro (ecco un altro punto di incontro… festivaliero), l’aspetto che le conduce sulla medesima traiettoria è quello di aver ridotto le distanze tra il ricordo e chi ricorda. La morte si materializza sullo schermo sottoforma di spirito cosicché la memoria diventa appendice del presente, i fantasmi si incarnano, i defunti rivivono, i vivi muoiono.

Poi ci sono ulteriori indizi che ricompongono il quadro weerasethakuliano.
Si può trovare nel contrasto fra giungla e città un marchio di fabbrica rintracciabile soprattutto in Blissfully Yours (2002), al quale si lega il discorso seppur accennato ma in qualche modo radicato della clandestinità, e che annovera inoltre, in tutti e due i film, la presenza della ragazzina Roong.
In aggiunta, il tono conviviale che incredibilmente permea buona parte della narrazione nonostante vivi e morti interagiscano sullo stesso piano (emotivo e dimensionale), trova essenza dicotomica nell’inquietante tragitto che porta la famiglia all’interno della caverna. Tale contrasto è similare al lungo piano sequenza di Syndromes and a Century (2006, e la cognata dello zio era presente anche qua) che imbruniva un racconto con punte di melò per gettare – letteralmente – lo sguardo in un buco nero (la fenditura di una grotta?).
Perfino l’episodio della principessa che si specchia nel lago trova un antenato nell’opera omnia dell’autore, e lo fa con The Adventure of Iron Pussy (2003), precipitato culturale thai che ripropone in forma celebrante un certo tipo di cinema seriale in voga negli anni passati.

Tutto molto interessante per chi come il sottoscritto ha avuto la fortuna, e magari anche il coraggio, di guardare i film di mr. Apichatpong dal primo all’ultimo, immagino però che per chi invece non ha avuto l’ardire di affrontare tale mole cinematografica, non tanto numerica bensì cerebrale, la descrizione di un tale sistema autoreferenziale potrà apparire superflua se non una vacua vanteria di chi l’ha scritta.
Per questo, è giunto il momento di inoltrarsi nei mistici sentieri di questo film etereo e terreno.

LO ZIO BOONMEE CHE SI RICORDA (E LIBERA) LE VITE PRECEDENTI

Fautore di un cinema reincarnante nonché unico nel suo genere, e quindi vicino ad una rivoluzione, almeno sul piano strutturale [1], Weerasethakul maneggia la storia di questo zio moribondo con la solita personalità. Seguendo la cronologia scenica, notiamo che sul mero piano dei fatti il protagonista non vedrà (e non racconterà) in maniera chiara e lampante eventi del passato, l’unica testimonianza che ci viene offerta è quella dentro la grotta su cui ci concentreremo tra poco.
Chi invece narra qualcosa che potrebbe riguardare Boonmee è, ovviamente, il regista che attraverso due frammenti del passato (il bue dell’inizio ed il pescegatto nel lago) insinua, o meglio, suggerisce a modo suo la possibilità che l’anima dello zio prima di sedimentarsi per il tempo a lui concesso nel corpo dell’uomo, sia trasmigrata in altri corpi, anche animali.
Scordatevi, dunque, un’esposizione solare di vite passate, di ricordi o quant’altro.

Anzi, ai tormenti del malato Boonmee, che tormenti non sono vista la dignità con cui lui e i famigliari accettano la morte, si legano suggestioni che Weerasethakul non lesina di certo, tanto che la cena iniziale potrebbe benissimo rappresentare il twist conclusivo di un qualunque altro film con mogli decedute che si materializzano e figli tramutati in scimmie dagli occhi rossi.
Tale segmento merita attenzione perché sul piano teorico l’allarme rosso della ridicolaggine potrebbe lampeggiare sonoramente, invece il regista riesce ad eliminare ogni sospetto di farsa donando naturalezza a questo assurdo incontro intra-dimensionale, ed anche lo scimmione, retaggio, forse, della sua formazione fatta anche di cinema bis – “quelle scimmie di cui ci raccontavano quando eravamo bambini” –, pur essendo il mostro tipo di, appunto, un b-movie, è circondato da un’aura soprannaturale, pregna di quella sacralità che il buddismo ha nei confronti degli animali.

A questo punto è inevitabile soffermarsi sulla sequenza della grotta.
Anticipata da una lunga camminata in mezzo alla natura impervia che istituisce una tensione palpabile (il respiro affannato dello zio), all’interno della caverna, che oltre a sembrare un tempio con quelle artistiche stalagmiti viene definita dallo stesso Boonmee come un utero, un luogo in cui tempo fa era nato anche se sotto spoglie non umane, è qui che la testimonianza di una vita precedente prende forma con l’inquadratura di alcuni pesciolini dentro ad una pozza d’acqua [2] la quale unita alle parole del protagonista fa pensare di come la sequenza del pescegatto sia solo apparentemente slegata alla storia.
Ma superando queste congetture, è meglio porre l’occhio di bue sul discorso che lo zio fa prima di morire. Sognando il futuro dice che un’autorità sarà capace di far sparire le persone attraverso un fascio di luce che ne proietta il passato su uno schermo [3]. In nome di quella polisemia sopraccitata nulla ci vieta a pensare che questa autorità sia Weerasethakul in persona il quale col su fascio di luce (d’altronde il cinema è luce) decide, nello spazio di un film, cosa raccontare di una vita, e che sia di questo tempo o di un altro poco importa.
Ciò che accade dopo il passaggio nella caverna fa passare in secondo piano la dipartita di Boonmee poiché ci troviamo paradossalmente in un luogo di (ri)nascita, in un luogo di nuove vite.
Infatti vediamo in una stanza moderna la cognata e una ragazzina a cui si aggiungerà poco dopo il nipote. Qui si concretizzano, praticamente deflagrano, due classici stilemi del regista, da una parte abbiamo la simmetria tra giungla e corrispondente città, e dall’altra una nuova partenza della narrazione con il nipote diventato monaco e la donna che sostiene di non conoscere poi troppo bene il cognato defunto, elementi, questi, che sbugiardano quanto visto fino a quel momento.

