martedì 31 agosto 2010

Your Name Is Justine

Mariola, ragazza acqua e sapone che condivide una stanza con altre due amiche nella provincia polacca, affida le speranze di una vita migliore al suo ragazzo Artur che vuole portarla in Germania per farle conoscere i genitori. Arrivati nella notte a Berlino per la ragazza il sogno diventa incubo.

Produzione interculturale: Franco de Peña, nato a Caracas ma dall’87 polacco d’adozione, voleva originariamente girare il film in Germania, tuttavia la mancanza di fondi lo costrinse a spostarsi nel piccolo Lussemburgo in cui vennero effettuate la maggior parte delle riprese. Di tale melting pot geografico ne è specchio il linguaggio dove i dialoghi sono in tedesco, polacco e inglese. Questa varietà linguistica fu controproducente perché il film venne squalificato nella sezione Oscar al miglior film straniero in quanto venne ritenuto che non vi fosse un sufficiente contributo creativo da parte del Lussemburgo per soddisfare i requisiti richiesti.
Orbene, trattasi qui un tema vecchio come il mondo si direbbe: la prostituzione. O meglio, le vigliacche manfrine che trascinano una ragazza a prostituirsi e la conseguente distruzione psicologica che siffatta condizione comporta.
L’argomento, giustamente, non parrà ai vostri occhi d’estrema originalità, conta di più allora come tale viene proposto, cosa ha da dire e come lo dice.

Fondamentalmente non ci sono pecche clamorose da additare perché la storia sebbene dotata di una certa prevedibilità di fondo si esprime con fluidità facendosi seguire con interesse se non proprio vivo almeno lontano dalla noia. Il processo di spersonalizzazione di Mariola risulta abbastanza credibile, anche se in alcuni frangenti si poteva a mio parere calcare più la mano. Nel complesso, quando alla domanda “chi sei” e la ragazza risponde Justine non viene da storcere troppo la bocca, l’identità frantumata viene accettata dallo spettatore senza ricorrere alla sospensione dell’incredulità.
La vicenda suggerisce drammaticità senza sprigionarla, è tutto un po’ troppo “pulito” per riuscire a far parlare di sé. Ciò è dovuto anche ad una veste estetica che possiede qualche reminiscenza telefilmistica dovuta ad una rilevante rigidità globale degli ambienti che si percepiscono finti, in particolare l’appartamento dove Mariola viene imprigionata, e degli attori quasi tutti con una lunga carriera televisiva alle spalle.
Fortunatamente la favoletta del classico anello debole nella catena dei cattivi che qui prende le fattezze di Niko, un cresciuto e quasi irriconoscibile Arno Frisch, diabolico ragazzino di Benny’s Video (1992), viene smentita, sempre con un discreto range di predizione, dopo la fuga dalla casa. Quello che sembrava il salvatore si dimostra come gli altri: un uomo vile che finge di essersi preso a cuore il destino di Mariola, mentre invece l’unica cosa che davvero gli interessa sono i soldi, e la possibilità di accumularne sfruttando la ragazza tutta per sé.

Your Name Is Justine è un film che potenzialmente poteva essere per pochi. Dato il tema, però, è quasi un bene che sia fruibile da un pubblico più vasto. Saranno situazioni, figure e paure già viste sullo schermo, questo sì, tuttavia ripeterle non farà del male, al contrario, nel suo piccolo aiuta a conoscerlo, il male.

lunedì 30 agosto 2010

27 baci perduti

Caruccia pellicola del 2000 diretta dall’attrice-regista georgiana Nana Dzhordzhadze che sviluppa una leggera commedia sentimentale all’interno di un incantevole paesino est europeo dove gli echi di un regime oppressivo si ripercuotono ancora sugli abitanti.
È il triangolo amoroso fra la lolita Sybilla, il coetaneo Mickey e l’amore non corrisposto (o forse sì?) della ragazzina verso Alexander, il padre del suo amico, a tenere banco. Il contorno di questo
gradevole piatto è costituito dalle vicissitudini dei compaesani; il leit-motiv sembra essere quello della mancanza di una morale di fondo che fa compiere azioni sessualmente esecrabili più o meno a tutti. Difatti la visione di un film come Emanuelle viene vissuta come un evento rivoluzionario che infervorerà di brutto gli ormoni dei cittadini.
L’atmosfera è addolcita dalla lievità del racconto, per cui i continui tradimenti di Veronica sono piacevoli da vedere per le conseguenti scenate di dinamitarda gelosia del marito tenente. Non c’è quindi l’intenzione di stigmatizzare alcun comportamento poiché il film è attraversato da una corrente di allegria che dribbla la rappresentazione realistica per instradarsi nel grottesco.

