lunedì 31 gennaio 2011

Heaven's Heart

Non c’è niente da fare, Simon Staho riesce sempre a sorprendere.
Un anno dopo Daisy Diamond (2007), capo d’opera dell’autore e monumento cinematografico con cui la critica dovrà fare i conti prima o poi, era lecito aspettarsi chissà quale virtuosismo da parte del regista danese, invece Himlens hjärta è un film, per trattarsi di Staho, incredibilmente classico, senza peripezie metatestuali né sperimentazioni varie. La punta del compasso viene fissata su due coppie di mezza età in crisi matrimoniale, e il cerchio che esso disegna racchiude in sé le innumerevoli insicurezze di un rapporto ventennale ormai logoro caratterizzato da desideri notturni e tradimenti reali.

Non è la stasi generale che sorprende, sarebbe folle dimenticarsi di Dag och natt (2004) e del suo gemello Bang Bang Orangutang (2005) dove l’assenza di movimento certifica l’essenza delle due opere, bensì i temi trattati che per una volta non sono particolarmente drammatici (anche se la fine di un amore è pur sempre un doloroso capolinea) né ostentati (anche se l’esibizione stahiana è ben lungi dall’ auto-specchiarsi), tutto ciò comporta uno spiazzamento dettato dalla semplicità globale della pellicola.
Superata l’empasse di disorientamento, con l’inoltrarsi nella storia ci si accorge di come in realtà l’opera contenga alcuni topoi decisivi per la sua riconoscibilità. Aldilà del classicismo che in alcune recensioni viene riportato al cinema di Bergman, si può notare che:

1) non ci sono riprese esterne, lo svolgimento è recintato in maniera totale all’interno delle abitazioni.

2) gli arredi delle suddette sono minimali; pochi quadri, colori soft, luci soffuse.

3) l’attenzione è allora riposta in maniera esclusiva sui 4 attori che avrebbero potuto essere tranquillamente su Marte che niente sarebbe cambiato.

Il punto 1 riporta alla mente il dittico citato all’inizio che si svolge all’interno di un’automobile; ciò che non fa parte del micro mondo raccontato dalla mdp è superfluo. In questo caso la vita oltre le mura di casa delle due coppie viene lasciata all’immaginazione spettatoriale, si apprende qualche informazione e nulla più. Ovviamente per rendere credibili i protagonisti è necessario uno sforzo imponente in fase di sceneggiatura per non rischiare di farli diventare delle sottili macchiette, e la premiata ditta Staho-Asmussen, come al solito, non cade in fallo sull’argomento.
Il punto 2 non va sottovalutato perché una cornice scarna e scarica come quella rappresentata potrebbe alla lunga pesare visto che è praticamente il set di tutto il film. Si sfugge alla possibile noia perché, e qui veniamo al punto 3, le dinamiche relazionali fra i 4 convincono anche il mio scetticismo, perché non avvertire monotonia nel sentire dei tizi che parlano intorno a un tavolo per un’ora e mezza è un’ottima cosa, perché la disillusione dei personaggi è attinente a quella che vige nella nostra società, perché l’adulterio, per una volta, ha poco a che fare col sesso, piuttosto con la voglia di evadere. Merito del regista, ma merito del gruppo di attori che ripresi costantemente dalla vita in su devono sfoggiare tutto il repertorio di mimica facciale che possiedono, con il solito Mikael Persbrandt che sebbene ci offra un’interpretazione sotto traccia sa trasmettere molto aldilà dello schermo.

Un film normale quindi, e forse, alla luce della carriera di Staho anche un film definibile come minore. Non è da sottovalutare a mio avviso, sebbene il tema sia parecchio inflazionato, saperlo maneggiare bene comporta le sue difficoltà che l’autore si lascia abilmente alle spalle.

venerdì 28 gennaio 2011

The Ugly Swans

Una città smarrita da qualche parte in Russia è tormentata da una pioggia torrenziale che non lascia tregua. Le autorità tengono sotto controllo, o forse è il contrario, una misteriosa banda di esseri incappucciati chiamati Aquatters che mirano a educare un gruppo di bambini prodigio. Lo scrittore Viktor Banev si inoltra fra gli enigmi del luogo per salvare la propria figlia…

Lopushansky firma The Ugly Swans (2006) all’età di 59 anni ritornando ai temi così cari abbandonati nel lontano ’89, data in cui girò Posetitel muzeya al quale l’inizio di questo film sembra strizzare l’occhio: un treno che avanza nella notte buia illuminata improvvisamente da fuochi sparsi nella campagna circostante. L’aggancio non solo con il film appena citato, ma anche con il resto della sua filmografia, è la costante rappresentazione di ambienti che sovrastano l’uomo obbligandolo ad un’esistenza ancora più misera di quanto gli toccherebbe. Più che di post-nuke per questo regista è lecito parlare di post-mankind poiché il suo obiettivo affonda il coltello sui residui di humanitas piuttosto che concentrarsi sugli aspetti fantascientifici.