Tirando le fila dopo una visione del genere, si acquista la certezza che il cinema di Weerasethakul non ha certezze, e aldilà dell’apparente contraddizione, ciò che sazia il nostro occhio e la nostra testa è una lezione di rigorosa alterità che apre porte su mondi di cui non immaginavamo l’esistenza, e il cinema che diventa veicolo di tutto ciò ha nei film di Apichatpong Weerasethakul frammenti inafferrabili di tali universi, ritratti (in)visibili di storie che proliferano su più livelli, sensazioni non allineate al comune sentire, o come li definisce Giulio Sangiorgio (link) “esemplari di un cinema che, placidamente, libera la mente”.
La libera come il bue-Boonmee che all’inizio si svincola dal proprio laccio, come il pesce-Boonmee che accoppiandosi con la donna vuole emanciparsi dal regno animale, come l’uomo-Boonmee che vede la morte come modo per espiare le proprie colpe terrene (“ho ucciso tanti comunisti e tanti insetti”), o come l’anima che vola via dal corpo di quelle persone imbambolate di fronte alla tv.

I fantasmi sono legati alle persone, sono legati alla vita.

E al cinema di Weerasethakul.
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[1] Qui è meno evidente rispetto alle opere precedenti, ma la narrazione bipartita di Weerasethakul è e resta un escamotage tra i più spiazzanti mai visti.

[2] Altra strada rafforzativa per decrittare. L’acqua, da elemento vitale quale è, oltrepassa il piano simbolico: viene offerta alla moglie fantasma, è l’ambiente naturale del pescegatto, è componente indispensabile per la dialisi. E così perfino la doccia del monaco sembra avere un ruolo: l’acqua generatrice di vite.

[3] Non c’entra niente, c’entra tutto. A tal proposito consiglio la visione dell’ipnotico corto Phantoms of Nabua (lo trovate qui) che alla luce delle parole di Boonmee acquista più senso, o magari un senso ulteriore.

venerdì 28 ottobre 2011

Tühirand

Il debutto di Veiko Õunpuu arriva nel 2006 con questo brillante semi-lungometraggio della durata di 43 minuti uno più bello dell’altro.
La trama è ridotta all’osso: una coppia si reca nella casa estiva di un amico violinista che si rivelerà l’amante della moglie.

La parola estone tühirand può essere tradotta in italiano come spiaggia deserta. Eppure IMDb ci dice che quest’opera ha come titolo internazionale semplicemente Empty, vuoto. Il marito ammetterà sulla battigia che fino a quel momento, fino a quando il tradimento non lo ha messo con le spalle al muro, la bellezza femminile era per lui in grado di riempire i vuoti dell’anima, ma adesso che le cose sono cambiate vede la sua lei appartenere al mondo, un mondo inconsistente.
Tühirand è un film piccolo che parla di cose grandi come la vita e l’amore attraverso un registro a un passo dal grottesco e a due dal melodramma. I 4 attori qui presenti che ritorneranno nel successivo e strettamente attinente Autumn Ball (2007) sui quali spicca l’onnipresente e bravissimo Taavi Eelmaa protagonista assoluto in The Temptation of St. Tony (2009), sono 4 caricature del sentimento, manichini della gelosia, marionette della passione, racchiudono in sé e nel quadruplice rapporto tutti gli isterismi e le paranoie delle relazioni moderne.
E quando l’appiglio dell’amore creduto sicuro crolla inesorabile, a ruota ci si chiede se se c’è qualcosa in cui credere in questo mondo e la risposta spaventa così tanto da provocare una fuga dalla finestrella del cesso.

Õunpuu dipinge su pellicola, i toni pastello predominano su uno scenario splendido e malinconico. Il regista attua un pregevole gioco prospettico alternando i protagonisti in primo piano e quelli sullo sfondo, creando così una sorta di profondità tridimensionale sullo schermo. Le musiche, curate da Ülo Krigul, insistono sulla ripetizione trovando nel sottoscritto larghi consensi, ed è proprio una scena con protagonista la musica che regala una sequenza indimenticabile nella quale Õunpuu, al pari del sommo Kim Ki-duk de L’arco (2005), prende per il naso lo spettatore con il sonoro che entra ed esce dalla diegesi. Applausi scroscianti.

Tenete sotto strettissimo controllo Veiko Õunpuu, è un talento cristallino.

lunedì 24 ottobre 2011

Innocence

La carriera registica di Lucile Hadžihalilović, una carriera numericamente esigua e che si spera possa essere rimpinguata al più presto, sembra incentrarsi su un tema delicato come quello dell’infanzia. Segnali (d’autore) ci erano stati forniti in merito ne La bouche de Jean-Pierre (1996), otto anni dopo il discorso viene maggiormente argomentato con Innocence, pellicola che attraverso una drastica decontestualizzazione narra le vicende di una misteriosa scuola pentapartita immersa in un bosco sinistro.

Il film si palesa con vigore fin dall’inizio – bare che contengono bambine, tremendo – come un’allegoria della fanciullezza. La simbologia che costituisce l’intero flusso visivo delinea contorni chiari e sfuggenti allo stesso tempo; le domande si stratificano: chi sono tutte quelle bimbe? Dove si trovano? Perché sono lì? La regista è abile nel tenere lo spettatore sul filo del rasoio edificando un’invisibile cappa tensiogena che procede per accumulo, mistero dopo mistero domanda dopo domanda: non accadrà mai niente di doloroso alle protagoniste eppure la sensazione è che ciò possa succedere da un momento all’altro.
Le risposte ai vari interrogativi possono essere dedotte dalle pinze dell’ermeneutica, ed è più o meno condivisibile vedere in Innocence un percorso socio-antropologico preso e ridotto in scala dalla realtà. Il tragitto formativo di ogni essere umano si gioca all’interno di modelli qui riportati in maniera proteiforme: l’educazione diventa uno dei metodi per poter emergere, per poter andare via, diventare brave ballerine comporta la possibilità di essere scelte dalla capoccia della scuola; obbedire è la regola principale per non rischiare punizioni, si deve seguire un percorso preciso (le lampade sopra il sentiero), si deve diffidare da ciò che è oltre il muro di recinzione.