La protagonista Sybilla, contesa tra due fuochi come due sono state le eclissi che segnano l’estate della vicenda, è forse il personaggio meno divertente. Inevitabile, probabilmente. Si tratta di semplice esigenza a livello strutturale (almeno credo), perché modellare la stella del film al pari delle altre figure in scena comporterebbe un allineamento troppo vistoso per l’asse portante dell’opera. Ne consegue però un sentimento di scarsa empatia nei confronti della saccentissima Sybilla tutta citazioni colte e predittrice di piccole sfortune quotidiane.
Punta di apprezzabile lirismo: il vecchio capitano che cerca il mare con la sua vecchia, ma fedele, bagnarola arrugginita. Poetica la fotografia curata dal veterano Phedon Papamichael con le musiche delicate di Goran Bregović.
Un film bellino, vellutato, che racconta degli amori di un’estate, e che proprio in una sera come questa può far passare un’oretta e mezza di serenità.

sabato 28 agosto 2010

Metropia

Siamo nel 2024 e il vecchio continente se la passa maluccio. C’è stata una non chiara crisi energetica e subito ne ha approfittato la Traxx, società gestente la nuova gigantesca metropolitana che collega tutte le città europee. Ridurre le distanze è un cruccio della multinazionale che immette sul mercato uno shampoo in grado di “entrare” nel cervello delle persone e leggerne i pensieri. L’anonimo ometto Roger, dopo aver usato la lozione, si troverà in un losco intrigo…
La grande peculiarità di Metropia (2009) sta tutta nella sua veste grafica.
Il regista svedese Tarik Saleh, compagno di merende di Erik Gandini (Videocracy) con il quale ha fondato la casa di produzione Atmo Media Network, per quello che è il suo esordio nella “ficiton” – prima aveva girato soltanto 2 documentari – si circonda di personalità illustri. La voce inglese del diafano Roger è di Vincent Gallo, quella di Nina ha le soavi corde vocali di Juliette Lewis, mentre per lo spietato imprenditore Ivan Bahn si presta il tuttofare Udo Kier.
Invece nel tamburino dei sceneggiatori si può leggere nientepopodimenoche il nome di Stig Larsson, in realtà un perfetto sconosciuto perché l’autore di Uomini che odiano le donne oltre ad essere morto da un pezzo si chiamava Stieg e non Stig.

Dicevo dell’aspetto visivo.
Saleh per forza di cose era destinato a lavorare nel campo dell’animazione perché già suo padre bazzicava l’ambiente, e proprio Tarik si affermò da giovanissimo come artista graffittaro nella periferia di Stoccolma. La particolare tecnica utilizzata in Metropia prende il nome di “Cutout su piattaforma digitale con Adobe After Effects, forzando un software che non è disegnato per questo genere di lavoro” (eh? Boh, fonte). Per intenderci il Cutout è stato utilizzato in South Park, anche se ha poco a che vedere con l’interpretazione di Saleh.
Il risultato è strano. L’espressività e la mimica facciale sono ben antropomorfizzate. Di più: con quei testoni sgraziati i personaggi sono pressoché caricature, trasposizioni allegoriche di un’umanità in frantumi. Vincono nella precisione dei dettagli (i tatuaggi di Anna, la fronte sudata del politico orientale), perdono col movimento, nel semplice camminare. Non so se sia una scelta voluta o un reale problema derivante dall’uso dello stop-motion, quel che è certo è che i disegni diventano irrealmente goffi quando si muovono, e difatti non si vedranno mai chiaramente a figura intera mentre sono in moto.

La storia è deboluccia.
Si barcamena nel fanta-thriller politico utilizzando stilemi già triti e ritriti ai tempi di Hitchcock. E proprio da zio Alfred arriva quella predisposizione usurata di calare il classico signor Nessuno nel bel mezzo di una tempesta più grande di lui. Anche l’utilizzo della Dark Lady dalle ambigue intenzione non rientra nel manuale dell’originalità. Quasi deprimente la metodologia per sconfiggere il nemico: il solito “piazza la bomba e scappa” reso possibile da un’improbabile somiglianza tra il controllore e il controllato.
Il messaggio di denuncia contro l’omogeneizzazione, la massificazione, il controllo, filtrato dallo standardizzato futuro orwelliano, sarà pur sempre utile poiché repetita iuvant, tuttavia Jeremy Bentham è morto nel 1832 e del suo Panopticon si è detto e scritto molto. Il discorso è ancora aperto e avrebbe potenzialità, il regista le intuisce senza sfruttarle a dovere.
Di contro azzeccata la scelta di usare un simbolo del consumismo globale come Hello Kitty per destabilizzare il grande sistema.

Come non si suol dire: bello l’abito, o perlomeno curioso, non il monaco che c’è sotto.

giovedì 26 agosto 2010

Seven Invisible Men

Tre uomini e una donna fuggono dalla città per inoltrarsi nella brulla campagna. Qualcosa cambia quando il leader del gruppo si stacca da loro per recarsi in uno sperduto casolare dove sembra aver lasciato dei discorsi in sospeso con una donna. Alla sera anche i suoi compagni lo raggiungeranno.

Non sono solo sette gli uomini invisibili. Nella filmografia di Bartas ogni uomo da lui ritratto è un fantasma, un ologramma la cui massima preoccupazione è quella di fumare e/o di bere. Esseri-non-esseri fuori dalla società, oltre questo mondo, e lontani, lontanissimi da un qualunque dio.
Da Three Days (1991) in avanti l’autore lituano ha insistito sempre sugli stessi temi con i medesimi mezzi risultando spesso e volentieri estremamente pesante. Noto però di come da Freedom (2000, il suo lavoro migliore insieme a questo) in poi abbia ridotto la produzione che prima viaggiava ad un film ogni 2/3 anni. Ne giova il risultato complessivo perché Seven Invisibile Men supera di slancio le indecifrabili opere comprese fra il ’94 e il ’97, riuscendo ad essere perfino (PERFINO!) coinvolgente in alcuni passaggi.