Peccato che in Gadkie lebedi questo affondo non pare interessare troppo a Lopushansky che preferisce articolare l’opera su corposi dialoghi esplicativi in cui la sua regia si svaluta leggermente venendo intrappolata all’interno di ordinari campi/controcampi. Addendum negativo è quella classica sensazione di “giri a vuoto” che Viktor Banev suggerisce a causa di una preponderanza data ai fatti in superficie – gli Aquatters, i bambini, il clima – dai quali non si ricava niente che non viene già detto, piuttosto che la componente sottotestuale – la paura degli umani verso quegli strani esseri che sfocia in un massacro, la sottomissione dei bimbi di fronte a una forma di potere – da sempre il miglior combustibile per camminare nel film.

Certo certo, l’ambiente ricreato sul set è una goduria per gli occhi con quel costante e straniante alone rosso che aliena la cittadina. Esteticamente la pellicola viaggia che è un piacere e non riesco nemmeno a immaginare lo sforzo immane di recitare e riprendere tale atto sotto un diluvio che avrebbe fatto invidia a Noè, tanto che in una scena vediamo due attori pranzare in un ristorante completamente allagato (citazione a Dead Man’s Letters, 1986). Guai, poi, a dimenticare i costumi degli Aquatters fatti di un’inquietante semplicità e fortunatamente allontanati da un qualsiasi spiegazionismo, tuttavia da un regista al top della maturazione e con una formazione e un curriculum alle spalle di tutto rispetto credevo e speravo in un’opera migliore.

mercoledì 26 gennaio 2011

Fun Bar Karaoke

Spesso, quando si parla di un’opera prima, c’è la tendenza a ravvisare nel suddetto esordio, a volte a torto a volte no, gli stilemi che caratterizzeranno l’autore preso in esame. Vuoi per pigrizia, o per una pellicola come Fun Bar Karaoke (1997) che appare semplice (ma non semplicistica!), sarà quello che farò sinteticamente anche io. L’anima artistica di Ratanaruang è divisa in due tronconi, il primo, corrispondente a tutti i suoi lavori precedenti Last Life in the Universe (2003), è connotato da storie adagiate su uno scheletro gangsteristico nel quale si amalgamano piacevolmente comicità e dramma. Dopo il film del 2003 il registro cambia e Pen-Ek mette in moto un processo di complessificazione che rende il suo cinema molto più sospeso, disancorato dalla materialità delle storie precedenti per sondare con tocco metafisico le problematiche umane, e ne è d’esempio il (finora) punto più alto della sua filmografia: Ploy (2007).

Ecco che in questo film ritroviamo in forma embrionale i due assi portanti che hanno caratterizzato la visione di Ratanaruang. La vicenda del padre fannullone invischiato in un guaio più grosso di lui scatena una serie di dinamiche simili a quelle future, su tutte il legame fra un carnefice e una vittima (accadrà anche in Invisible Waves, 2006) giocato sul ribaltamento dei ruoli – lei intraprendente e lui timido come quasi tutte le figure maschili del regista thai –, e della purezza sentimentale – impressione del tutto personale ma riscontrabile, sempre a mio modo di vedere, anche in Love Song (2001) –.
Appaiata alla questione meramente crime, viene rappresentata in maniera seminale la tendenza di Pen-Ek a sconfinare nel sogno, o perlomeno di dare allo spazio onirico un ruolo di primo piano. I sogni della protagonista in cui rivede la madre deceduta fungono da piccole parentesi pregresse atte a gettare le fondamenta di un viaggio che solo recentemente ha trovato il suo punto di massima ampiezza (e conseguente rarefazione): Nymph (2009).
Che dire di altro, ah! Si riscontrano due bloopers non male; trattasi in entrambi i casi dell’asta a giraffa del microfono che sborda dall’inquadratura. La prima appare nel bagno del locale mentre la seconda sopra la testa della figlia nei minuti finali. Due sviste dilettantesche per un regista che in futuro si dimostrerà Autore vero.

Un grazie doveroso a Einzige senza il quale non avrei mai potuto vedere questo film.