A ben vedere non c’è niente di particolarmente negativo in tutto questo, si tratta soltanto di una tappa esistenziale che deve essere affrontata per passare a quella successiva. La perdita dell’innocenza è un viaggio che va dalla scoperta di sé (alla fine vediamo Bianca sfiorarsi l’interno coscia) alla scoperta del sesso opposto, rappresentata molto bene dal finale in cui per la prima volta si intravede un maschio dentro ad una fontana che schizza i suoi getti d’acqua verso l’alto in una scena dalla non casuale rievocazione fallica.

La Hadžihalilović si trova particolarmente a suo agio nelle ambientazioni esterne dimostrando un talento visivo di prim’ordine, straordinarie le piroette intorno ad un albero al pari dei carrelli all’indietro che precedono le corse a perdifiato di alcune bambine. Inoltre vanno segnalati gli spunti geniali delle bare e dei treni come luoghi di passaggio fra un’età e l’altra.
La mia cineblogger-deformazione ha visto nell’inizio di questo film un frammento filmico, delle bolle sott’acqua, similare ad un altro presente in Vinyan (2008). Le analogie fra le due pellicole ci sono, ma ce n’è una che si presta volentieri come chiave interpretativa: sia questo che il film di Du Welz sono opere che aldilà di ciò che raccontano segnano intime traiettorie personali.
Anche In-nocence riprende ciò che c’è dentro, nell’interno, nel profondo.

domenica 23 ottobre 2011

Ch bll msc!

La scena elettronica di questo anno verrà ricordata per l’uscita di 3 album che vedono i relativi producers ricchi di sonorità dubsteppose e curiosamente poveri di vocali.
Haven di CHLLNGR accosta ai ritmi spezzati delle gustose melodie, mentre SBTRKT e DFRNT, pur con alcuni pezzi che seguono vie più morbide, preferiscono picchiare come dei dannati sforando a tratti in una techno bella dritta.

Di seguito un paio di ascolti:

 


 

venerdì 21 ottobre 2011

Nothing's All Bad

Probabilmente quando il progetto Smukke mennesker (2010) è arrivato sulle scrivanie della Zentropa, von Trier, Jensen, o qualche altro (grande) capo, si sarà ripetutamente sfregato le mani di fronte ad un film che, umile parere, è un gioiellino molto ma molto prezioso.
L’esordiente nel lungometraggio Mikkel Munch-Fals sembra aver studiato sia i dettami del super-boss Lars che le rasoiate all’arsenico di un giovane regista come Simon Staho, purtroppo non ancora apprezzato quanto meriterebbe, che con Dag och natt (2004) e Daisy Diamond (2007) ha dato luogo a validissime argomentazioni in merito alla marcescenza che prolifera dalle sue parti.

Nothing’s All Bad è un film corale capace di scorrere in mezzo a due rive (dramma & commedia) che potrebbero portare un lavoro così ben fatto in aride anse senza via d’uscita. Invece è il caso di dire che la commistione tra i due registri trova il proprio equilibrio dovuto poiché quando si ride, si sorride con un retrogusto amaro, e quando invece la vicenda imbrunisce, si diventa più seri non dimenticando quell’ironia che ammorbidisce senza sminuire la tragi(comi)cità rappresentata.

Questo è dunque l’incarto del pacco regalo, aprendolo scopriamo che Munch-Fals racconta nell’incipit di un uomo che davanti ad una puttana è triste fino a piangere senza sapere perché. Chi lo sa, oltre a Shakespeare, è il regista stesso che attraverso la coralità riesce ad amplificare il malessere sociale e personale dei suoi personaggi grazie al pingpong narrativo che, come da tradizione per il genere, si costella di tanti piccoli cortocircuiti interni fino alla collisione finale che non lascia di certo indifferenti.

A monte va rimarcato che le 4 persone qui riprese (il titolo tradotto sarebbe Belle persone) sono madre-figlia e padre-figlio. La disgregazione famigliare riduce i 4 personaggi a sgualcite bandierine mosse dalle proprie frenesie che come un imbuto trascinano solo e soltanto nella pozza maleodorante del sesso. Il sesso diventa la protesi naturale di mancanze, di vuoti personali incolmabili, di assenze affettive; il sesso come cifra illusoria: per la vecchia donna un placebo contro la solitudine, per sua figlia un modo per accettare il proprio handicap, per il padre, l’unico che ironicamente non consumerà mai, il viatico per liberarsi dalle proprie perversioni, e infine per il giovane che si prostituisce una pressoché spensierata fonte redditizia.
Si tratta perciò di persone alla deriva che non riescono a trovare un appiglio nella loro caduta, ed anzi precipitano sempre più rapidi verso l’insensibilità e la noncuranza della propria vita.

L’inesorabile e discendente tragitto verticale ha forza in particolar modo quando si narrano le vicende del duo femminile piuttosto che quelle di padre e figlio. La signora vede in poco tempo l’allontanamento dal lavoro e dall’amore del marito per trovarsi in uno squallido bingo e infine in un bar ancora più squallido adescata dallo sbarbato gigolò. Quest’ultimo, invece, con le sue attitudini concupiscenti forza un po’ oltre la credibilità della sua storia che ha almeno un giro a vuoto, quello in cui una coppia apparentemente per bene lo porta a casa per i propri loschi affari.