I trademarks bartassiani vengono rispettati più o meno tutti: c’è l’assenza di spiegazioni per cui non sapremo esattamente perché il gruppetto è ricercato dalla polizia, come non è ben specificato il rapporto tra la donna e il capo, si intende che c’è stato un legame o che dovrà esserci con quelle fedi ma niente di più. Anche delle persone nella vecchia casa non si sa nulla, poco si apprende dalla bella ragazza mora che pare abbia avuto vicino il protagonista nel passato. Ma di tutti gli altri? Niente, sono entità scollate dal film. Sembrano far parte di esso per caso, e la loro presenza è giustificata dalle elucubrazioni dello spettatore che li struttura nella sua immaginazione, attivando così un processo di partecipazione al film differente da come solitamente si intende "partecipare".
Sul versante tecnico si ripetono nuovamente le medesime condizioni con parentesi musicali latitanti sostituite dall’imperscrutabile brusio in sottofondo tipico di Bartas. Le riprese poi poggiano sempre su uno zenit fatto di primi piani ultraterreni in cui gli occhi degli attori si offrono tristi e sconsolati, bilanciate da un nadir costituito da campi lunghissimi nei quali gli elementi naturali come il sole, il vento, o gli stessi prati giallastri calpestati da pigre mucche conferiscono un senso di malinconia non tanto inferiore a quella impressa nei volti umani.

Il momento di aggregazione, altro segno inconfondibile non solo del lituano ma un po’ di tutti gli autori est europei, giunge dopo un’ora di proiezione e si protrae fino alla fine del film. Questa volta non è il solito goffo ballo stile The Corridor (1994), piuttosto un simposio sulle macerie della vita che questi poveretti continuano a macinare. Il segmento dura circa cinquanta minuti in cui si alternano gli altri ambienti della casa dove alcuni personaggi vagano ubriachi. Ed è decisamente un gran bel vedere. Vuoi per la deliziosa fotografia ambrata, vuoi per il “ritmo” sostenuto con cui la mdp rimbalza da un personaggio all’altro del tavolo che canta, delira, parla di fede, di donne, piange, impreca. E il bello è che non c’è un filo conduttore, molti di questi uomini non si vedranno quasi per niente prima del banchetto.
Sorprende anche e soprattutto per l’accumulo inaspettato dell’attesa, d’una leggera suspense che non profetizza nulla di buono. La preghiera della donna anziana è il punto di non ritorno, chiede aiuto alle alte sfere ma da lassù non paiono particolarmente interessati a quel mucchio di piccoli uomini, per cui possono anche morire nel bruciante finale. Un finale rapido, inaspettato e con qualche limite di comprensibilità. Ma trattandosi di Bartas ce lo facciamo ampiamente andar bene, e poi che segmento centrale, da applausi!

martedì 24 agosto 2010

Rebels of the Neon God

Anche un piccolo cineblogger come il sottoscritto può godere ogni tanto di personalissime soddisfazioni. Soprattutto quando si prende la briga di ripercorrere la filmografia di un regista senza un criterio temporale, piuttosto seguendo il sempre gettonato metodo canino peniforme. E così, nemmeno dopo un minuto dall’inizio del film, ho un po’ sorriso tra me e me compiacendomi del fatto che quello scroscio di pioggia a bagnare i titoli iniziali lo avevo già sentito nello Tsai del futuro, ma essendo questo il suo primo lavoro – in realtà non lo è perché ci sono ben due pellicole che precedono ma voi fate finta di nulla – il cioccare continuo delle gocce assume un significato più intenso che compatta una poetica coerente con se stessa in ogni manifestazione che verrà. A volte perfino pedante nell’omissione perpetua dei vitali elementi filmici, eppure ficcante, lesiva, dolorosa.

Con Rebels of the Neon God (1992), laddove il Dio Neon sarebbe Nezha, una divinità-bambino della mitologia cinese famoso per la sua disobbedienza e ribellione nei confronti del padre che vorrebbe uccidere senza riuscirci, Ming-liang spalanca il sipario sul vuoto mondo orientale. Della già citata ossessione per l’acqua, il regista propone l’attore onnipresente sempre con lo stesso nome: Hsiao-Kang interpretato da Lee Kang-sheng, la maschera più triste di Taiwan. Anche il padre sarà lo stesso de Il fiume (1997), The Hole (1998) e Che ora è laggiù? (2001), e stesso discorso per la madre escluso Il buco, a testimonianza di una precisa strada intrapresa dal regista perfino nella scelta degli attori, creando così un microcosmo che fa della sua monocromia, addirittura gli interni casalinghi sono pressoché identici, l’arma letale per distinguersi dalla massa.
Ovviamente ci sono qui delle manchevolezze dovute ad un esordio. Non fraintendetemi però, le assenze da registrare riguardano più che altro l’usus scribendi di Tsai piuttosto che delle carenze ad un livello globale dato che il film, è un buon film. Tuttavia quasi sorprende la scelta decisamente anti-tsaiana di utilizzare una colonna sonora che entra ripetutamente in scena, cosiccome fa un po’ specie l’abbondanza di dialoghi che sostituiscono i lunghi e silenziosi piani sequenza prossimi, i quali comunque sussistono in scala ridotta anche qua.