lunedì 24 gennaio 2011

Help Me Eros

Bentornati in un mondo di persone sole dove i valori si identificano con gli oggetti, con le televisioni, con le borsette Louis Vuitton, con le automobili, con il cibo cucinato e ancor prima ucciso, con le piante di erba, con una lotteria irraggiungibile.
Bentornati in un mondo dove l’amore si può comprare sotto casa, dove Eros è lontano chilometri non percorribili dagli improbabili amanti che consumano l’atto amoroso, pardon, l’atto sessuale in piedi, in un equilibrio quanto mai precario, oppure in orge dove corpi forgiati dal nichilismo si avvitano fra loro come fossero anguille (!).
Bentornati in un mondo in cui non si riesce a parlare, in cui le glaciali distanze sono falsamente ridotte da aggeggi futili come il cellulare o MSN (chi è quella cicciona?) che attuano un processo di idealizzazione fra gli interlocutori ovviamente smentito dalla realtà dei fatti.
Bentornati in un mondo senza Dio, senza una stella in cui credere, senza una speranza: la marijuana è Dio e la sua parola serve solo per farla crescere o per redimere senza possibilità di riuscita un uomo sull’orlo del precipizio.
Bentornati a Taipei, l’ombelico sporco di un mondo altrettanto sporco.
D’obbligo, ma anche no, affiancare temporalmente la carriera registica di Lee Kang-sheng a quella d’attore per Tsai poiché si può provare a intuire un doppio filo che lega i due ruoli, magari attraverso delle apparenti coincidenze, tuttavia nel cinema di Tsai e Lee nulla sembra accadere per caso. Sospinto dal fatto che The Missing (2003) originariamente doveva avere, e comunque a prescindere dalle variazioni successive HA, elementi accomunabili con Goodbye, Dragon Inn (2003), ecco che sezionando Help Me Eros va analizzata in primis la data: 2007. Un anno prima l’attore era stato il solito Hsiao-Kang in I Don't Want to Sleep Alone, e cosa succedeva alla fine di questo gioiello? Succedeva che una nube di fumo abbracciava Kuala Lumpur in una sorta di indimenticabile, in senso cinefilo, olocausto. E qui troviamo Kang-sheng intento a soffiare il fumo dei suoi spinelli sui visi delle donne che incontra in un afflato mortale non troppo diverso dalla nube apocalittica del film precedente. Inoltre nella pellicola di Tsai, Lee ricopriva un duplice ruolo accomunato da un’attenzione curativa nei confronti dei due personaggi, in una parola lo aiutavano. Il Lee di Help Me Eros, e lo si capisce già dal titolo, invoca un aiuto (s’intende anche dall’indirizzo mail) tra l’altro a una “divinità”, ossia un’entità che non troverebbe posto in un mondo dove l’amore non esiste.

Poi al livello formale la pellicola è costruita nello stesso modo delle precedenti; c’è l’occhio di bue che illumina la figura centrale interpretata dal regista stesso, alla quale si affiancano altre piccole ma significative storie che hanno la magnifica qualità di intrecciarsi con la vicenda portante in maniera naturale senza bisogno di forzature, e spesso senza l’uso di parole. La sottostoria è ivi rappresentata dalla donna grassa; appena compare nulla si sa su di lei, a parte che ha un marito fissato con la cucina. Subito scatta una molla nello spettatore che ha visto nella tv di Lee un programma culinario, e allora si capisce che queste persone hanno qualcosa in comune.
E poi si arriva al finale che fa collimare con precisione aritmetica le strade percorse durante la proiezione (e anche se non la fa chissenefrega). Trattasi di vere e proprie ciliegine su torte ghiottissime, e pure qua la conclusione ha la sua immagine dolente: un uomo in bilico che funge da sinonimico per un’umanità non messa granché bene. E quando di lui rimangono foglietti della lotteria fluttuanti nell’aria, è meglio tacere per poter Riflettere.

In parole povere, anche questo film si incastra nel puzzle tsaiano della solitudine, e ne consegue che una visione asettica, ovvero priva di conoscenza sul maestro taiwanese, non ne farebbe apprezzare in pieno il valore che in realtà ha. Se invece credete come me che Tsai stia scrivendo la storia del cinema contemporaneo, i film del suo allievo sono degli ottimi spin-off che arricchiscono un’opera omnia preziosa come poche altre nella nostra epoca.

venerdì 21 gennaio 2011

Symbol

La prima cosa (tremendamente banale) su cui mi viene da elucubrare è l’originalità di Symbol (2009). Penso e ripenso alla sua struttura bipartita: lo zenit è il Messico afoso e impolverato dove un wrestler si prepara ad un incontro di lotta, il nadir è la stanza conica e bianca dove è misteriosamente intrappolato un uomo dal pigiama improbabile.
Il film alterna i due ambienti che non hanno un legame logico, il quale si spera che si palesi nel finale per compattare questa duplice anatomia. E ce la fa l’opera ad avere un senso attraverso il suo nonsense, a legittimare la presenza del Messico affiancata ad un non-ambiente e viceversa? Mmm, a mio avviso non del tutto, e cercherò di spiegarlo.

Ciò che cattura immediatamente sono le peripezie dell’uomo col pigiama all’interno della sua prigione che per brevi tratti mi ha ricordato quella della mitica serie televisiva Il prigioniero.
L’ingegnosità del regista Hitoshi Matsumoto, che si avvale di un massiccio uso di computer grafica, è straripante per un continuo avvicendarsi di trovate esilaranti (fa sorridere di come il protagonista, lo stesso Matsumoto, si danni l’anima nel cercare una via d’usicta), geniali (i pensieri dell’uomo traslati in fumetto) e dissacranti (gli interruttori non sono altro che pisellini con tanto di scroto appartenenti a innumerevoli cherubini). Tutto supportato da un notevole sforzo tecnico che con sapienti movimenti di camera riesce a spaziare in quello che probabilmente era un semplice tappeto bianco circondato da pannelli green screen.

