giovedì 31 marzo 2011

Palimpsest: A Hypnotic Mystery

Un poliziotto muore misteriosamente cadendo dalla finestra, il collega ispettore Marek prova a far luce sul caso mentre è tormentato da strane visioni.

La sinossi di IMDb batte prepotentemente sul fatto che Palimpsest (2006) sia un film spalmato su due piani: il primo è quello della crime story dura e pura in cui la polizia tenta di ricomporre il puzzle dell’omicidio, il secondo riguarda le esperienze quasi lisergiche (/ipnotiche) che colpiscono il protagonista. In effetti è così, sussiste questa duplice forma di narrazione che va a braccetto fino alla conclusione dell’opera, il problema è che non c’è altro, è tutto qui. Prodotto da (e forse anche per) la tv polacca, la pellicola di tal Konrad Niewolski ne succhia tutto il male possibile riassunto in una piattezza riconoscibilmente catodica. Se si esclude la fotografia ambrata, unico aspetto che devia dalla banalità, il resto si disperde in un bolso zoppicamento procedurale dove delle indagini sull’assassinio frega pochissimo. Ancora meno, poi, dei flash che Marek subisce contro la sua volontà, i quali oltre ad essere stantii (quanti poliziotti abbiamo visto nella storia del cinema e della letteratura angosciati da inquietanti ossessioni?) non si amalgamano con il resto del racconto già moribondo di per sé.

Ma il vero disastro arriva col finale che a questo punto spero di aver capito male io – purtroppo non ho trovato riscontri o divergenze a riguardo poiché non esistono recensioni di questo film nemmeno in inglese e ciò la dice lunga… – ma che se davvero è così ha una cifra dilettantesca ben poco invidiabile, con uno di quegli escamotage che andrebbero banditi da ogni tipo di sceneggiatura, quell’era tutto un sogno che permette di sbizzarrirsi prima della soluzione e una volta data legittima automaticamente tutte le magagne precedenti. Tanto non era reale, era solo il frutto dell’immaginazione. Bella storia, soprattutto originale, complimenti, spero davvero di non aver colto qualche passaggio.
Non so voi, ma io non farei mai distribuire un film che già nel titolo si autocelebra perché c’è il rischio di disattendere delle aspettative, cosa che puntualmente accade. Altro che hypnotic, al massimo è uno sleepy mystery!
Filmetto dimenticabile che farete bene a lasciare nell’oblio di celluloide.

lunedì 28 marzo 2011

Sans Soleil

Mi scrisse

Sans Soleil (1983) è un film enorme che tracima i canonici paletti del cinema per costituirsi in una riflessione metatestuale portata avanti (e indietro) dal regista Chris Marker che comunque non soddisfa in pieno gli interrogativi nascenti nello spettatore durante la visione poiché la pellicola è così sminuzzata, ricolma di immagini, suoni, volti, luoghi e cose da risultare pressoché indeterminabile.
Sunless ha la stessa potenza epifanica di uno sguardo sfuggente, non ci si ricorda precisamente cosa si è visto, restano soltanto nella memoria dei frammenti che rimandano a qualcosa di altro: tre bambini islandesi che sorridono, una donna al mercato in Africa, degli uomini sulla metropolitana di Tokyo, facce, visi, tratti che si mescolano in una moltitudine di espressioni collegate da malinconica unitarietà.

Se ne La Jetée (1962) il cinema diventava una macchina del tempo capace di trasportare un uomo dal futuro al passato e viceversa, con questo film la settima arte diventa una macchina dello spazio dove il mondo diventa set, e chi lo abita gli attori inconsapevoli di un film immaginario. La geografia si annulla, il viaggio diventa ellissi per cui non vedremo mai lo spostamento da una località all’altra, non c’è bisogno di mostrare tutto, non c’è bisogno di dire tutto, l’immaginario prevale sulla rappresentazione e tramite le lettere del cameraman ri-viviamo ciò che egli stesso ha visto, ma essendo la visione del film puramente soggettiva l’esperienza che ne traiamo è differente dall’obiettivo che l’ha ripresa facendoci riappropriare di quei poteri evocativi che spesso il cinema dimentica. Nel mezzo, o forse alla fine o all’inizio, c’è una Lezione breve ma stupenda su ciò che è La donna che visse due volte (1958), ovvero il film sulla memoria per antonomasia, una memoria che Marker definisce impossibile, folle, e qui non si può che concordare con lui.

Non so cosa sia Sans Soleil, se un “normale” documentario o una filosofica riflessione sul cinema, non lo so. Io all’inizio non ho colto la felicità in quei tre bimbi biondi quasi impauriti dalla macchina da presa di fronte a loro, però mi sono accorto del susseguente buio drammaticamente privo di luce.
E comunque, aldilà di tutte le possibili spiegazioni, il film può essere visto come un semplice elenco di cose che toccano il cuore, delle quali fa parte.

domenica 27 marzo 2011

Burial strikes back


Periodo di gran lavoro per William Bevan in arte Burial. Se da una parte ci offre la collaborazione a 6 mani con Thom Yorke e Four Tet sull’etichetta di quest’ultimo, dall’altra sforna un succulento EP composto da 3 tracce belle dubsteppose. La mia preferenza va su Stolen Dog, una ninnananna di voci lontane spalmata su una melodica marcetta che appare come la decelerazione della super bomba Moth di due anni prima.

Allacciate le cinture.

sabato 26 marzo 2011

The American Astronaut

Il futuro è buio: le donne vivono nei giardini di Venere separate dall’universo maschile che si adatta a tirare avanti in piccoli asteroidi sparsi fra le stelle o su Giove, immensa fabbrica di operai. L’astronauta Samuel si prende l’onere di uno scambio, ovvero portare un ragazzino (l’unico che può fregiarsi di avere visto un paio di tette) sul suolo venusiano dando in cambio al proprietario di Giove una specie di clone femminile intrappolato in una cassetta nera. Ma il diabolico professore Hess si mette sulle tracce dell’astronauta…

Qualche informazione sul regista Cory McAbee. Classe ’61, nato in California (beato lui), si legge nella sua biografia che la laurea gli è arrivata come atto di carità visto che non lesse mai un libro fino a 25 anni. La svolta avviene quando incontra Bobby Lurie con il quale mette su una band musicale, le cose non vanno benissimo e i due si separano per poi ritrovarsi nell’89 con la creazione di un gruppo tutt’ora esistente denominato The Billy Nayer Show. Inoltre McAbee fonda col suo socio la BNS productions attraverso la quale vengono prodotti alcuni cortometraggi che lo portano a questo The American Astronaut (2001) dove è anche attore principale. Nel 2007 si compra il primo cellulare della sua vita e due anni dopo firma il secondo lungometraggio Stingray Sam.