Ma è tutta la storia nell’insieme ad essere maggiormente dinamica. La mdp si sposta con più frequenza da un ambiente all’altro, da un personaggio all’altro, evitando di ritrarre solo ed esclusivamente la solitaria esistenza del povero Lee. Una scelta coraggiosa che mette ogni volta a dura prova la pazienza dello spettatore, riuscendo comunque a regalare qualche bella istantanea di cinema. Su tutte la scena in cui i due teppistelli portano la ragazza ubriaca in hotel e invece di approfittarne sorprendentemente la lasciano dormire sul letto. Una mossa spiazzante di Tsai che ho apprezzato, al pari della rabbiosa invidia di Hsiao-Kang che sfoga tutta la sua frustrazione sulla moto del ladruncolo con seguente balletto in segno di vittoria, per poi subire la comune sconfitta nel finale.

Potrei dire che Rebels of the Neon God sia un film meno tsaiano di quanto ci si aspetti sebbene ponga gli stessi interrogativi del futuro. La patina d’essai è più trasparente, e questo implica una veste autoriale di tono minore. Ne guadagna la fruibilità, il che non è mai una brutta cosa.

sabato 21 agosto 2010

The Road

Con The Road ho notato una cosa strana. Generalizzando: chi ha letto il libro di McCarthy ha parlato se non proprio male di certo non bene della trasposizione su pellicola, chi viceversa del romanzo non ne sapeva niente, ha speso belle parole sul film, in alcuni casi bellissime. Tutto ciò deposita in me interrogativi sparsi: cosa è giusto? Commentare un film per quel che è oppure compararlo all’opera da cui è tratto? Lo so che “giusto” o “sbagliato” non sono valori assoluti, eppure se io avessi letto il libro cercherei di evitare un confronto perché sono due canali di comunicazione che hanno tempi e modi differenti (e di questo faccio mea culpa quando trattai Noi due sconosciuti, 1960). Comunque, io il libro non l’ho letto, e ciononostante non riesco a parlarne benissimo.

La storia penso sia ormai risaputa: padre e figlio, due fiammiferi in un mondo di cenere, diretti verso il meridione. Una qualche apocalisse ha reso la vita sul pianeta molto più vicina alla morte; gli animali si sono estinti, gli alberi nudi crollano carbonizzati, la fame è culminata nel cannibalismo. La speranza non esiste, si pondera la salvezza in una pallottola sparata nel cranio: il genitore che insegna al suo pargolo come ci si deve uccidere è il momento maggiormente doloroso.
Per il resto lo scenario è pessimistico sì, però non sorprende, è già visto sebbene sia discretamente fatto. Forse è un limite del genere quello di gettare tot superstiti in paesaggi di desolazione abitati da temibili predoni, sta di fatto che anche The Road non scampa ad una struttura che vede sempre un momento di pace controbilanciato ad uno di paura, di terrore, di angoscia. Ogniqualvolta i due personaggi arrivano in un luogo, si fa spazio il presagio che tale quadretto idilliaco verrà inesorabilmente devastato. Diventa dunque prevedibile l’errare della coppia fin da subito, riducendo ogni movimento al passaggio di una schermata indipendente all’altra in cui confrontarsi con nuovi nemici, fisici e non. Per dare a Hillcoat quel che è di Hillcoat va detto che comunque il film a prescindere dalla sua omologazione al genere e ad una costruzione ripetitiva si fa seguire, senza entrare troppo in contatto con lo spettatore, ma perlomeno seguire sì.

Poi ci sono i flashback. Ricordi, sogni, del barbuto Mortensen che appartenendo al passato sono gli unici frammenti che sfuggono alla bicromia grigiastro marroncina del presente. In siffatti ritagli si vorrebbe plasmare la figura della madre, la sempre divina Charlize Theron, attraverso istantanee di vita felice, parentesi hot fuori posto e scaramucce coniugali. Nulla di male nel voler tratteggiare così il rapporto col marito, però questi salti nel passato non giustificano granché la decisione della donna di abbandonare la famiglia. Aborro gli spiegoni, ma sottolineare un po’ di più il suo malessere sarebbe stato meglio, mentre così risulta più che altro una forzatura ad hoc per il prosieguo della narrazione.
Altre due occasioni in cui ho storto il setto nasale sono: quando l’uomo e il bambino trovano la dispensa di un reggimento sottoterra e per qualche rumorino Viggo decide che è meglio portare via gli zebedei che tanto fuori ci sono solo orde di cannibali affamati. E poi quando senza motivo iniziano a crollare gli alberi avvizziti addosso ai due malcapitati. Per quale arcana ragione dei poveri arbusti rinsecchiti dovrebbero cadere di punto in bianco? La risposta è nella sceneggiatura, e nelle sue esigenze.

L’ipocentro è ovviamente il legame padre-figlio, i quali non avendo nomi, potrebbero, almeno teoricamente, essere generalizzati in termini universali. Addirittura spirituali vedendo nel sacrificio del padre una sorta di redenzione per l’umanità intera corroborata da un finale positivo così così. Peccato che l’amore tra il papà ed il bimbo faccia fatica a travalicare il recinto diegetico in cui è immortalato, e cosiccome ho letto altrove è difficile pensare che siano davvero padre e figlio.
Non so cosa manchi esattamente a questa coppia, o forse lo so ma sarebbero le solite stra(male)dette banalità tipo empatia, emozione, coinvolgimento. Dispiace per la triste sorte del babbo, tuttavia non fa davvero male, colpisce di striscio senza ferire. Ed essendo questo il piano di lettura più importante dell’opera non va affatto bene.