Dunque l’attenzione si concentra tutta qui. Tuttavia si vorrebbe giungere ad una spiegazione plausibile della presenza di quel lottatore messicano, sebbene comunque visto il tenore della pellicola una delucidazione coerente non era lecito attendersela. Allora permane una sana curiosità di capire in che modo il regista voglia e riesca a congiungere le due vedute così incredibilmente lontane. E quando ciò viene illustrato si rimane con un po’ di amaro in bocca. Lo scioglimento non è all’altezza delle premesse, ed anche il finale in cui paradossalmente si assiste ad una lunga, lunghissima a quanto pare, risalita (una ri-nascita forse?), Symbol invece “precipita” in un piccolo delirio di onnipotenza che riesce a giustificare tutto l’immane castello edificato da Matsumoto con il minimo sforzo possibile. Ma d’altronde credo sia questa la tesi del regista: una comica formazione (vi è difatti la suddivisione apprendimento pratica e futuro), corroborata dalle angeliche presenze, di un qualche dio che capisce pian piano di potere tutto, dall’allungare il collo di un wrestler, ad incendiare un concerto rock fino all’elezione di un presidente americano e alla detenzione degli elementi naturali. È una soluzione narrativa troppo semplice che potenzia il lato estetico ma al contempo sminuisce pesantemente quello del raccontato e della sua coerenza.

Peccato, resta comunque una visione che ha scampoli di divertimento diverso.

mercoledì 19 gennaio 2011

Burnt Money

Argentina, 1965. Tre banditi rapinano un blindato facendo una strage. Ricchi ma ricercati dalla polizia fuggono in Uruguay dove trovano rifugio in un appartamento abbandonato.

Plata quemada (2000) diretto da Marcelo Piñeyro è un film con degli spunti interessanti che lo rendono un poliziesco (un noir, un crime-movie e chi più ne ha ne metta) decisamente sui generis.
Questo perché il tema del denaro che dà sostanza al titolo e delle azioni anche brutali per prenderlo, proteggerlo e nasconderlo, passano in secondo piano, o perlomeno vengono appaiate da un inaspettato sentimentalismo che assume i contorni di un legame prima di tutto argomentativo nella tesi del regista, e in conseguenza anche diegetico con la relazione omosessuale.
Il fatto che in un film per “duri” dove le figure femminile sono macchiette senza spessore meramente utilizzate nel vero e proprio senso della parola (penso alla donna del Cuervo o alla prostituta di Nene) e dove la corruzione, la droga, l’alcol, la violenza sono elementi indispensabili per definire l’ambiente che racconta, ebbene pare strano che in un quadro del genere si incastri dignitosamente una love story fra due uomini, che sono sì due delinquenti, due assassini, due tossici, due ladri ma anche e soprattutto due amanti.
La peculiarità di Burnt Money è tutta qui, in una scelta controcorrente che nella patria di questo genere, gli Stati Uniti, e in generale nei circuiti più commerciali a mia memoria (comunque fallibilissima) non è mai stata effettuata.

Detto che la pellicola riserva delle sorprese per una duplice natura deviante dall’ordinario, val la pena spendere due parole sull’intelaiatura all’ordine della categoria, ovvero l’aspetto più evidente, quello del crimine commesso e di tutte le dinamiche collegate. A mio parere anch’esso regge, forse con qualche traballamento ma regge; il plot pur senza riservare grandi sorprese sembra convincere, e il presentimento che le cose non andranno a buon fine è rafforzato da due piccoli espedienti di Piñeyro, il quale definendo prima il trio attraverso i giornali “Caos morte e distruzione”, tre fantasmi che distruggeranno loro stessi e non chi li sta attorno, e tagliuzzando dopo una linea della mano di Ángel, quella del futuro, mostra chiaramente un processo di auto disfacimento appena appena mitigato dall’amore fra Nene e Ángel, o forse è proprio il deteriorarsi del loro flirt ad aumentare il carico di drammaticità che ha il suo culmine nel finale laddove l’asserragliamento all’interno della casa circondata da un’orda di poliziotti è il punto più basso, fra parecchi alti, dell’opera perché poco originale e anche poco credibile vista la disparità di forza messa in scena (un esercito contro tre uomini).

Gli attori dimostrano di saper cambiare registro quando ce n’è bisogno, fra i tre spicca Nene (Leonardo Sbaraglia) che senza togliere nulla ai due colleghi è quello che mette in mostra una più ampia varietà espressiva. Il Cuervo (Pablo Echarri) fa il matto per tutta la durata e lo fa bene. Ángel, il personaggio maggiormente complesso, è interpretato dallo spagnolo Eduardo Noriega che finalmente vedo recitare e non vagare sperduto come in Novo (2002).
Oh, il cinema argentino è intrigante assai.

lunedì 17 gennaio 2011

I Saw the Devil

Stordente déjà vu: Choi Min-sik che impugna un martello con feroce espressione. Qualcosa trema, dentro me…