La poliedriticità di questo autore che spazia dalla professione di musicista a quella di cartoonist si riverbera anche nella pellicola che, come accade spesso e volentieri a chi vive trasversalmente l’arte in generale, non è etichettabile. Ci troviamo alle prese con un’opera eterogenea che sfugge praticamente da subito alle costrizioni fantascientifiche con una veste estetica davvero notevole disseminata da momenti volutamente ingenui come i balletti degli uomini che cantano canzoni d’amore o la navicella di cartapesta che si muove su uno sfondo nero nei suoi viaggi interplanetari.
Di pecche a mio modo di vedere non ce ne sono, quello che McAbee si era posto come obiettivo lo riesce ad adempiere fino in fondo poiché il film (in)trattiene con leggerezza e fascino visivo.
Consigliato.

mercoledì 23 marzo 2011

Love Song: Monrak Transistor

La mini epopea del giovane Phaen che in un paio di anni passa da speranzoso cantante e padre di famiglia a spiantato barbone costretto ai lavori forzati, viene raccontata da Ratanaruang tramite processi e procedimenti che non hanno molto di che spartire con il cinema d’autore orientale. Mancante di una qualsiasi chiave simbolica dato lo sforzo ermeneutico pari a zero, e perciò poco partecipativo a livello di fruizione, il film (terzo del regista thai) pecca anche nella costruzione poiché privo di un intreccio, sì la traccia sentimentale di fondo c’è ma spesso ne resta solo l’eco, sostituita da uno svolgimento che trasforma il narrato in una normale esposizione di fatti, andando così a toccare un cinema più occidentale, e quindi superficiale vista l’assenza di contenuti in profondità.

Non che l’appena precedente 6ixtynin9 (1999) cosiccome l’opera prima Fun Bar Karaoke (1997) fossero film dai pregnanti significati, tuttavia avevano il pregio di coniugare felicemente vari generi dando vita a pellicole sia sfaccettate nell’attingere a differenti enciclopedie, che unitarie nel riuscire ad amalgamare la diversificazione che le permeava.
La polpa ma anche la buccia di Love Song: Monrak Transistor (2001) è di altra fattezza che lascia più d’un dubbio: musical con reminescenze (le mie, eh) vontrieriane? Melodramma in salsa thai con richiami al folklore del luogo? Polpettone farcito di didascalismo dall’inizio alla fine?
A mio giudizio è soprattutto l’ultimo quesito a centrare la questione. Fin dai primi minuti la linearità di veduta è lampante: un uomo e una donna si amano, quest’uomo e questa donna per forza di cose vengono manzonianamente divisi e nel raccontare le disavventure di lui si va incontro ad una concatenazione di gratuito accanimento cinematografico da parte di Pen-Ek che non giustifica gli infausti eventi capitati al protagonista se non per gettarlo sempre più nella cacca (e lo farà materialmente) creando in linea teorica un ponte empatico che nella pratica risulta troppo lontano da noi.

Soliti personaggi-caricature che a differenza dei predecessori non riescono a dare quella marcia in più alla storia, e che anzi posti sul palcoscenico rimangono relegati sullo sfondo a causa del loro poco spessore, con la parziale eccezione del manager talent scout dalle inclinazioni alla Lele Mora che rappresenta una divertente parentesi.
Purtroppo nella totalità il film è appiattito da uno spudorato meccanismo che abbraccia un patetismo trasmesso ad alta voce e con uno stile per buoni tratti dozzinale tanto da avvalorare per la palese differenza qualitativa il film successivo Last Life in the Universe (2003).
Distribuito non so perché in Italia dalla Lucky Red, sarà tutt’ora impigliato nelle ragnatele sugli scaffali. Ratanaruang ha fatto di meglio.

lunedì 21 marzo 2011

Auguri Guccio!

Anche se non lo ammette nemmeno lui (forse non lo sa!), pare che Guccini si (ri)sposerà in estate a 71 anni suonati e cantati in poesia. Quindi, tanti auguri Francesco, so che troveresti le parole giuste anche per questa situazione terribile che stiamo vivendo.

domenica 20 marzo 2011

Bibliothèque Pascal

Mona rischia di perdere la propria figlioletta. Per questo motivo è obbligata a raccontare gli eventi che l’hanno portata in quella situazione ad un assistente sociale, e la sua storia si rivela incredibile, senza mezzi termini.
L’apertura di Bibliothèque Pascal (2010, presentato al 28° Torino Film Festival) si connota immediatamente come un percorso a ritroso dotato di slancio mnemonico e/o fantastico in cui si delinea il personaggio-Mona, ipocentro narrativo (e narrante) la cui vita sembra segnata da echi medemiani per il trasporto favolistico con cui ci viene mostrata. In realtà la prima ora di girato sa essere una moneta dalla doppia faccia che fonde crude argomentazioni (il bandito che ha picchiato un gay solo per il suo orientamento sessuale, un padre che vende la propria figlia per venire poi a sua volta ucciso) con pennellate surreali quasi di routine in una certa frangia del cinema magiaro contemporaneo (Pálfi), ne è prova la sequenza del sogno che mette in scena à la Švankmajer un confronto fra i due attori intorno ad un tavolo imbandito, qui il cinema letteralmente esplode e sprigiona creatività incommensurabile.
La struttura della prima parte potrebbe far pensare a una certa deriva aneddotica caratterizzata da frammenti episodici a se stanti. Errore, poiché i tasselli trovano corporeità nella seconda parte.