Credevo fermamente in un film migliore, evidentemente non avevo messo in conto i limiti che il genere post-atomico ha insiti dentro di sé. Anche se forse non esistono limiti nel cinema, solo registi limitati. Alla fine l’unico veramente contento di The Road sarà il Signor Dal Monte, che se mi esplode un fungo atomico vicino a casa vado subito a fare rifornimento dei suoi succhi!

giovedì 19 agosto 2010

Old Partner

Documentario del 2008 che in Corea del Sud ha riscosso un notevole quanto inaspettato successo. Inaspettato perché il plot su cui si basa quest’opera diretta dallo sconosciuto Lee Chung-ryoul disarma per la sua semplicità. Si narra infatti degli ultimi scampoli di vita di un bue che per trenta lunghi anni si è prestato al servizio del suo padrone contadino. Lavoro duro nei campi, sotto la pioggia, nel fango, su per le viuzze più ripide trascinandosi dietro un carretto di legno come se fosse una condanna ineffabile.

Le riprese si aprono con l’annuncio di un veterinario che decreta la possibilità di vita del bue non superiore ad un anno. Il resoconto che ne segue testimonia di quanto la vita (vita?) del fattore sia massacrante, soprattutto un fattore come questo totalmente restio alle nuove tecnologie e molto spesso più preoccupato di nutrire la sua bestia che di dare ascolto alla moglie.
È interessante il legame invisibile, ma visibilissimo nel cielo delle emozioni, tra il vecchio e l’animale; non c’è una particolare enfatizzazione del rapporto, né la messa in mostra dell’attaccamento uomo-bestia che spesso diventa ridicolo nella nostra società, ma delicatezza quella sì, o meglio: complicità, silenziosa complicità, come lo sono due vecchi compagni che si conoscono da così tanto e così bene che non hanno più niente da dirsi.

Il documentario porta a pensare che in fondo il contadino ed il bue non sono troppo diversi perché entrambi hanno condiviso la stessa massacrante fatica, ed è solo vedendo di quanto le gambe del vecchietto siano smagrite e le mani sporche di terra, verde dell’erba, la schiena spezzata a metà, si può provare a comprendere la frase più bella: “Morirò con lui”. E in effetti l’estenuante agonia dell’animale sembra accompagnarsi a quella del suo padrone che soffre come e più di lui, ma allo stesso tempo questi due esseri viventi, sono, appunto, tali, per un’inconsapevole sostegno reciproco. L’unica ad accorgersi veramente di questo legame è la moglie che a differenza degli altri abitanti del luogo che un po’ sbeffeggiano il vecchio contadino, capisce l’irreversibilità della situazione: finché il bue riuscirà a lavorare allora lo farà anche il povero marito. E allora emerge a tratti un sottile astio nei confronti dell'animale che però non prescinde mai di un forte rispetto.

Sebbene l’argomento principale si esaurisca ben prima della fine e tutto il resto si sviluppi nella ripetitività, il documentario ha comunque una sua grazia. E alla fine, con la morte del bue, vengono toccate le corde giuste dentro di noi.
“Spero che tu finisca in un posto meglio di questo” dice l’anziano fattore. Lo spero anche io.

Di seguito alcuni film da me visti che trattano lo stesso tema da angolature diverse:

Animal Love (1996) di Ulrich Seidl.
Grizzly Man (2005) di Werner Herzog.
Zoo (2007) di Robinson Devor.

martedì 17 agosto 2010

Nightmare Detective 2

C’è subito un aspetto importante da sottolineare: Tsukamoto. In questo sequel lui non c’è.
Ovvio che c’è, dietro la macchina da presa, però. Mai davanti. Questa è una presa di posizione che non va sottovalutata poiché il ruolo ricoperto in Nightmare Detective (2006) non era di certo catalogabile come futile egocentrismo presenzialistico ma nascondeva dietro di sé interessanti riflessioni in grado di trasformare il film in un serbatoio di idee capaci di pensarsi e far pensare.
Ora, qui c’è un distacco palese da parte dell’autore il quale prende evidentemente le distanze dalla sua creatura, e le conseguenze si sentono. Eccome.

Date tali premesse potrà sembrare scontato, ed anche errato, tirare in ballo l’impersonalità che determina il film. Nei fatti si tratta sempre e comunque di una prova autoriale in cui ci sono marchi di fabbrica inconfondibili, eppure si avverte l’assenza di quel quid pluris adatto a particoleggiare le pellicole di Tsukamoto. Se nel primo capitolo rimarcavo un appiattimento dovuto all’indagine della poliziotta che addormentava un po’ la visione, mi sono accorto con il suo seguito di quanto lo scheletro crime servisse almeno a sorreggere l’opera per non farla precipitare nelle visioni di Mr. Shinya. Nightmare Detective 2 ha un incedere ancora meno realistico per sfociare violentemente nello tsukamotismo più totale. Oddio, in passato Tsukamoto ha saputo essere ben più dirompente che qui, sia nella forma che nei contenuti, e la sensazione che ivi le idee non fossero tantissime si è fatta strada presto, prestissimo con le prime apparizioni simil-ringu. Non condivido chi ha pontificato quest’incursione di Tsuka nel j-horror perché avverto prepotentemente il profumo dei soldi dietro la genesi del progetto (un profumo che probabilmente sta dietro quasi ogni film ma che spesso viene discretamente mascherato) piuttosto che la genuina voglia di fare arte.