L’ultimo film di Kim Jee-woon è forse (vista la parabola discendente, a mio avviso discutibile, che alcuni critici attribuiscono al cinema sudcoreano) il canto del cigno di una realtà artistica spropositata, gigantesca, oramai già stori(c)a; nell’ultima decade la Corea del Sud ha impresso a forza di poesia e di violenza un solco profondo nella contemporaneità cinematografica, i coreani non hanno inventato il cinema ma di certo vi hanno donato nuove sfaccettature aventi come substrato una sintesi (sublime) mica da poco: quella tra l’Immagine in grado di investire con immane violenza e/o toccante lirismo, e Significato che giustifica la crudeltà e/o l’armonia sfuggendo al compiacimento.È per questo motivo che I Saw the Devil (2010), come puntualmente riportato dalla recensione di Alessandro Baratti (link), è un’opera che cita senza indugi il corollario filmico caratterizzante buona parte della settima arte in Corea del passato recente. Il canale dialogico è spalancato, almeno per ciò che il sottoscritto ha potuto vedere, soprattutto nei confronti del collega Park Chan-wook, poiché questa pellicola, oltre ad annoverare nel proprio cast il già citato (e sempre immenso) Choi, poggia le fondamenta su quel rancore umano, quel ri-sentimento tanto caro a Park: la vendetta.
Proprio il folle maniaco protagonista di questo film cuce un concreto legame con i due personaggi interpretati da Min-sik nell’imprescindibile Trilogia. Al pari di Dae-su in Oldboy (2003) e di Mr. Baek in Lady vendetta (2005), questo martire cinematografico, sempre ricoperto da sangue e vessato da dolorosissime torture, diventa oggetto di un percorso vendicativo dove la giustizia istituzionale è soppiantata dal senso morale, puramente soggettivo, che sceglie cosa fare nella data situazione, e in questa l’assassinio della fidanzata spinge il ragazzo poliziotto ad imporre il proprio tribunale della vendetta, che nei modi e nei termini non sfugge poi troppo al sadismo del mostro che va combattendo.
Ed aldilà delle varie citazioni/riferimenti interni al film, è il rapporto fra il cacciatore e la preda costituito da un progressivo switching role (notare la simmetria della prima foto) a dare sostanza alla pellicola. Citando più o meno direttamente Nietzsche si evince pian piano l’intercambiabilità delle parti che assottiglia molto il confine tra i buoni e i cattivi; per inciso, durante la visione la mia empatia è spesso ricaduta a favore del killer piuttosto che al fidanzato giustiziere, una sensazione personale che gioca a favore del regista (e di chi ha scritto la sceneggiatura) il quale destabilizzando i criteri di parteggiamento disorienta lo spettatore fino alla fine dove c’è da chiedersi se il demonio abbia le fattezze di un ragazzo ben pettinato (mai quanto spietato!) o quelle di uno scapestrato (mai quanto dissennato!) signore di mezz’età, e la risposta rimane sospesa, anche se quella risata sorda nel finale ha un che di sinistramente diabolico.

Il contorno a questa magmatica “relazione” è, neanche a dirlo, esplosivo. Lo sguardo di Kim si fa piroettante, sontuoso, nervoso, regala sequenze memorabili in tutti gli scontri fisici (quello all’interno del taxi è strepitoso) nei quali spiccano istantanee di violenza inaudita, a tal proposito la perforazione del tendine vista in dettaglio vince già il premio come momento più raccapricciante dell’anno.
Ovviamente è una storia che si mette al servizio del cinema di Kim e alla sua spettacolarizzazione poiché guardando alla vicenda con una prospettiva realistica qualche tassello del mosaico si sgretola (una cimice dentro allo stomaco che permette di sentire via etere i discorsi all’esterno? Come ha fatto il killer a sapere dove abitava precisamente la famiglia della ragazza?), tuttavia restano, appunto, sottolineature di carattere razionale e quindi superlue in un film del genere.

… qualcosa ha tremato dentro me quindi, è stata la nostalgia di un déjà vu con la sua sensazione di aver già vissuto quel momento, e forse I Saw the Devil è proprio questo, un possente esercizio di evocazione, una dimostrazione di analessi cinefila.
Noi il diavolo lo avevamo già incontrato, ma rivederlo è stato davvero piacevole.

sabato 15 gennaio 2011

Nothing Personal

Lascia poco spazio alle parole il debutto sul grande schermo dell’olandese Urszula Antoniak che preferisce affidarsi (/abbandonarsi) al cinema del non detto fatto di Immagini cui tocca costruirne il senso.
Le uniche coordinate fornite sono la suddivisione del film in capitoletti; il primo è Solitudine, giusto per battere inizialmente una strada che comunque dovrà essere percorsa dallo spettatore, nel quale vediamo una donna che abbandonata la propria casa in Olanda, e probabilmente abbandonata anche da un marito, nell’istante di uno stacco la si ritrova a vagare per le fiabesche terre irlandesi, al riparo da una tenda ma non dalle sue paure (il camionista che le dà un passaggio non stava facendo niente!).