Munch-Fals fa l’equilibrista in un territorio dove a cadere non ci si mette niente, ma lui con la sfrontatezza degli esordienti firma una vera perla che oltre ad aver fatto felici i vertici della Zentropa, ha fatto felice anche me, e spero anche voi che non potete davvero perdervi questo film.

mercoledì 19 ottobre 2011

J'ai tué ma mère

Ormai dopo un paio di anni lo so: ci sono vari modi per iniziare il commento di un film, da una breve o meno breve sinossi ad una citazione dotta, partendo a razzo con qualche considerazione o tentando di allungare il brodo grazie ad un paio di informazioni collaterali se le idee scarseggiano.
J’ai tué ma mère (2009) mi obbliga però ad anteporre una data a qualsiasi altra prosecuzione:

20 marzo 1989

Se la matematica non è un’opinione il canadese Xavier Dolan ha interpretato e girato questo film all’età di 20 anni. Con una tale premessa anche le piccole critiche che una seppur buona pellicola come questa ha, si sgretolano, si dissolvono se rapportate all’esiguo numero di primavere sulle spalle del giovanissimo autore.

Perciò della preponderanza dei toni alti (leggi: urli) nei dialoghi e del conseguente nonché possibile fastidio nell’ascoltarli, o del non precisato legame fra Hubert e la sua professoressa, si preferisce tacere perché l’effervescenza filmica nella sua globalità doppia di gran lunga difettucci pur sempre riparabili in futuro trattandosi di un’opera prima.
Centra il bersaglio con grande stupore, almeno per il sottoscritto, l’autorità con cui Dolan maneggia il linguaggio cinematografico attraverso una ricercata sintassi fatta di svariati tic registici che vanno dalla riproposizione continua di piani frontali in ambienti chiusi dove lo sfondo scenografico si esalta, alle video-confessioni in bianco e nero con primi piani e dettagli sugli scudi, passando per tante altre sciccherie che allietano la visione come le scritte sovraimpresse sullo schermo di quello che i protagonisti leggono o l’uso oculato delle luci in scena con una conversazione madre-figlio in automobile che segue il peso e il tono degli argomenti trattati: alla fine sono solo due testoline nel buio.
Dettagli o meno, un film è fatto anche di questi e Dolan non li disdegna affatto.

Ciò che invece dettaglio sicuramente non è, è il rapporto che Hubert ha con sua mamma al quale si subordina il rapporto che il ragazzo ha con se stesso e con il mondo, un’esaltazione del labirinto adolescenziale in cui il protagonista si lascia smarrire in un vortice di sessualità e odio viscerale verso l’icona che incarna il mondo adulto: sua madre, divorziata da parecchi anni, che come tutte le madri non riesce a capire suo figlio e prende provvedimenti (il collegio) quando viene a scoprire della relazione gay con l’amico Antonin.
Più che ad un complesso edipico alternante, ci troviamo di fronte ad una relazione portata e votata al sovraccarico dove si tende ad abbondare, al punto che gli scambi dialogici risultano tanto impetuosi quanto racchiusi all’interno di opposti: isterici nei momenti di rabbia, amorevoli in quelli materni (“se domani muori, dopo morirò anch’io”), e assistervi è parecchio piacevole, merito soprattutto dei due attori che non lesinano a “cambiare pelle” nel giro di poche battute, e vale la pena riascoltare la telefonata fra la madre e il direttore del collegio per farsi due risate intelligenti.

Xavier Dolan: è nata una stella?

lunedì 17 ottobre 2011

Tropical Malady

Una volta terminato, Tropical Malady (2004) lascia senza parole.
Per trovarne un paio ci ho messo qualche giorno, e quel che ne segue è l’inutile risultato.

Lo spettatore che si trova di fronte al cinema di Weerasethakul è né più né meno come il soldato che alla fine del film osserva la maestosa tigre sopra di lui. Sopra.
Questo cinema è sopra, oltre e aldilà di noi occidentali. Guardiamo la tigre con rispetto, con paura, con devozione, e non la capiamo, soprattutto: non la conosciamo. È un mostro? No, è un animale splendido, statuario, imponente, massiccio, e nonostante questo in grado di stare con leggiadria sul sottile tronco di un albero, che strano!, appare pesante ma a conti fatti non lo è, forse è la sua bellezza, forse è lo sguardo rivolto verso chi la guarda che ci fa comprendere, ancora una volta, che non siamo noi a guardare il cinema, ma è lui a guardare noi, e mai come in questo caso gli occhi della tigre superano i bulbi oculari e penetrano dentro, non un dentro qualunque, IL dentro, quello dove riposa lo spirito, o qualcosa che gli va vicino, perché nel vecchio continente di queste cose non siamo molto pratici e allora non possiamo fare altro che subire, non possiamo fare altro che una tigre, che il cinema di un regista dal nome impossibile che fa film altrettanto impossibili, ci attraversi come se fosse un fantasma, e nel successivo momento in cui ci lascia, l’assenza viene compensata dai suoi ricordi.
E questo è un suo ricordo:

MALADY LOVE

La mia casa di legno a due passi dalla giungla. Incontro Keng lì e subito me ne innamoro.
Anzi no, probabilmente lo amavo già da prima, in un’altra vita raccontata altrove, ma oggi, ammesso che il presente abbia un senso, sono qui con lui e insieme siamo felici perché così deve essere. E la felicità nasce nelle piccole cose: mi insegna a guidare un camion così magari troverò un lavoro, sa che musica ascolto e mentre diluvia mi regala una cassetta, vado dal veterinario perché il mio cane, poverino, ha un tumore, ed è con me, non so compilare un modulo e lui mi aiuta, una cantante gli dedica una canzone e io rido, quasi orgoglioso, tanto che timidamente salgo sul palco e inizio a cantare guardandolo, al cinema, poi, siamo vicini e pur senza staccare gli occhi dallo schermo i nostri cuori si uniscono diventando uno solo, allora scrive su un biglietto “mi piaci tantissimo”, gli innamorati non pensano alle conseguenze, agiscono e basta, ed anche in un’escursione al tempio, sotto gli occhi delle divinità immortali, riusciamo a sfiorarci come fanno le farfalle quando si rincorrono in volo.
Siamo felici, sono felice! Lo penso andare in moto col sorriso sulle labbra, l’armonia gonfia le nostre orecchie nonostante un tizio venga pestato a sangue sul marciapiede e nonostante il suo lavoro, l’esercito, abbia bisogno di lui.
È tutto perfetto, ma adesso devo tornare da dove vengo, dal cuore della foresta.
Sì, è bello amare. È bello ricordare.

La tigre/cinema è sempre lì, inevitabilmente sopra, e dice che ogni goccia del suo sangue canta la nostra canzone. Una canzone di gioia.
Ed è vero, io umile spettatore ho sentito tutto, e a mia volta, in quelle lucciole di anima dentro l’albero, ho rivisto la mia canzone, mia e di Apichatpong, che fa così:
Mysterious Object at Noon/Blissfully Yours/The Adventure of Iron Pussy/Syndromes and a Century.
É bello rivivere il ricordo, guardando(si).

sabato 15 ottobre 2011

Grazie James


L'uscita dell'ultimo EP di James Blake, Enough Thunder, è stata una felice occasione per conoscere Joni Mitchell.

A Case of You mi ricorda quella volta in cui uscendo da un bar di Montréal, con il giorno che ormai toglieva il disturbo, e l'aria fresca della sera a quietare ogni rumore, pensai che casa mia era un posto bellissimo.
Anche se, a dir la verità, in Canada non ci sono mai stato.

venerdì 14 ottobre 2011

The King of Ping Pong

La cornice abbagliante di una Svezia sovrastata dalla neve: due ragazzini, due fratelli, mai così uguali (la passione per il ping pong), mai così diversi, nel fisico, nella personalità. E nell’essere figli.

Coincidenza vuole che poco tempo fa da queste parti era passato quell’ottimo, ma veramente ottimo, film tedesco dal titolo Pingpong (2006). Lì il tema del tennis da tavolo era semplicemente il contorno di un piatto sfiziosissimo che impietoso ci mostrava una famiglia ridotta a piccoli e neri coriandoli. Il caso ha voluto che anche in questo film diretto dallo svedese Jens Jonsson nel 2008 tale sport funga soltanto da prestanome a una storia che ugualmente delinea sottili drammi consanguinei.
Attraverso i toni pacati della commedia intelligente il regista-sceneggiatore sviscera con algida perizia il legame fra i due fratelli che viene portato al centro dell’attenzione, e a cascata si profilano da questo focus altre situazioni ad esso collegate. Il pregio della pellicola è quello di saper trasmettere le giuste informazioni senza esibirle smaccatamente, soprattutto il mistero principe della paternità di Erik che si gioca su vari indizi disseminati qua e là (la bandiera americana sulla porta della camera) è in grado di portare felicemente fuori strada lo spettatore.

La sensazione è che via sia un netto contrasto fra il bianco accecante della neve e le vicende tristemente umane riprese. Sormontate da un progetto mai realizzato (la superstrada di Gunnar che sta come a dire: qui siete e qui rimarrete), le vite di queste persone sono costellate da ordinarie tragedie quotidiane. Anche in un luogo che assomiglia al Purgatorio abbiamo una madre giunonica incapace di dire la verità al proprio figlio, un padre assente e alcolista, adolescenti bulli come in mille altri paesi e perfino una bambina Mary Poppins in miniatura che disegna uomini nudi e muscolosi con tutta la mercanzia in bella vista. Così il povero Rille, un totem di 13 anni fatto di spugna, non può altro che assorbire, anzi, non può altro che subire: i divieti della mamma che gli dice di non mangiare, le bottiglie di alcol nascoste nel camioncino di papà, le angherie dei coetanei, i ritratti dell’amichetta che sono tutto quello che lui non è. Fino ad un’inevitabile catarsi racchiusa in un gesto scellerato che se visto da uno specchietto retrovisore mostra un corpo esanime sulla strada innevata, il tempo di riordinare le idee e arriva la chiosa conclusiva: il ping pong è l’ultimo sport giusto in una vita sbagliata.

mercoledì 12 ottobre 2011

Nel più alto dei cieli

Un nutrito gruppo di persone si reca al Vaticano per un’udienza papale, saliti sullo spazioso ascensore vi rimangono intrappolati dentro.

Se proprio vogliamo usare delle etichette allora Silvano Agosti non può che essere collocato fra gli outsiders del cinema nostrano. Con una robusta formazione alle spalle (studia anche in Russia), questo regista bresciano (ma anche documentarista e poeta) esordisce nel ’67 con un film azzoppato dalla censura chiamato Il giardino delle delizie, 10 anni dopo le cose non vanno affatto meglio perché Nel più alto dei cieli viene immediatamente ritirato dal commercio e sequestrato per la bellezza di quasi 14 anni. Potrei dire che è stato un atto comprensibile, ma non ammissibile!, visto che qui non si tratta di satira o grottesco verso le istituzioni, ma di una dinamitazione totale nei confronti di tutto il Sistema. È uno di quei film impossibili che fa specie pensare, alla luce della produzione attuale, che sia stato fatto in Italia, e oltre che di impossibilità l’opera si carica di irripetibilità andando a configurarsi per il sottoscritto come una delle migliori pellicole del cinema bis italico, anche se forse essa non vi rientra appieno ma abbiamo deciso di usare delle etichette e allora facciamo finta di niente.