E la seconda parte del film è un capolavoro. Abbandonati gli incantevoli e variopinti affreschi zigani, la vicenda imbrunisce grevemente spostandosi nel bordello di Londra. L’arte, in questo caso la letteratura, ma indirettamente anche il cinema, si piega al vile denaro e al potere indegno. Gli ambienti fittizi che ricreano situazioni ricercate (Giovanna d’Arco, Pinocchio, Otello) non solo sviliscono le condizioni umane delle vittime, in fondo, checché ne dica l’estroso Pascal sempre di prostituzione coatta si tratta, ma sgretola (la ripetizione indotta dei versi), polverizza (la memorizzazione davanti all’interiorizzazione) e annienta nient’altro che la Cultura – si tratta di una biblioteca, ricordiamolo –, spettro nelle mani luride di un ristretto sottogruppo di persone ricche. Ma il regista ungherese Szabolcs Hajdu lascia uno spiraglio di luce, e tramite il mezzo onirico (il sogno di una bimba, cosa c’è di più puro?) rinvigorisce quel gigante messo all’angolo, e l’Arte con un guizzo di orgoglio si va a riprendere Mona (un angelo venuto dal cielo, così dice Pascal) a ritmo di fanfara, squadernando la sua essenza in un montaggio alternato che sigla alla resa dei conti un contatto - cinema & realtà - destinato a rimanere impresso per molto, moltissimo tempo, nella nostra memoria cinefila.

Tuttavia l’epilogo che si riconcentra nuovamente nello stanzino dei servizi sociali evidenzia l’impraticabilità immaginifica del cinema, difatti Mona è costretta a ritrattare le sue parole in favore di una versione più grigia e consueta, come se ciò a cui abbiamo assistito non avesse senso perché incomprensibile da una realtà abituata ormai a comprare tutto e disabituata alla forza mentale per eccellenza, quella di sognare [1].
Anche perché il quadretto idilliaco conclusivo mette i brividi: la felicità si estranea, diventa un soprammobile di plastica, con buona pace delle ultime due idealiste di questo mondo.
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[1] Si noti che la gente del villaggio paga per vedere la figlia che dorme, la quale proiettando i suoi sogni all’esterno si trasforma in un cinematografo di salvifica portata.
Il cinema è (un) sogno?

venerdì 18 marzo 2011

7 Days

Jasmine è una bimba che fra 7 giorni festeggia il compleanno. Un pomeriggio esce di casa per dare gli inviti ai suoi amichetti. Il padre si addormenta e quando si sveglia non è ancora tornata. Chiama la polizia. Escono e la trovano in un campo con le cosce insanguinate, morta.

Piacerà molto e a molti Les sept jours du talion (2010) firmato dal canadese Daniel Grou, e i motivi sono quasi nazional-popolari data la presenza di situazioni e personaggi che riportano a eventi reali sui quali tutti si sentono giudici: condanna per il pedofilo e pietà per l’innocente vittima. Giusto, giustissimo. Lo spunto di Grou fa però un passo avanti, e ci spiattella davanti che cosa accadrebbe se un famigliare ferito dalla morte del proprio caro mettesse fisicamente le mani sul carnefice, in pratica: se la giustizia istituzionale venisse soppiantata da quella personale, se la legge del tribunale fosse sostituita da quella del taglione.
Piacerà poi perché questo regista sceglie per la sua opera una traiettoria prettamente artistica che ha poco di esploitativo e molto di introspettivo. La finezza registica caratterizzata da andamenti fluttuanti stride con l’aggressiva impostazione tradizionale del torture-movie, genere al quale 7 Days, comunque, non appartiene tout court.
Eppure piacerà anche per il suo strizzare l’occhio a tale categoria proponendo una visione dei supplizi che sebbene filtrata dalla mano autoriale sa alzare il livello di ribrezzo spettatoriale grazie alla parsimonia del fuori campo che feconda l’immaginazione.
Infine potrà (subliminalmente) piacere per dei piccoli messaggi (/segnali anche di stile) disseminati nella pellicola, dai toni scarichi negli ambienti casalinghi illuminati dal nastrino rosa della bimba, passando per il cervo in progressiva decomposizione e accennando all’origine del disturbo dell’assassino nelle violenze subite dal padre (uff…), tanti indizi che comunque fanno una prova: il mondo è abominevole.

Per tutti questi motivi il film piacerà, ma è all’incirca per gli stessi motivi che l’opera potrà apparire derivativa alla luce delle innumerevoli pellicole che trattano il tema della vendetta.
Il meccanismo vendicativo ha una struttura talmente elementare che necessita di un palliativo in grado di rimpolpare la ritorsione perché se no c’è il rischio di scadere nel mero r&r anni ’70. Ovviamente non è questo il caso, ma è bene ricordare che ci sono state variazioni sul tema molto intriganti nel passato, senza andare a toccare i maestri coreani penso al recente Hard Candy (2005) o al bellissimo film di Agustí Villaronga In a Glass Cage (1987), opere che contengono altro in profondità aldilà del raccontato.
Di contro il lavoro di Grou si esaurisce nella sua esposizione, abbiamo un padre che vuole punire secondo il proprio libero arbitrio l’uomo che ha ucciso la sua piccola figlia, così la materia esaminata viene sfruttata solo in superficie e a poco serve il tentativo di appaiare con un parallelo telefonato la vicenda personale del poliziotto a quella del protagonista. E debole è anche la decisione di risucchiare nella vicenda la mamma di una delle vittime precedenti, la sua entrata in scena è abbastanza funzionale ma di certo non indispensabile.
Insomma non riesco a scorgere niente di particolarmente attraente dietro questo orrore, né un prevedibile ribaltamento dei ruoli [1] né lo spiffero di morale che arriva da una voce off (la nostra?) e che chiede al padre se la vendetta sia la soluzione giusta.

Sono sicuro che piacerà davvero tanto. Tenete a mente le mie parole, però; piccole gocce nell’oceano, ma l’oceano non è fatto di gocce?
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[1] Se si vuole approfondire l’argomento diventa indispensabile la visione di I Saw the Devil (2010), maestoso saggio cinematografico sul tema del rovesciamento figurativo.

giovedì 17 marzo 2011

Il film di Dylan Dog deve essere bellissimo

(cliccateci sopra che se no si legge da post-sbornia)

Oh, auguri Italia, anche se te li faccio giusto per cortesia.

mercoledì 16 marzo 2011

4

Una descrizione (il massimo che sono riuscito).