Il secondo capitolo Fine di una relazione segna il concludersi del “rapporto” fra la donna e la sua solitudine poiché ella incontra un uomo che abita in una casa a un passo dalla terra e a due dal mare. L’occhio di bue stringe su queste due anime ed è un’operazione tanto coraggiosa quanto rischiosa per la regista perché pone alla nostra attenzione la storia di due vite che, detto brutalmente, non hanno niente da raccontare, a parte la loro emarginata condizione.
Il lento avvicinarsi dell’uomo e della donna che per un patto concordato non si chiamano nemmeno per nome ma semplicemente “you”, avrebbe, anzi ha, una cifra universale laddove appunto La donna e L’uomo trasformano la solitudine che segna la loro esistenza in solidarietà, mutuo sostegno reciproco che non viene smielatamene ostentato ma che vive nei piccoli gesti infinitesimali: la colazione del mattino, lo stesso patto di non chiedere nulla all’altro è una via per l’incontro e l’uscita serale al pub è una condivisione di esperienze che forma.

Ma forma cosa? Conclusa la visione di Nothing Personal (2009) non bisogna cadere nel tranello “della storia d’amore” poiché questo film non fa parte di tale categoria. L’amore, comunque reso in una veste contenuta e dignitosa, è la conseguenza di un altro fatto che precede il sentimento: quello del conoscersi, della curiosità umana che si cerca di sottacere non riuscendoci, del bisogno bowlbiano di sentire calore.
Ciò che si forma è perciò un procedimento che porterà la ragazza da una tenda dispersa fra le terre brulle accanto all’uomo: prima nella stessa casa e successivamente nello stesso letto. Tuttavia non ci sarà mai una palese manifestazione del sentimento, l’unico atto che si potrebbe definire amorevole è ripreso nel dettaglio di due mani che timidamente si sfiorano fino ad unirsi con tutta quella forza che la lontananza non ha ancora cancellato.
Ad ogni modo la falsa pista da film romantico che vede quasi sempre nel suo schema fisso un finale segnato dall’unione o dalla disunione, viene seguita anche qui con una forte immagine conclusiva comprensiva di come questa non sia altro che una storia di isolamenti, corroborata dal nome dei capitoli, perché proprio quando la ragazza sta per tornare da sola appare la scritta Inizio della relazione, l’ossimoro è la solitaria relazione.

Tuttavia il lavorare della Antoniak più per astrazione che in maniera concreta veste il film di un abito che non è il massimo della fruibilità, non foss’altro perché o ti chiami Kim Ki-duk, sebbene la sensibilità orientale abbia un taglio del racconto lontanissimo da questo, oppure offrire il palcoscenico silenzioso a soli due personaggi può ridurre l’interesse verso tutta la vicenda dove comunque l’alter ego di Neil Jordan Stephen Rea, e Lotte Verbeek, olandese con l’Irlanda negli occhi (e nei capelli), si fanno ricordare, soprattutto lei.

mercoledì 12 gennaio 2011

Vildspor

Islanda. Jimmy riceve una telefonata nel quadretto idilliaco del focolare domestico: è Ossy, vecchio amico di scorribande che non ha ancora messo la testa a posto.

Strana la carriera di Simon Staho che nel 1998 appena ventiseienne firma questo Vildspor aka Wildside e poi per 5 lunghi anni, che in pratica sono 6 escludendo la mezz’ora (splendida) di Nu (2003), c’è solo silenzio, vuoto visivo. Probabilmente in quel lasso di tempo il regista danese si rimboccò le maniche per diventare un Autore con gli attributi, cosa che qua non sembra essere, poiché Vildspor alla luce dei lavori successivi non raggiunge nemmeno un centesimo della loro bellezza complessiva.

Sarà inesperienza, sarà la mancanza di una mano abile come quella di Peter Asmussen in fase di sceneggiatura, ma il primo film di Staho è di una pochezza che se non si trattasse d’opera prima definirei preoccupante. Si assiste ad una blanda vicenda drammaturgicamente impostata che non ha la minima profondità di pensiero. Teoricamente anche Dag och natt (2004) concentrava la propria luce su delle vicende umane, lo faceva però con modi originali di grande qualità, mentre qui la resa globale è mediocre, soprattutto nella prima parte che vede in scena la rimpatriata degli amici seguita dalla riemersione di vecchie ferite rimaste come tatuaggi sulla pelle, qui il film è una sequela di banalità che se non fosse per le affascinanti ambientazioni potrebbe essere tranquillamente uscito dalla factory hollywoodiana. Nella seconda parte segnata dalla separazione fra i due, la narrazione procede per rimpalli da un personaggio all’altro. Niente di che, ma almeno prende un po’ di ritmo. Tuttavia appare telefonato il modo in cui si spezza l’amicizia (una già sentita storiella di droga che coinvolge un cicciograzianesco boss mafioso) senza dimenticare l’improbabilità del fatto che un tizio svenuto in un vicolo buio venga preso e portato a casa da una ragazza che lo aveva visto di sfuggita qualche giorno prima.