All’occhio clinico non sfuggiranno delle imprecisioni di metodo: i dialoghi sono pura ruggine e il montaggio è grezzo, per non dire grezzissimo nei raccordi tra una scena e l’altra, apparendo così sconnesso e spezzettato, tuttavia le difficoltà insite in un progetto del genere risultano davvero toste e richiedono molto coraggio, tanto che Erick Dowdle (Devil, 2010) e Vincenzo Natali (Cube, 1997) possono solo che dire “grazie” ad Agosti il quale, comunque, rispetto ai suoi colleghi ha a che fare all’interno dello spazio chiuso con un gruppo di persone molto più numeroso e che quindi ha richiesto uno studio di movimento sicuramente più complesso.
Concentrandoci sulle persone all’interno dell’ascensore scopriamo che esse rappresentano fedelmente varie classi sociali medio-alte; per cui abbiamo un politico, un insegnante, un intellettuale e un sindacalista, ma anche uomini di fede come suore e sacerdoti. La prospettiva è poi antropologicamente trasversale raffigurando persone di tutte le età, dall’infanzia con i due bambini, alla vecchiaia dei più anziani.
La panoramica a 360 gradi dimostra attraverso una gabbia drammatica che anche degli individui per così dire civilizzati di fronte a situazioni in cui la loro vita è messa a repentaglio smettono i panni dell’uomo moderno per tornare ai tempi di Neandertal o forse anche prima. Sorgono così gruppetti che sospettano gli uni degli altri, l’egoismo soppianta l’altruismo, l’Io prevale sul Noi, e Agosti esacerba questo crollo perverso tramite segmenti parossistici che mostrano omicidi, pedofilia, blasfemia e cannibalismo.

Eppure il senso del film non si esaurisce nel processo di imbarbarimento dei protagonisti, perché se si pensa alla collocazione dell’ascensore la metafora si amplia. Nel ventre della Chiesa Cattolica, e quindi nel cuore di colei che dovrebbe proteggere e liberare dal male, gli agnelli di un dio lontanissimo (l’ascensore sale all’infinito) si scannano a vicenda senza pietà. La critica acidissima sembra voler suggerire dell’inadeguatezza religiosa che di fronte al degrado morale si rifugia dietro a sterili massime proverbiali pronunciate dalla filodiffusione dell’ascensore.

Nel più alto dei cieli è perciò un film che ha tutti i limiti del mondo, ma che ciononostante squaderna con irriproducibile efficacia il nostro mondo limitato da falsi valori. E il finale che riconduce tutto alla realtà fa comprendere di come niente di quello che abbiamo visto sia successo, ma che sicuramente, come un avvertimento, sarebbe potuto accadere.

Una visione che lascia ferite profonde.

lunedì 10 ottobre 2011

Catfish

Se The Social Network (2010) rappresenta il biopic ufficiale di un fenomeno oramai più che sociale come è Facebook, Catfish, dello stesso anno, si svincola dalla ricostruzione storica per andare a ficcarsi nel presente (più o meno, la cronologia sullo schermo riporta il 2008 come data dei fatti), e lo fa riprendendo i fruitori del servizio, perciò, potenzialmente dei noi come tanti, con focus d’attenzione su Nev, utente facebookiano residente a Manhattan, immortalato dal fratello regista alle prime armi (ma che, “chissà come mai?”, firmerà il terzo capitolo della serie di Paranormal Activity), mentre inizia ad intessere una web-relazione con una bellissima ragazza di nome Megan che abita in una cittadina del Michigan.

Il taglio è di quelli pseudo-documentaristici con budget mini e anche meno a disposizione, per questo sia nel montaggio che proprio all’interno del quadro filmico si fa largo uso di strumenti sì tecnologici ma assolutamente alla portata di tutti. Google Earth permette di quantificare la distanza tra Nev e Megan, Google Street View di non effettuare riprese sul posto, e poi iPhone, Youtube, iTunes perfettamente calati nella quotidianità rappresentata ed indispensabili guide per lo spaesato Nev. Quindi questo è sul serio un film che riguarda noi visto che la nostra realtà è ormai costellata dalla presenza massiccia e costante di tali media. Ciò che forse riguarda un po’ meno, invece, è il cinema stesso che deve annoverare al suo interno una delle tante (e recenti) opere che non hanno granché da spartire con la settima arte. Se è vero che tutto è stato catturato in presa diretta (qualche dubbio però c’è) senza una pianificazione, uno studio, un copione, mi chiedo se è ugualmente lecito parlare di cinema o meno, ma consapevole del fatto che anche trovando una risposta le sorti dell’umanità non cambieranno, meglio proseguire oltre.

E andare dritti al succo della storia.
Dribblate le questioni etico-cinematografiche, è opportuno anticipare una cosa: questa, aldilà di tutto, e sempre fidandosi della veridicità esibita, è una vicenda molto ma molto triste.
Chiaro che dei processi di dipendenza da social network ne sappiamo già abbastanza, non per qualcosa, ma perché se state leggendo queste righe in un o modo o nell’altro ne fate parte, piuttosto demoralizza la presa coscienza delle dinamiche che fanno di internet una fittizia oasi felice dove potersi realizzare visto che il feedback di ritorno è facile da ottenere – un mi piace, un commento, basta poco – e non c’è nemmeno bisogno di metterci la propria faccia, infatti Angela mette quella di una modella canadese, facile scorciatoia per sentirsi apprezzata.
Ora, tenendo conto che il passaggio più debole della storia è proprio quello in cui i ragazzi si recano nel Michigan sobbarcandosi un viaggio non da poco per far luce su una vicenda di scarsissima entità, una volta che la donna viene smascherata e che l’obiettivo si insinua nella sua vita privata, beh, c’è quasi una sorta di nulla osta compassionevole di fronte ad un paesino semideserto, un marito mezzo bifolco, e alla cura dei due gemelli con gravissimi problemi mentali, il sentimento prevalente è perciò quello di comprensione, in fondo si sente che in quelle condizioni Angela abbia parecchie ragioni dalla sua per aver cercato una scappatoia nel mondo virtuale.