Non è compito facile quello di scrivere qualcosa su un film come Chetyre (2004).
L’unico paragone possibile che mi viene da fare è quello con i lavori dell’ungherese György Pálfi, scoppiettanti esempi di cinema oltre, tracimanti e allo stesso tempo imperfetti, accorate manifestazioni di arte a volte aldilà di ogni significato. Prendete questa matrice di fondo dunque, e unitela all’influenza della scuola russa (Tarkovskij è la fonte a cui abbeverarsi) che pervade ogni fotogramma di questo film.
A tal proposito è utile citare le parole del mio collega blogger J. Doinel (link) che nonostante siano collegate ad un’altra pellicola sovietica non travisano il senso di ciò che mi preme esprimere:

Il cinema russo ha una poetica inconfondibile e che non tutti sanno cogliere. Spesso si viene spaventati dalla sua lentezza o addirittura dalla semplicità quotidiana di quello che racconta, tanto che i più scettici tendono a confondere questo aspetto con la banalità. Spesso chi ama questi film viene anche giudicato male, pensando davvero che chi si addentra a queste visioni lo fa solo per una maniacale ricercatezza di singolarità eruditiva. Il problema è che chi pensa ciò dovrebbe cominciare a smettere di guardare film, perché è proprio alla base di quelli che possono essere difetti che il cinema russo attraverso i silenzi, la dilatazione e la ripetizione riesce a cogliere le sfumature più profonde che ci avvicinano alla più intima e originaria essenza dell'umano.Ma a tale capacità di cogliere, o almeno di provare a farlo, il senso di questa strana cosa che chiamiamo vita senza enfatizzazioni, ostentazioni e facili sentimentalismi, il regista Ilya Khrzhanovskiy vi affianca un registro in bilico fra fantascienza e grottesco, rendendo così bipartita la forma dell’opera: da una parte abbiamo il substrato squisitamente russo, dall’altra persiste una condizione di inestricabilità che avvolge il film in un’enigmatica spirale.

Ma cosa racconta 4? Qual è il suo filo conduttore?
Beh, ad una fedele ricostruzione dei fatti posso dirvi che escluso un breve incipit di presentazione, la mezz’ora successiva è costituita da un dialogo a tre all’interno di un bar a sfondo nero nel quale due uomini e una donna di nome Marina discutono sui propri lavori. Salta fuori che Marina si occupa di pubblicità ed è lì lì per commercializzare un prodotto in grado di eliminare la stanchezza sul lavoro, mentre gli altri due sarebbero uno un funzionario del Presidente, e l’altro uno scienziato coinvolto in un segretissimo progetto di clonazione che non si pone l’obiettivo di duplicare, bensì di quadruplicare le persone.
In questo segmento la mdp è statica e tutto si gioca su una messa in serie che alterna i vari campi rendendo il bar simile a quel famoso quadro di Edward Hopper.
Abbandonato il locale la narrazione si concentra prevalentemente su Marina con qualche parentesi riservata agli altri due. Si intuisce che ciò che i tre si sono detti al bancone non corrisponde a verità: uno pare non essere uno scienziato ma un musicista ricercato dalla polizia, l’altro un semplice venditore di carne, e Marina una ragazza che si reca in un villaggio disperso per presenziare il funerale di una sorella morta.Da qui in poi la pellicola è profondamente russa (ed anche sottilmente inquietante) nelle sue ambientazioni – una specie di fattoria imbrattata dal fango abitata da vecchiacce strafatte di vodka –, ma non nello stile poiché le riprese si fanno concitate con un uso massiccio della camera a spalla. Qui la ragazza trova altre due sorelle praticamente identiche a lei con le quali soggiorna nelle baracche. Tra tavole imbandite che mi hanno ricordato quelle di Seven Invisible Men (2005), bambole di pezza senza più un creatore, e vecchie ubriache che mostrano le tette, le tre sorelle sembrano soffrire questa stramba comunità. Nell’excipit, infine, vengono reinseriti brevemente i due uomini del bar. Poi il canto di una donna anziana sancisce la conclusione.

Alcuni commenti in rete interpretano 4 attraverso una chiave socio-politica; la Russia del nostro tempo sarebbe un paese senza più certezze (non che noi siamo messi tanto meglio) dove “il davanti” è sempre una labile facciata che nasconde dietro qualcos’altro, e penso ad esempio al tizio che si mette a vendere della carne chiusa per più di vent’anni nella cella frigorifera.
Ogni atto ermeneutico è legittimo di fronte a questo lavoro pressoché indecifrabile. Chi scrive non ci ha nemmeno provato, ma ha voluto ugualmente parlarne perché i discorsi intorno a un film sono inesauribili al pari dell’amore che si ha nei confronti della settima arte, al quale 4 si iscrive comunque doverosamente, con la necessità di altri sguardi. I vostri.

lunedì 14 marzo 2011

Nails

Con ogni probabilità Andrey Iskanov non è esattamente il tipo di fidanzato che le mamme vorrebbero per le proprie figlie. Nulla da dire su ciò che è, magari parliamo della persona più pacifica del pianeta, chi può dirlo!, ma se si guarda quel che fa, beh, qualche dubbio sulla sua bontà sorge spontaneo. Dire che Iskanov sia un regista horror è parecchio riduttivo perché quando pensiamo a tale categoria i nomi che ci vengono in mente appartengono ad una certa élite famosa al grande pubblico, invece questo autore naviga nelle oscurissime acque del cinema underground, talmente autoprodotto e autogestito da lasciare nei titoli di coda il proprio indirizzo e-mail in caso lo si volesse contattare. Certo, di registi del (e di questo) genere ce ne sono un sacco: Fred Vogel, Olaf Ittenbach, Andreas Schnaas, Jörg Buttgereit o Lucifer Valentine giusto per citare i più famosi nell’universo low-budget, ad ogni modo Iskanov stuzzicava a priori il mio palato per due motivi: primo perché nel 2008 ha girato un film-apocalisse della durata di 4 ore e 15 minuti dal titolo Philosophy of a Knife, e secondo perché a differenza dei colleghi sopraccitati la sua patria natale è fonte di grandissimo interesse.