Come sottolineano alcune recensioni in rete, la declinazione in salsa yūrei manca di un villain d’effetto. L’appeal di Tsukamto come cattivo nel primo film era notevole – e guardate bene che quest’uomo sembra la persona più innocua del mondo e quindi il lavoro di autocaratterizzazione fu ottimo – cosa che non si ripete laddove l’ennesima ragazzina frustrata in tenuta scolaresca tormenta le sue coetanee. Sebbene alcune scene siano modellate secondo i sacri dettami della tensione, la figurina dell’adolescente fatica a spaventare.
Al deprecabile carico del “già visto” si aggiunge una stucchevole insistenza sul fulcro tematico: la paura. Troppe le ripetizioni confuse tra sogno e realtà che non gettano le basi per nessuna ricerca introspettiva. La continua affermazione ho paura da parte dei vari personaggi non evade dai confini diegetici, e quando il detective dell’incubo chiede di cosa hai paura, la risposta rimane sospesa dentro al set senza che lo spettatore abbia la minima voglia di andarsela a prendere.

È meglio che questa saga non abbia continuazione alcuna. Piuttosto che Tsukamoto si concentri alle cose che più li piacciono, tipo gli uomini, il ferro, le scintille, e, perché no, anche l’amore.
Incrociamo le dita per Tetsuo: The Bullet Man.

lunedì 16 agosto 2010

Ma...



... quanto era bella 'sta pubblicità?

sabato 14 agosto 2010

The Banishment

Genitori più i due figlioletti al seguito si spostano nella casa in campagna ereditata dal nonno paterno. Sotto il cobalto del cielo emergono oscuri segreti: “sono incinta… di un altro”. Le cattive conoscenze del padre faranno il resto.

Accaparratosi il Leone d’Oro nel 2003, l’impronunciabile Zvyagintsev riprova la fortuna quattro anni dopo in Costa Azzurra con questo Izgnanie. Buco nell’acqua perché il film non piace granché alla critica e non trova distribuzione in territorio nostrano. Complice la durata, 157 minuti, e l’esecrabile quanto palese esercizio stilistico imperterrito e duraturo, sono comprensibili le obiezioni portate a The Banishment. Di tutto il male che però si può dire di questo film, si erge da par suo una bellezza estetica straordinaria che si esprime nei colori della natura raramente così vividi in un’opera cinematografica. La cornice bucolica stravince anche in questo caso, se poi a maneggiare la mdp c’è un autore come Zvyagintsev che sa il fatto suo, almeno sul piano visivo sappiamo che non resteremo delusi.

Ad onta di ottimi momenti angosciosi in cui aleggia un velo misterioso che si lega a Il ritorno (2003), persiste l’impressione che il dilatamento del tempo filmico nasconda un plot tutto sommato esile, che rischia di esaurirsi con il colpo di scena centrale. Il lungo flashback conclusivo che rivolta il senso della storia è un accorgimento particolare che deposita dubbi su dubbi ai quali la giustificazione della moglie in merito alla gravidanza (“è figlio di Alex ma allo stesso tempo non lo è”) non riesce a dare una risposta convincente; nemmeno il suo disagio esistenziale che traspare nei rapporti con la piccola figlia, e soprattutto col marito, giustifica in toto il parziale disconoscimento del bimbo che porta in grembo.

L’indeterminatezza regna. C’è una spessa coltre che Zvyagintsev pone su tutti i personaggi del film rendendoli esseri quasi spirituali, martiri terreni, icone in cui riverbera il sacro. Ovviamente spicca la figura del padre, l’ottimo Konstantin Lavronenko, che come per Vozvrashchenie sembra un fantasma inquieto prigioniero di se stesso. Il senso di mistero che quest’uomo si porta appresso funge da traino nel beneficio dell’opera: sprigiona fascino la sua ingarbugliata situazione famigliare, al pari della freddezza, derivante probabilmente dal “mestiere” che svolge, con cui vuole liquidare la faccenda. Non credo di dire un’eresia affermando che è lui il fulcro narrativo da cui si diramano tutti gli spunti d’interesse per lo spettatore. Peccato che questa volta il non detto sia così profuso da sembrare più un coperchio per celare qualche magagna strutturale che una precisa scelta autoriale.

I mirati ingressi musicali del compositore estone Arvo Pärt, sentito all’opera già in Beş Vakit (2006), sono una delizia. Pochi suoni, sempre gli stessi, ma calibrati perfettamente nell’esprimere quel mood enigmatico del film.
Poteva essere qualcosa di meglio The Banishment, poteva essere qualcosa di davvero grande. Resta comunque un’opera che nella qualità d’immagine ha il proprio valore, che non è il massimo, ma che perlomeno è già qualcosa.

giovedì 12 agosto 2010

Cannibal Love - Mangiata viva

Il dottor Shane (Vincent Gallo) e consorte si recano a Parigi per la luna di miele. In realtà lui ha un secondo fine: incontrare il collega francese Semeneau per saperne di più su uno strano morbo cannibal/erotico.