Il personaggio sofferente di Angela tende però ad offuscare quella che è la vera vittima del sistema-Facebook. Perché un ragazzo come Nev che ha tutto, ed ha veramente tutto, un ragazzo da presentare ai genitori col sorriso smagliante e i Ray-Ban di chi vuol suggerire una vita vissuta, perché un tipo così fa risiedere speranze sentimentali in un’immagine, in una foto profilo, in un album delle vacanze? Perché una persona come noi si è fatta abbindolare da una voce telefonica?

Le risposte dagli oscuri risvolti non sono contenute in questo modesto nonché superfluo film, il quale però ha il piccolo pregio di mostrare come ha fatto Fincher che il futuro non è dei migliori, e se anche un sentimento nobile come l’amore deve essere stinto dalle fredde maglie della rete, l’ultima domanda è: dove andremo a finire?

venerdì 7 ottobre 2011

Scorpio Nights

Film poverissimo ambientato in un sudaticcio rione filippino ancor più povero, che ci racconta la tempestosa relazione fra Danny, il vicino di sopra, e la moglie di una guardia che abita al piano di sotto.

Il regista Peque Gallaga, che deve la sua piccola fama a quest’opera datata 1985 e ad un’altra precedente dal titolo Oro, Plata, Mata (1982), con i pochi mezzi a disposizione intraprende fin da subito la strada del classico schema sentimentale così riassumibile: Danny spia la donna, Danny si fa avanti e si instaura un bollente rapporto fedifrago, il marito sospetta qualcosa trovandovi poi un riscontro concreto. La storia è perciò semplice al pari del mezzo che la racconta e il tasso di prevedibilità si alza con lo sviluppo lineare della pellicola. Ma l’elemento connotante è quello di una certa vitalità erotica che pervade l’atmosfera raccontata, il problema è che il lasso di tempo separante Scorpio Nights dalla nostra contemporaneità ha mutato i canoni sessuali, e a causa di ciò vedendo queste coppiette amoreggiare potrà facilmente scapparvi qualche risolino per i movimenti goffi inscenati o al massimo qualche sbadiglio, ché la tv odierna sa essere decisamente più spinta.

Non tutto il male viene per nuocere, poiché malgrado sia palpabile una certa difficoltà nel voler perseguire l’effetto-eros ad ogni costo, il film raccoglie qualche consenso nel territorio della sincerità e questo sentire autentico zampilla dalla love-story che pur essendo banale e impacciata ha un che di genuino e la si riesce a guardare con un briciolo di tenerezza.
La cornice che recinta questa liaison affastella rapide incursioni nel sociale (la povertà è lo sfondo esistenziale di tutti) e personaggi-sagoma che meritavano più spazio (il menestrello Bob Marley e il travestito), lasciando pochi residui negli occhi dello spettatore.
Il finale segue la tradizione del cinema bis che preme l’acceleratore su un aspetto fino a quel momento non preso troppo in considerazione come il dramma, e così vedere il marito che si masturba sul corpo esangue della moglie fa entrare il film nella categoria del cult da soffitta, laddove comunque c’è infinitamente di meglio.

Wikipedia ci dice che nel ’99 è stato girato Scorpio Nights 2 e che nel 2001 tale Park Jae-ho ha fatto un remake dal titolo Summertime, parimenti vi dico che ad un certo punto, durante il film, vediamo il braccio di Danny sbucare dal buco nel soffitto: che Tsai si sia ispirato da qui per la scena madre di The Hole (1998)?

mercoledì 5 ottobre 2011

The Adventure of Iron Pussy

Roba da non credere!
Una volta terminata la visione ci si domanda come sia possibile che il nome di Apichatpong Weerasethakul compaia sotto la voce director. Lui che fino a quel momento ci aveva abituato (e continuerà a farlo in futuro) ad un tipo di cinema che mi piace definire reincarnante perché ogni film, anche e soprattutto l’esperimento Mysterious Object at Noon (2000), trova nella diegesi uno spazio di vita-morte che assume proporzioni ripetitive, con Hua jai tor ra nong (2003), co-diretto insieme all’amico artista Michael Shaowanasai, mente del progetto e protagonista di fatto, firma una pellicola lontana, lontanissima dal suo stile in tutto e per tutto, giusto per dire: quando mai abbiamo sentito in una sua opera così tanta musica?
Eppure, c’è sempre un eppure, all’occhio attento non sfuggiranno certe sottigliezze che a fronte di una scarsa idoneità poetica dell’autore, riescono a scovare una legittimazione, un senso d’essere in relazione a chi sta dietro la mdp.
Prima considerazione obbligatoria e dal carattere macro è che in Thailandia il genere melodrammatico andò (e forse va tutt’ora) molto in voga nella cinematografia locale spiccia, difatti la figura di Iron Pussy è ispirata a quella di Petchara Chaowarat, un’attrice d’epoca che recitò in una montagna di film, praticamente l’Edwige Fenech thai.
Esempio chiarificatore del ruolo che questo genere ebbe nella formazione dei registi thailandesi contemporanei può essere quello di Pen-Ek Ratanaruang, un altro che solitamente si occupa di cinema (da) oltre (il fondo), ma che ciononostante girò nel 2001 il musical Love Song: Monrak Transistor.
La seconda osservazione decisamente più personale riguarda il fatto che se si legge in rete qualche intervista a Weerasethakul si evince (sorprendentemente) come nel suo bagaglio culturale ci sia posto anche per b-movie di infimo ordine e fumetti per ragazzi, elementi che qui si possono rintracciare in lungo e in largo, notare il vestito à la Capitan America del finale tanto per intenderci.
La terza riflessione è proprio una quisquiglia che forse non andrebbe nemmeno riportata, eppure (visto?) ad un certo punto si paventa l’arrivo di una tigre, l’animale feroce aveva già fatto capolino nel film d’esordio con il gioco del cadavere squisito, ma essa avrà un ruolo di primo piano nell’appena successivo Tropical Malady (2004) i cui finanziamenti ritardatari obbligarono Apichatpong a sedersi a un tavolino con Shaowanasai.
Riassunto: non ci si crede che il regista sia Weerasethakul, invece lo è e forse non c’è nemmeno troppo da meravigliarsi.