Frammenti di cattiveria by Staho quando il bimbo di Jimmy per poco non ingerisce delle pastiglie di morfina, e quando alla festicciola di compleanno del suddetto figlio fa irruzione nella casa il boss che rivuole indietro il denaro. È comunque una minuscola riduzione in scala di quello che questo regista saprà fare in futuro. Tra l’altro c’è da chiedersi come sia ponderabile che su IMDb a parità di votanti Vildspor abbia una media-voto leggermente più alta di Daisy Diamond (2007) che è addirittura sotto la sufficienza.
Nel finale la delicata voce di Heather Nova sull’aeroplano che sfuma nell’orizzonte è di buon auspicio per lo Staho che verrà.

sabato 8 gennaio 2011

Solo

26 minuti girati nel 1980 come secondo cortometraggio della carriera che segnano anche il suo diploma, 26 minuti che ritagliano uno spazio nei bombardamenti su Leningrado da parte dei nazisti, 26 minuti in cui Lopushansky racconta di un’orchestra decisa a suonare ostinatamente Tchaikovsky, 26 minuti dove il solista di questa orchestra si muove in un ambiente innevato che solo apparentemente è in grado di ovattare la paura. Le bombe non si vedono ma si sentono, la guerra non si vede ma traspare dagli sguardi delle persone; Hitler è una voce lontana eppure così
potente. Un manipolo di uomini in un più nero che bianco “affila” gli strumenti e inizia a suonare.

Silenzio.

Come si diceva in Dead Man’s Letters (1986) l’uomo che cammina è portatore di speranza, anche l’arte lo è. E quindi anche il cinema.

giovedì 6 gennaio 2011

6ixtynin9

Scampoli d’attualità: un’azienda messa in ginocchio dalla crisi economica è costretta a licenziare i suoi dipendenti con un metodo tanto buffo quanto spietato parificabile alla stessa poetica di Ratanaruang. Ne farà le spese la timida segretaria di nome Tum che a causa del numero 9 perderà il lavoro, ma grazie ad un altro numero, il 6, nient’altro che il rovescio di quello precedente, troverà una scatola piena di soldi sul pianerottolo con relativi guai, grossi guai.

Attualità si diceva, anche no a dir la verità. Il secondo film in ordine cronologico del regista thailandese è datato 1999, e allora si potrà parlare di un’attualità contestualizzata in quel preciso periodo storico. Tuttavia la prima impressione che potrebbe suggerire un’impostazione filmica da simil-denuncia viene assolutamente sgretolata dal costruirsi da sé di una vicenda avvolta nelle oblunghe e tentacolari forme del grottesco accompagnate da situazioni più amene controbilanciate da altre maggiormente gravose che globalmente vanno a comporre una pellicola estremamente godibile.

Pellicola che ha il suo fulcro nell’appartamento di Tum (Lalita Panyopas che ritornerà in Ploy, 2007), la quale dopo aver sognato più volte la morte (sua, per giunta) si trova a doverla affrontare a causa di disdicevoli eventi. Veniamo trascinati in un bilocale dove reminiscenze del buon vecchio zio Alfred emergono da quella pozza nera in cui si nasconde l’orrore; il fatto che vi sia un morto nascosto dentro a una panca-tavolino mi ha felicemente ricordato Nodo alla gola (1948) oltre che Last Life in the Universe (2003) dove viene riproposta una situazione identica. E proprio da quello che probabilmente è il film più conosciuto di Pen-Ek si può qui ravvisare un’esponenziale tendenza a invischiare la vita di una persona qualunque con la malavita organizzata made in thai. Per quanto riguarda i delinquenti, non si tratta di personaggi austeri/freddi, certo sono dei killer ma la loro resa pende di più dalle parti delle risa che da quella delle lacrime; con un paragone incerto mi verrebbe da confrontarli alle figurine che calcano le scene dei CAT III hongkonghesi, anche se comunque gli “uomini cattivi” di Ratanaruang hanno uno spessore molto ma molto più convincente. Ad ogni modo sono farseschi nella loro stupidità – le circostanze in cui tutti muoiono è attendibile quanto la puzza di palle! – poiché stereotipizzati al massimo nella scala degli stereotipi viventi.

Ad accompagnare questo bailamme di deliziose canaglie c’è tutta una schiera di personaggi secondari egualmente spassosi e lucidamente incastonati all’interno della sceneggiatura.
La bellezza sta nel fatto che nel suo procedere il film riesce a dare lo spazio necessario a tutti loro. Alcuni sono un gradevole surplus tipo lo spavaldo poliziotto, altri delle chicche niente male tutte da carpire (lo stesso poliziotto si intrufola in casa per stanare due ragazzi che fanno uso di droga per poi vedere successivamente in un fotogramma uno di essi disperato per l’overdose dell’amica), ed altri ancora concretamente funzionali alla storia, vedasi gli impicci della vicina che portano all’esasperazione Tum (splendida la scena “verniciata” di rosso prima del taglio della gamba), e infine, impossibile da non menzionare, il maniaco telefonico protagonista di una gag esilarante con uno sgherro sordo.
Insomma tutto sto popò di materiale umano, tra l’altro protagonista nel finale di un ottimo stallo alla messicana (Tarantino gongolerebbe), trova la collocazione necessaria all’interno di un film dalla struttura solidamente ballerina poiché poco importa se una donna così fragile riesca ad uccidere dei nerboruti omaccioni, se la stessa donna bisognosa di un passaporto si rechi proprio in casa del boss che la sta cercando, e per tutte le altre imperfezioni rintracciabili su cui si può soprassedere grazie alla stuzzicante matrice comica a cui si rifà, la quale contiene, in ogni caso, spilli di goduriosa violenza.