Ovviamente c’è una distanza assiderale tra la cinematografia metafisico-esistenziale dei registi sovietici e quella proposta da Iskanov che per vigoria complessiva è paragonabile ad una prolungata scossa elettrica, tuttavia a film ultimato mi pare di aver trovato ciò che era lecito attendersi, ossia un tipo di cinema che poggia le fondamenta sulla violenza e che edifica il proprio credo in un susseguirsi di visioni psichedeliche totalmente fuori di testa e dall’ordinario. I punti di riferimento citati da IMDb sono due capisaldi: Eraserhead (1977) e Tetsuo (1988), evidentemente il paragone è difficile e non tanto per una questione di denaro perché penso che nemmeno Lynch e Tsukamoto navigassero in un mare d’oro al tempo degli esordi, piuttosto per una contestualizzazione temporale che vede Nails (2003) arrivare inevitabilmente dopo e decisamente tardi rispetto alle opere di cui sopra, perciò si può affermare che molto era già stato detto e l’essenza di questa pellicola assume connotati un po’ derivativi. Ma Iskanov riesce comunque ad evidenziarsi per un uso massiccio del comparto sonoro curato da lui stesso capace in alcuni frangenti di dare un’aura terribile e straniante alla storia. Se si trattasse di un film più “accessibile” andrebbe sottolineata l’invadenza che la musica ha nel contesto, ma trattandosi di un esordio e di una produzione (pe)n(s)ata per un circuito lontano dalla logica del tornaconto monetario la prendiamo così com’è al pari degli SFX (anch’essi creati dal regista) molto alla buona soprattutto nei piani in dettaglio della fronte trapanata sostituita da un bambolotto di cartapesta. Si annotano inoltre dei continui flash computerizzati dall’aspetto rozzo ma caleidoscopico, e l’importanza al colore trova concretizzazione nella deriva alienante del serial-killer che si accompagna ad una graduale esplosione di tonalità che riempiono lo schermo: si parte dal bianco e nero per giungere ad un arcobaleno schizofrenico grondante sangue e materia cerebrale.

L’opera successiva è Visions of Suffering (2006), che già dal titolo non promette niente di buono.

sabato 12 marzo 2011

Ploy

Di certo Last Life in the Universe (2003) rappresenta uno spartiacque nella filmografia di Ratanaruang. Prima di questo film le sue opere avevano un’impalcatura contenutistica più “leggera” che sconfinava spesso nella commedia pur mantenendo un convincente legame con tematiche più seriose (penso all’ottimo 6ixtynin9, 1999), dopo Ruang rak noi nid mahasan invece, gli interessi di Pen-Ek si fanno più “adulti” virando nettamente verso uno spiritualismo di matrice tipicamente orientale. Dalle storie di mafiosetti e loschi traffici si passa ad una radiografia dei corpi umani, intima, interna, senza però lasciare da parte un gusto cinematografico sempre di prim’ordine.

Se con Invisible Waves (2006) dicevo che il percorso filmico di questo regista aveva una notevole coerenza interna, Ploy (2007) rafforza tale concetto dando vita a un flusso artistico che magari non sarà ai livelli di Tsai Ming-liang ma che comunque si difende con onore.
Andando ad analizzare la sinossi, si può subito notare che l’arrivo in Thailandia da parte della coppia è dovuto alla morte del nonno. La morte penekkiana comporta sempre uno spostamento, che sia di immigrazione o di emigrazione non ha importanza, ciò che noi vediamo sono anime che partono (o stanno per farlo) e arrivano, con lugubri fantasmi sulla coscienza. In passato il regista aveva reso iconografica la morte rinchiudendola all’interno di bauli o tavolini tombali, qui non si assiste a nessun omicidio, non ci sono pallottole che esplodono e nemmeno sangue che cola via, eppure Ploy è probabilmente il film più drammatico di Ratanaruang perché è, nei limiti, molto aderente alla realtà del nostro tempo.

Non verrà rappresentata, meramente, la fine di una vita, ma qualcos’altro arrivato al capolinea c’è, e non è altro che l’amore. La coppia ivi immortalata vive una relazione che arranca, i due non dormono più insieme e si vedono poco perché l’uomo è oberato dal lavoro, inoltre lei ha con ogni probabilità rinunciato alla carriera da attrice per seguirlo in America e ciò l’ha fatta sprofondare nell’alcolismo. Nonostante l’algida tecnica dell’autore thai il dramma che lentamente scivola sullo schermo è ad una rielaborazione degli elementi tanto potente quanto convincente.
La goccia che fa tracimare un vaso già in bilico di per sé è questo peperino di nome Ploy, ragazzetta di cui non si sa nulla ma che in salsa pasoliniana e miikiana smuove la morale e strappa letteralmente via quella finta patina sentimentale che tiene incollate permododidire due persone che non si amano più. Una volta separati però si accorgono di come essere soli sia sempre peggio che stare insieme per finta, lui piange nella doccia, lei viene violentata da uno sconosciuto. Il finale che riconcilia appare più come una resa, un adeguarsi, un assuefarsi, quando l’uomo dice di amarla lei risponde che quella ragazzina era abbastanza bella.

Ma parallelamente allo scorrere della vicenda si assiste frammentariamente ad un incontro passionale fra la cameriera dell’hotel in cui i protagonisti soggiornano e il barista dello stesso.
Se da una parte abbiamo un legame sfilacciato dall’altra assistiamo a due corpi che si annodano voracemente in cui magari non vi sarà dell’amore con la A maiuscola, ma almeno attrazione, calore, ardore. Quest’altra coppia è l’antitesi di quella protagonista, loro sono i fantasmi di un sentimento ormai perduto, Ploy dirà di averli sognati, e infatti resteranno una chimera irraggiungibile.
Eyes Wide Shut miniaturizzato in chiave thai, splendido.

venerdì 11 marzo 2011

Lost in Beijing

Pechino. Il padrone di un centro per massaggi approfitta sessualmente di una delle sue ragazze ubriaca persa. Poco tempo dopo si viene a sapere che la ragazza in questione è rimasta incinta, così suo marito, che tra l’altro aveva assistito allo stupro, ricatta il boss chiedendogli del denaro.