Ordunque, sviscerata la questione paternità che poco potrebbe interessarvi, è meglio riportare i miei due centesimi su The Adventure of Iron Pussy.
Tenendo conto che ci troviamo di fronte ad una rivisitazione-omaggio in tutto e per tutto, perfino nella tecnica di doppiaggio che copre le voci degli attori in scena durante le parentesi canore, e tenuto anche conto che di questi musicarelli thai noi europei nulla ne sapevamo, è difficile che una pellicola così possa far stracciare le vesti ad uno spettatore che inconsapevole del divertissement si trova dinanzi un film di facile lettura, innocente e volutamente sciocco.
Volutamente perché la ripresa degli stilemi passati attua un processo di celebrazione pressoché ridicolizzante in grado di autorizzare gli autori ad imbottire di ingenuità molti passaggi narrativi. Si sorride sul colpo di scena soapoperistico – e non poteva essere che così – dell’eroina che si scopre figlia e sorella della madre nemica, cosiccome lo svelamento di identità da parte della responsabile delle cameriere che è un coup de théâtre ricolmo di fiera goffaggine.
Si sorride, appunto, e poi che altro? Nonostante le vertigini pop, tinte sgargianti, gli abiti di Iron-Pussy, e tracce di spiritualismo ben ossidate nell’arte weerasethakuliana (la divinità parlante e la statua nell’antro del villain), il resto lo si subisce con discreta impassibilità, forse perché il tutto ha una matrice troppo thailandese per poter essere apprezzato all’estero, e forse perché il sottoscritto ritiene la rivalutazione un atto legittimo ma non imprescindibile in particolare quando dietro ad un disegno come questo c’è uno che col cinema ci sa fare eccome. Si preferiscono idee fresche piuttosto che precipitati post.
Visione partigiana, solennizzante, commemorativa, solo i thailandesi puri potranno gustare appieno, a tutti gli altri resta la consapevolezza che il vero Weerasethakul non si trova qua.

lunedì 3 ottobre 2011

Baxter

Idea che sconquinfera quella di Jérôme Boivin: non solo riprendere l’antropomorfia di un cane razza bull terrier chiamato Baxter, ma dotarlo di pensiero, di ragione e sentimento.
Ad atteggiamenti che chiunque ha un animale che gironzola per casa riconosce incredibilmente umani, questo regista francese affianca un cogitare che si avvicina a quello della nostra razza, appaiando dunque le esistenze di due forme vitali apparentemente diverse eppure profondamente uguali.

La piacevole visione che offre l’innovativo punto di vista del cane si caratterizza per una parabola che si immerge in una pozza di arsenico dove c’è parecchio significato dietro alla storia di facciata.
In un percorso dotato di trasversalità, Baxter si trova dentro situazioni che mettono in luce tutto un catalogo di cattive azioni che noi umani possiamo offrire. La traiettoria è discendente perché si parte con una vecchia signora che stanca di vivere si barrica in casa, si prosegue con una giovane coppia iperprotettiva nei confronti del figlio appena nato, per concludere con un ragazzino che sembra voler ripercorrere gli ultimi giorni di vita di Hitler.
Baxter, che dentro al canile desidera imparare dagli uomini, passando di casa in casa assorbe invece tutte quelle debolezze tipiche del nostro tempo: diventa irragionevole, diabolico nel voler spodestare il bebè dal centro delle attenzioni, e perfino cattivo quando il novello Führer diventa suo padrone.

È qui che il tragitto di umanizzazione, e quindi inumanizzazione, dell’animale giunge all’apice. Addestrato come un soldato attraverso corse sfiancanti e allenamenti di lotta, pronto ad attaccare il nemico e nel caso anche ad ucciderlo, il ragazzino-dittatore, che probabilmente è più semplicemente un ragazzino-solo (il padre tradisce la moglie), forgia una piccola macchina da guerra che risponde solo a due cose: gli ordini (prova piacere nell’ubbidire) e l’istinto (definisce “troia” una cagnetta che mette incinta). Eppure questa trasformazione frena di fronte ad un dogma che anche un cane capisce: non si uccide per gioco. Baxter comprendendo un orrore del genere diventa Uomo e si ferma, il piccolo proprietario di contro imbestialisce uccidendo i cuccioli e cercando di fare la stessa cosa con il protagonista a quattro zampe. Nella dolorosa scena simbolo del film corroborata nel finale dalla voce off del ragazzetto che spera di trovare l’amore nella coppia che abita di fronte a casa sua, avviene un ribaltamento dei ruoli, la conclusione di un cammino rovesciato che non ha morali assolute di fondo ma la sottile sensazione che gli animali sono migliori di noi anche quando vengono indotti alla violenza e alla malvagità.

Il dolore è cessato, il mio corpo non sente più l’aria fredda. Eppure so che il vento è ancora forte perché porta i suoni e gli odori della città. I suoni che mi raggiungono sono sordi. La prima neve cadrà presto. Quando tutti saranno svegli, nel silenzio assoluto, si sentiranno inquieti. Penseranno al silenzio della morte, magari penseranno a me.

Baxter