Per che scrive, una delle migliori fusioni fra dramma e commedia di sempre.

mercoledì 5 gennaio 2011

L'amore sospetto

Dopo molti anni Marc decide di tagliarsi i baffi ma nessuno sembra accorgersene.

Certe volte il cinema contemporaneo francese, nonostante sia il portabandiera di quello europeo, mi lascia parecchio perplesso. Sarò io a non capirlo o a non essere sufficientemente erudito per afferrarlo, sta di fatto che sovente mi è capitato di sbadigliare guardando recenti film d’oltralpe a causa di una certa vacuità di fondo. Pur non trattandosi di pellicole aride ciò che mi viene da rimarcare è la maniera in cui vengono proposte che diluisce pian piano fino a perdere il proprio concentrato.
Parlando di Una relazione privata (1999) Pino Farinotti dice “atmosfere francesi che piacciono solo ai francesi”. Ecco, non ho ben chiaro che cosa il critico intenda, ma la sensazione è che abbia più di un po’ di ragione.

La moustache (2005) è infatti il paradigma di ciò che vado dicendo; un film rarefatto, molle, pallido. Eppure il tema portante non sarebbe male, anzi non sarebbe male proprio l’impostazione generale dell’opera che almeno sulla carta ha del potenziale riprendendo uno dei grandi quesiti che ogni tanto si riaffacciano nel cinema e nella letteratura: chi è il pazzo? Il protagonista o chi gli sta attorno?
Domande che non avranno risposte poiché Emmanuel Carrère non pare interessato a darle, e ciò mi può andare andare anche bene, tuttavia credevo che la scena principale l’avrebbe conquistata il progressivo sgretolamento di una vita e di un amore – il titolo italiano, sbagliando, punta molto sulla questione sentimentale che a mio avviso è invece solo un tassello del mosaico generale –, dando così peso all’argomento maggiormente sotterraneo. Questo non accade vista l’aria anestetizzante soffiata sulla pellicola che impedisce due cose allo spettatore: di poter credere alle parole di Marc o a quelle della moglie e di assistere ad un’ipotetica ricostruzione del quadro capace di ribaltare le congetture fatte a proposito. Giustappunto proprio nel passaggio ad un’altra location come Hong Kong che avrebbe dovuto e potuto dipanare la matassa o, perché no, ingarbugliarla del tutto, il film si smarrisce come il suo protagonista sminuendo un’ora e venti di girato ad un’allucinazione o a una stupidata simile.

L’amore sospetto è un’opera che raccontando di un’apparenza (i baffi che ci sono/non ci sono), finisce paradossalmente per incarnarne l’essenza (quello che vorrebbe essere non è).

lunedì 3 gennaio 2011

La bocca del lupo

Ciò che Pietro Marcello attua con La bocca del lupo (2009) è, potremmo dire banalmente, un viaggio all’interno di una città, e subitaneamente un percorso umano che si svela progressivamente da sé focalizzandosi su due figure ai bordi della società.
L’arrivo di Marcello avviene in un luogo famoso per una partenza, Quarto dei Mille, dove oggi, ma l’ieri l’oggi o il domani contano poco, vi abitano sospesi uomini custodi di una, cento, mille storie, piccole o grandi, che sono state, sono o saranno, come quella di Enzo e Mary.

Destabilizzando il tempo filmico, e di conseguenza anche la natura della pellicola: è documentario? È fiction?, il regista deduce il suo protagonista da un ambiente che negli anni lo ha forgiato. Il porto è un labirinto di giganteschi container, gli spazzini tentano di lavare strade indelebilmente sporche, i vicoli di notte sono budelli per topi, le puttane sulle sedie abbracciano vecchietti quasi contenti, ed Enzo, un uomo emarginato, ci viene presentato per frammenti mentre percorre le strade di Genova in un’odissea spazio/temporale.
Quella che apparentemente poteva sembrare la radiografia storica di una città (la dagherottipia in movimento di un ragazzo che si tuffa), pian piano, passando dal generale al particolare con la voce off di Mary, diviene il ritratto sensibile di due persone che si vogliono bene. Se l’errare di Enzo, nel duplice significato della parola, era seguito/narrato con uno sguardo attivo di Marcello, una volta che l’uomo entra nella casa di Mary, l’autore poggia la camera sul treppiedi e lascia che la narrazione di una storia, questa volta d’amore, prenda il largo.

Il film raggiunge qui il suo spannung, in un apice di rara densità cinematografica che sancisce il punto di arrivo del viaggio. Quello che vediamo dopo, ovvero una casetta di campagna con dei cani che scodinzolano, è un’altra storia, purtroppo immaginaria.
Restano gli uomini delle caverne, abitanti di un luogo in cui il tempo ha sedimentato la memoria, e dove l’arché, il principio originario, non è altro che la vita, anche se al limite come quella di Enzo e di Mary ma che forse proprio per questo merita di essere vissuta, e quindi raccontata nello spazio di un film, meraviglioso.