Brevemente.
La regista Yu Li (o Li Yu, chissà) attua una scelta tecnica di rilievo, essa abbandona quasi totalmente ogni variazione di campo in favore di un uso continuo della macchina a mano che segna tutto il girato in costante dialogo “corporale” con gli attori. Lost in Beijing (2007) è un film che fa della dinamicità il proprio carburante, il long take, quanto mai short, ne diventa la concretizzazione.
Per quanto concerne la storia raccontata siamo in presenza di un’intersecazione di generi partendo da situazioni simil-erotiche (l’amplesso sotto la doccia) a parentesi comiche (la gara per essere il papà del bimbo con il boss sugli scudi) fino a squadernare la vera essenza, ovvero quella di un testo inzuppato nel sociale con la rappresentazione scenica di due ceti a confronto, della povertà e del lusso (l’antitesi fra le case delle due coppie), della mancanza e dell’opulenza (chi vende il proprio amore per un po’ di soldi, e chi tenta di comprarlo da una prostituta).
Alla fine il cocktail è digeribile senza però lasciare tracce significative.
Più che altro appare buffo come la Cina abbia maltrattato questo film – censure, tagli, minacce agli autori – il quale non mostra nulla che non possa accadere anche al di fuori di questo paese, come dire, la Cina è veramente vicina.
Molto belle le musiche.

mercoledì 9 marzo 2011

Non è ancora domani (La pivellina)

IERI

Non è ancora domani perché il domani non conta.
In un grumo di roulotte nascoste da usurati cartelloni elettorali la vita scorre sul momento, e la premiata ditta Covi-Frimmel la riprende così com’è: estetica zero, aderenza assoluta alla realtà: nei nomi, gli stessi di battesimo, e nelle componenti della diegesi: solo luci naturali, sonoro in presa diretta, ambienti contestualizzati, attori non-attori, camera pedissequamente traballante appiccicata ai protagonisti. La semplicità è cinematizzata.
Non si pensa a quello che deve venire, c’è un circo itinerante, il circo più triste del mondo da mantenere (ma sono divertenti i circhi?). Mussolini è una statua di cera pelata, l’educazione scolastica in questa porzione urbana è pressoché superflua, molto meglio impratichirsi nel fare a botte senza però dimenticarsi di rispettare l’avversario, i colpi a terra non valgono. I soldi sono pochi, pochissimi, ma è meglio vivere giorno per giorno.

OGGI

Non è ancora domani perché il domani è oggi.
Patty cercando il proprio cane trova un confettino rosa che dondola sull’altalena. Sotto un cielo umido che mai lascerà passare un raggio di sole, la luce arriva in 60 centimetri di tenerezza che la famiglia allargata si mette amorevolmente e materialmente sulle spalle. Un dono del cielo (ma non quello che li sovrasta) senza parola, ma con una verità incontrovertibile che solo i bambini possono avere, e che questo cinema, nei limiti, fa sua diventando un’arte povera (/semplice) e, meraviglia del paradosso, allo stesso tempo ricca, raccontando come anche nelle succursali del nostro genere, anche nei reietti, anche in una donna vecchia, così viene detto, sgraziata e dai capelli fucsia, vi sia ancora un sentimento di benevola prossimità, dell’accettare, del dividere e non del condividere.
Non è ancora domani perché il domani è Asia, o Aia, lei ha il futuro davanti a sé, lo si dice nel brindisi in suo onore, lei sarà una piccola grande speranza vestita, appunto, di verde, lei sarà il domani.

Neo-neorealismo del nuovo millennio. Cambiano alcuni aspetti ma la miseria sempre miseria è. Per fortuna anche l’umanità, o quel poco che ne rimane, e “stranamente” per ricordarcelo abbiamo dovuto attendere due registi che battono bandiera austriaca, ma guarda un po’.

lunedì 7 marzo 2011

The Troll Hunter

Potremmo dirgliene quattro a questo regista norvegese di nome André Øvredal partendo dal fatto che suggerire smaccatamente la veridicità di un mockumentary con le solite frasi “… abbiamo ritrovato questo filmato… gli autori del video sono scomparsi nel nulla…” può provocare l’effetto inverso, ovvero una sensazione di estesa impossibilità del reale – ricordate Il quarto tipo (2009), beh spero di no! –, potremmo dirgli inoltre che nel girare un falso documentario si va incontro a situazioni in cui lo spettatore deve ricorrere ad una sospensione dell’incredulità per convincersi che di fronte a situazioni di estremo pericolo un eroico cameraman tenga sempre e comunque l’attrezzo accesso e che una bella microfonista brandisca anche quando se la dà a gambe l’asta del microfono, potremmo fargli notare poi che alcuni snodi narrativi risultano parecchio artefatti, come credere che l’unico cacciatore di troll in tutto il paese accetti di essere seguito da 3 sbarbatelli? No, dài, l’insoddisfazione lavorativa di Hans non mi sembra un buon motivo anche se sarebbe piuttosto divertente (terreno fertile per i sindacati, in fondo), che dire poi dell’entrata nella miniera che appare come la mossa più sbagliata da fare in un luogo calpestato da ottusi giganti che non possono stare al sole?, potremmo infine suggerirgli che alcuni particolari ad un’analisi coerente non funzionano granché, tipo che una volta pietrificati le macerie dei troll non passerebbero proprio inosservate, cosiccome alla base di tutto può sorgere l’interrogativo: ma un mostro alto 50-100 metri dove accidenti può rifugiarsi di giorno?