Brutto.
C’è un termometro analitico che difficilmente sbaglia: quando non mi viene la benché microscopica idea su cosa scrivere di un film significa che io e lui non siamo stati d’accordo neanche per un minuto durante la sua proiezione. Se fossi un critico potrei spiegarmi e spiegarvi il perché e il percome Trouble Every Day (2001, ma il titolo italiano l’ha pensato Lenzi?) non ha minimamente incontrato i miei interessi, ma siccome non lo sono dovrete accontentarvi di qualche pensiero che affiora informe dal lago imperscrutabile dell’istinto.
Esteticamente il film ha anche una sua coerenza essendo attraversato da una cortina di anestetizzante lentezza che trova il proprio corrispettivo nello sguardo lisergico di Gallo, è però disdicevole di quanto tale lentezza, quasi una vacuità, sfracelli indelebilmente le gonadi.
Sotto la patina opacizzante ci sarebbero alcune scaramucce coniugali rese in maniera poco attraente per chi le vede, troppo il distacco tra Shane e sposa tra i due e noi, e particolare nota di demerito per le intersezioni fra la loro storia e quella del dottore di colore con moglie segregata in casa. Più che malfatto mi è parso che il tutto sia suscitatore di scarso interesse.

Avendo già finito le considerazioni principali, ne butto lì un paio di scarsissima entità (non che quelle precedenti abbiano chissà quale spessore intellettuale).
L’alone di mistero che Claire Denis vuole dare fin dall’inizio con quel bacio al buio è controproducente nella fruizione della pellicola.
Il titolo nostrano al pari della copertina sono forvianti visto che le parentesi horror sono limitate a poche scene, e, per dare alla Denis quel che è suo, non mi sono dispiaciute troppo.
Dispiace invece di come Béatrice Dalle, conosciuta grazie a Betty Blue (1986), sia in grado di sottomettere e uccidere a morsi un uomo che poco prima aveva divelto delle travi chiodate da una porta.

Fine. E ripeto: brutto.

martedì 10 agosto 2010

La libertad

Nel fatiscente condominio di Oltre il fondo si spalanca un’altra porta sul cinema d’autore che vi (e mi) farà conoscere un giovane regista argentino praticamente sconosciuto, dalla filmografia contenuta, solo quattro pellicole fino ad oggi, ma in grado di elevarsi dalla medietà nel bene o nel male. Sto parlando di Lisandro Alonso, nativo di Buenos Aires, che esordì nella sezione Un Certain Regard a Cannes 2001 proprio con la La libertad.
L’autore si prospetta molto complicato, di difficile assimilazione; basti pensare che per Liverpool (2008) dichiarò di non essere particolarmente interessato a raccontare storie, ma di voler fare semplicemente un film in cui vi fosse il mare, un porto, la neve. E l’unico luogo in tutta l’Argentina in grado di soddisfare tali criteri era la Terra del Fuoco, e lì Alonso girò il suo film. Ma di questo parleremo più avanti.

La libertad, invece, ha tutt’altra location. L’oretta scarsa di proiezione si consuma nella pampa argentina dove un taglialegna viene seguito nel suo lavoro dal mattino alla sera: taglio degli arbusti, carico e scarico del camion, vendita del materiale, un pensiero ai propri cari, la promessa di ritornare, l’arrivo della notte. Nient’altro.
In bilico e probabilmente anche oltre il confine del documentaristico, Alonso marca stretto il suo protagonista immerso nella natura, lo abbandona soltanto dopo mezz’ora di silenzio per addentrarsi con la camera a spalla fra gli arbusti rinsecchiti dal sole mentre poco dopo vedremo arrivare un camioncino con a bordo il compratore di legname. Poi la mdp torna a concentrarsi sul boscaiolo fino alla fine.
Il titolo dell’opera perimetra in sé la figura retorica dell’ossimoro perché di libertà il protagonista sembra non averne. Da una parte è isolato dal resto della società nella ripetitività del suo lavoro al punto che gli viene ricordato per sicurezza di come si guidi, e dall’altra è spiato anche con grande invadenza (non può nemmeno espletare i propri bisogni in santa pace) dall’occhio di Alonso.

Nel complesso quest’opera prima risulta assai inconcludente per mancanze di peso come, e potrebbe bastare solo questa, quella di non voler raccontare veramente niente.
A meno che voi non siate dei spocchiosi ragazzetti che credono di poter dare giudizi cinematografici qua e là solo perché hanno un blog, lasciate perdere. Restate su quella porta e date al massimo una sbirciata dentro, intanto ci sarà sempre uno di questi ragazzetti che per mera tronfiaggine guarderà La libertad solo per poter dire di averlo visto.
Il Cinema, però, è in altre stanze lontano da questa, almeno per ora.

lunedì 9 agosto 2010

Blue Movie

Vertiginosa pellicola del ’78 che sancisce la vetta più “alta” dell’Alberto Cavallone regista.
Girato nell’arco di pochi giorni e proiettato in cinema a luci rosse, Blue Movie supera nel complesso il precedente Spell (1977) dal quale, però, non riesce a scrollarsi di dosso quella luce oramai obsoleta di cui ho già detto. Alcuni temi vengono ripresi: c’è in primis l’eros, ovviamente sporco, anzi lurido con la violenza dello stupro e svuotato nella strumentalizzazione attuata dal fotografo. Poi c’è la predisposizione formale di sconfinare nell’allucinatorio, in sequenze fini a se stesse che lasciano l’interpretazione libera ad uno spettatore oltremodo frastornato.
Merito del film è quello di non essere dispersivo come il suo predecessore; escluse le riprese esterne dello stupro, tutta la storia è ambientata nello studio-casa di Claudio. Fin dove l’occhio lisergico di Cavallone s’intrufola c’è di che gioire per il nonsense sprigionato, ma qualunque riflessione, messaggio, urlo, eco sottotestuale si scioglie come un ghiacciolo a ferragosto nei trenta e passa anni che separano questo film dalla nostra contemporaneità.