Certo, potremmo puntare più volte l’indice nei confronti dell’opera di Øvredal, tuttavia si tratta di questioni lanacaprinesche sulle quali si deve soprassedere perché, cazzo!, questo film ci mostra dei troll grandi quanto palazzi, troll brutti e puzzolenti, troll che mangiano pecore, troll che sgranocchiano esseri umani, troll che distruggono, dormono e scoreggiano… in una parola: una figata! Grazie ad una mission più leggera e scanzonata rispetto ad altri docu-fake a loro modo comunque meritevoli (mi riferisco a streghe nel bosco e simil-zombi spagnoli), The Troll Hunter (2010) conquista con facilità irrisoria l’attenzione di chi guarda grazie all’oggetto preso in esame che gira al largo del classico bestiario fantastico, soprattutto per noi popolazioni latine, suscitando curiosità verso questi Gremlins troppo cresciuti e riducendoci a bambini che vogliono sapere appesi alle labbra di un cantastorie armato di cannone fotonico Ghostbusters-style, come nelle favole: e poi che succede? E poi, e poi?. E questo cantore è tratteggiato nel modo migliore, duro e silenzioso – ricordate il James Wood di Vampires (1998), beh spero di sì! –, un uomo ubicato nel luogo giusto alla circostanza adeguata ma scevro di supereroismi a stelle e strisce, insomma: un grande, d’altronde come definire un tizio così che per attirare uno dei bruti spara dall’altoparlante della sua jeep canzoni religiose, perché, va ricordato, i troll fiutano l’odore di chi crede in Dio (genialata)?
Personaggio azzeccato in pieno dunque, ed anche il contenitore mockumentary, a conti fatti, appare soddisfacente per la capacità che ha di non esplicitare troppo i contenuti e per offrire scampoli di leggera tensione quando le riprese si fanno concitate.
E poi c’è da sottolineare che le ambientazioni sono davvero da favola (il tutto è stato girato tra i fiordi disseminati sul versante atlantico della Norvegia) grazie a scenari incontaminati di cristallina bellezza che hanno messo a dura prova gli attori a causa del rigido clima.

All’insegna della doppia D: difettoso e divertente, ma è convinzione di chi scrive che alla fine prevarrà la seconda caratteristica, e tanto.

domenica 6 marzo 2011

Ratanewrang

Oh-oh-oh.
Headshot, il nuovo film di Pen-Ek Ratanaruang.

sabato 5 marzo 2011

Sexual Dependency

Il titolo e la locandina sono estremamente fuorvianti. Lo spettatore che si appresta alla visione di Sexual Dependency (2003) sperando di rintracciarvi al suo interno contenuti pruriginosi, deve invece fare i conti con un esperimento visivo molto ma molto curioso. Il primo film di Rodrigo Bellot, regista boliviano che neanche 5 anni dopo collaborerà con Soderbergh per il dittico sul Che, è costituito da uno split screen permanente che fraziona lo schermo per (quasi) tutta la sua durata.
Dunque si ha una superficie focale raddoppiata rispetto alle consuete produzioni cinematografiche, e quello che bisogna chiedersi è se questa moltiplicazione delle sorgenti di visibilità è realmente funzionale o se crea solo della confusione.
All’inizio non è semplice entrare nel meccanismo vista la scarsa dimestichezza che si ha con un espediente così originale. Una volta prese le misure adeguate l’operazione di Bellot appare intrigante e seminale dal punto di vista teorico; siamo abituati che lo sguardo di un attore rivolto oltre la mdp si carica di ambiguità poiché non soddisfa quello dello spettatore creando così un limite tra invisibile e visibile. Con questo film, invece, il fuori campo diventa campo poiché all’attore che guarda si affianca ciò che sta vedendo, e lo spettatore, quindi, vede ciò che vede lui.
La struttura però non è così lineare perché spesso l’altra parte dello schermo mostra eventi non contemporanei a quella che le sta vicino anticipandola o susseguendola in un gioco di incastri rafforzato, soprattutto nella prima parte, da un montaggio che si rincorre autonomamente.

Parlo di prima parte perché il film è diviso in due tronconi anche dal punto di vista diegetico.
La prima (la migliore) ambientata in Bolivia si concentra su un argomento molto caro al cinema, quell’adolescenza turbolenta più volte illustrata. Tuttavia, come anticipato, questo film che ci crediate o no parla poco di sesso, piuttosto evidenzia le dinamiche che sottendono l’atto sessuale. Il quadro è quello di una società, sovrastata metaforicamente dal cartellone pubblicitario di biancheria intima, in cui conta soltanto scopare e dove la dignità di una ragazzina è calpestata dall’ego di un coetaneo che vuole solo aggiungere un trofeo alla sua bacheca.
Il sesso è solo sesso, non c’è niente prima – al massimo un abbordaggio in discoteca per ricucire il proprio cuore irrimediabilmente ferito dalla fidanzata – e nemmeno dopo perché qui non sono storie d’amore ma solo storie. La sessualità è vissuta come competizione, e nell’ottima scena sociologicamente significativa, come accettazione: il branco obbliga il ragazzetto timido ad andare con una prostituta, nonostante egli neghi la sua verginità c’è bisogno di una prova tangibile per far parte del gruppo.

La seconda parte, inserita in un contesto leggermente più adulto dove si inquadra la storia di un modello gay in America, perde di potenza perché il giochino estetico inizia un pochino ad appesantire la visione e perché si plasma su alcuni pregiudizi del tipo giocatore di football uguale a palestrato uguale a latin lover uguale a compagnone uguale a omofobo. Con una sorta di “crescita d’età” la pellicola affronta un tema più difficile come l’omosessualità unita ad uno stupro di gruppo - in cui per la prima volta lo schermo si fa unico (ma con un formato ridotto) - in grado di riservare una notevole sorpresa grazie al montaggio che nuovamente, però in maniera diversa, si rincorre.
Questo duplice occhio ci mostra in sostanza non chi dipende dal sesso, ma chi non si riesce a difendere da chi ne abusa. Non ci sono vincitori, solo vittime. L’espressione dei protagonisti che alla fine ci vengono riproposti è la stessa per tutti, sono solo ciglia bagnate, silenzi attoniti, bocche che si aprono per vomitare. Nient’altro.

In definitiva, una rarità che non va e non deve essere sottovalutata. Bellot lascia ad altri il compito di stuzzicare la platea che credendo di andare incontro ad una storiella eccitante si troverà invece alle prese con un’opera ambiziosa e in parte anche riuscita. Molto in parte, direi.

Qui sotto c’è una parte estrapolata dal finale.

venerdì 4 marzo 2011

Grimes!


Grimes è una ragazza canadese di 23 anni che fa musica. Halfaxa è il suo primo album uscito a settembre 2010. Io lo sto ascoltando da un po’ e se devo essere sincero lo trovo davvero buono.

giovedì 3 marzo 2011

L'umanità

È evidente una stretta continuità fra L’età inquieta (1997) e L’umanità (1999).
Nei primi 50 minuti i tre personaggi che popolano la vicenda, ovvero il poliziotto Pharaon, la vicina di casa Domino e il suo ragazzo Joseph, sembrano la riproposizione nell’adultità dei ragazzini del precedente film. Le loro 3 vite si fanno all’incirca una sola avente come comun denominatore quello della noia, delle gite alla spiaggia in una giornata fredda, del sesso che è solo sesso senza il minimo sentimento.
Anche il paesaggio urbano è identico a La vie de Jésus con quelle strade deserte, percorse questa volta da silenziose biciclette invece che da roboanti motorini, e casette tutte omologate visivamente monotone come l’esistenza di chi le abita.

Bruno Dumont riprende dunque le fila del suo esordio, ma questo è solo il punto di partenza.
La crescita fra i due film, che per molti potrebbe anche essere considerata una decrescita, sta nell’ offrire allo spettatore una pellicola che abbandona l’idea di farsi mezzo-denuncia per inoltrarsi totalmente nelle pieghe, già piuttosto lampanti due anni prima, del cinema autoriale.
L’assassinio con relativa violenza sessuale ai danni di una bambina è il MacGuffin che il regista francese utilizza per imbastire una storia che non toccherà mai le canoniche procedure di investigazione, andando invece ad occuparsi psicologicamente di quella “materia” che dà il titolo al film, ma più che concentrarsi sulla sua presenza, ne mostra la preoccupante assenza.

O meglio, il titolo così brachilogico trova concretizzazione nel protagonista principale, uno straordinariamente dimesso Emmanuel Schotté che attore lo è stato solo in questo film e in nessun altro. Lui, un uomo piccolo, timido, ancorato e sollevato dalla terra che abbraccia e coltiva con amore, affascinato dalla natura che si distende oltre le finestre, che rifiuta il pube di Domino sbattutogli in faccia, un uomo così insignificante, posto in un paesino ancor più miserabile, contiene in nuce un tesoro di inestimabile valore frutto di un percorso di sofferenza (la morte dell’amata e della figlia) e reciproca alienazione (lui sempre più lontano dagli altri, e gli altri sempre più lontano da lui), che lo fanno diventare una figura misericordiosa, caritatevole, biblica.

Il minutaggio complessivo, quasi due ore e mezza per la versione uncut, non agevola la fruizione di un film come questo dove Dumont, al pari di molti maestri passati ed anche contemporanei, (e)stende un velo anestetizzante sulla storia in cui è ravvisabile quella che è stata definita dai critici “una certa pedanteria intellettuale”.
Ma nell’ottica artistica L’umanità ha una dimensione ragguardevole visto che l’intento dell’autore è quello di proporre nella nostra contemporaneità un uomo quasi messianico in grado di redimere il mondo, in questo caso una piccola comunità, la quale però si intuisce ha valenza universale.
Quindi l’impegno del regista nel voler edificare una tale storia, e quello dello spettatore che deve entrare nell’ordine di idee per cui questo film NON è un’indagine sulla morte di una bambina, convergono in un’unica direzione: il cinema di Dumont, che per quanto indigesto sia va affrontato.
E alla fine, forse, anche noi sorrideremo come Pharaon nel commissariato-Golgota, ammanettato per il bene di un’umanità allo sbando. Perché se è vero che Dio si è fatto uomo per salvarci, adesso è venuto il momento di ricambiare il favore.

martedì 1 marzo 2011

Invisible Waves

Una donna uccisa e (forse) fatta a pezzi.
Un uomo che vive in un paese straniero.
La criminalità che fa da sfondo alla vicenda.

Il cinema di Ratanaruang ha una forte coerenza interna (ma anche esterna, penso all’eterogeneità della troupe) che non si riferisce soltanto all’utilizzo dei soliti attori, qui ritroviamo Tadanobu Asano, ma in modo specifico a dei topoi narrativi che ritornano con investente potenza simbolica.
Un omicidio, e quindi una morte, mette in moto tutto il meccanismo che andrà a sorreggere materialmente il film come accade in 6ixtynin9 (1999). Ciò che noi vediamo è un uomo in viaggio perseguitato da strani incidenti che forse incidenti non sono, ma quello che in realtà sentiamo va aldilà della mera impostazione crime che il film ha. Se è vero che il protagonista è l’esecutore per conto di un boss, e che quindi la sua partenza verso Phuket segnata da ambigue coincidenze [1] dovrebbe stimolare l’Angela Lansbury che è in noi, quello che invece la pellicola suscita è una sensazione di distacco dalla realtà diegetica, ovvero dalle implicazioni/motivazioni dell’assassinio, in favore di una riflessione, l’ennesima e comunque sempre necessaria, sull’esistenza (“so cosa c’è fuori: la guerra”) che quindi pone un velo di classica spiritualità orientale sulla storia.

Il plot a ben vedere è piuttosto esile se si pensa che è stato spalmato su una tartina lunga due ore. Il fatto che vi sia qualche zona scoperta passa però in secondo piano se confrontata all’eleganza che Pen-Ek riesce a donare al suo lavoro. Invece di arrovellarsi il cervello su come Kyoji riesca, per esempio, a ritornare a Hong Kong, è meglio gustarsi lo stacco del montaggio: inquadratura immobile sul mare disegnato dalle onde. Cosa è successo? Non ha importanza, come non la ha una regolazione di conti quanto mai buffa e anti-genere controbilanciata da un finale che lascia parecchi interrogativi.
Insomma, vedere Invisible Waves cercando di capire i passaggi concreti della pellicola è un’operazione riduttiva, meglio viaggiare sui soliti binari dell’estremo est che trasportano in mondi oltre e soprattutto altri. Le lente carrellate laterali ostruite, spesso, da muri invalicabili (certe cose restano invisibili) coadiuvate dalle preziose ambientazioni di Christopher Doyle proiettano in una dimensione cinematografica di sconfinata bellezza a cui comunque non manca un significato.
Magnetico.
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[1] L’uomo che sulla nave si ostina a dire di essere stato un suo compagno di classe a Osaka è un aggancio a Last Life in the Universe (2003).