Un po’ Borowczyk un po’ Jodorowsky, Cavallone sopperisce ai problemi finanziari con alcuni accorgimenti degni di nota. Diciamo che i tormenti di Dirce Funari sono resi in maniera apprezzabile grazie ad una struttura che ricalca in maniera personalissima aspetti hitchcockiani come la trasfigurazione dell’identità la quale, sempre secondo il modus operandi del regista, deflagra in un perverso delirio di personalità sdoppiabili (notare il fotografo che fissa il suo riflesso deformato su una lastra di alluminio) e intercambiabili (le due figure femminili al pari delle due maschili possono sostituirsi a vicenda). Nel tutto si incastra poi l’abbandono pressoché totale al pruriginoso per cui buona parte del film sarà costituito da scene in cui i protagonisti si avvinghiano nudi, e anche qualcosa di più, davanti alla mdp.

È ancora l’inattualità il sentimento che questo cinema mi suggerisce.
Vada per la riscoperta e ed anche la rivalutazione che sono operazioni archeologiche di un certo fascino, tuttavia nell’importanza che si deve dare al passato non si può non rivolgere lo sguardo all’incerto futuro. E Cavallone, come molti altri suoi colleghi del tempo, mi pare che al massimo possa contribuire a ricordare un cinema che c’è stato, ma non quello che verrà.

Un grazie a Giovanni per la segnalazione.

venerdì 6 agosto 2010

Freedom

Un uomo e una ragazza dispersi in una zona franca in bilico tra il mare ed il deserto.

Il naufragio. E poi un vento costante che seguirà tutto il film, nell’ombra come un’ombra.
Il quinto film di Bartas continua laddove si erano fermati i suoi predecessori: dentro la parola biascicata, fotografando lunghi istanti di vuoto, sguardi ipnotizza(n)ti, buio che fa affiorare e/o sprofondare vite. Dal limbo di The House (1997) si passa ad un altro nulla che nell’ariosità del paesaggio sconfinato si libera, perlomeno, del poco attraente fardello pieno di sofferente claustrofobia, perché sebbene Šarūnas sia il solito Šarūnas, con Freedom (2000) sussiste la possibilità di assistere a riprese naturalistiche dal grande potere suggestivo. Da vedere l’ordinato respiro del mare nel suo continuo divenire, cosiccome è ammaliante la location tutta, si tratta del Marocco, attraverso cui Bartas edifica l’ennesimo dramma imperscrutabile, laddove una lingua di sabbia diventa l’anticamera dell’aldilà. Piccola, immensa, sala d’attesa dove non c’è uscita se non quella che porta alla grande consolatrice.
La libertà è una chimera per i due protagonisti. La fuga pura utopia. Lo si comprende (per modo di dire) negli occhi bicolore, ma spenti, dell’uomo, e negli infiniti primi piani che raccolgono ogni minimo sospiro della ragazza. In quel non-tutto che dà corpo al film, dove per un’ora e mezza non succede niente, eppure si avverte comunque che qualcosa di brutto sia già capitato o stia per capitare, inevitabilmente.

Anche la parola si fa impossibile, bartassianamente declinata.
Il regista forse oltrepassa i confini diegetici quando le domande poste alla ragazzina sembrano rivolte più allo spettatore che a lei medesima:

“Come ti chiami?”
(Io sono Eraserhead)

“Perché mi guardi?”
(Perché non deve esserci sempre un motivo, perché mi andava, perché sono ancora libero di guardare quello che voglio)

Senza possibilità di fuggire, senza possibilità di incontrarsi nel dialogo, non rimane che la fine della vita per l’uomo. Conclusione che si dilata in un finale oltremodo bello, ma sempre complicatissimo da assorbire, nel quale viene captato l’unico gesto umano della pellicola (una carezza), e probabilmente di un’intera filmografia, che non basta però a riempire i vuoti incolmabili di un’esistenza sbagliata. Resta imperturbabile la natura, protagonista indiscussa come nel miglior Herzog [1], a osservare in un silenzio ultraterreno l’epilogo di una storia. Ma poco prima che ciò che deve accadere accada, Bartas ci parla per l’ultima volta:

“Non-lasciarmi-qui”
(No, non lo farò! Ti porterò con me nonostante tu sia stata una visione ardua. Ti porterò via da quel deserto nel ricordo, credimi.)
________
[1] Interessante notare di come il finale assomigli molto a quello di Cobra Verde (1987) per un angolo di visuale simile, ma diametralmente opposto, e per il soggetto ripreso: un’ombra informe agonizzante sulla battigia.
Inoltre alcuni campi totali fuori fuoco riportano a Fata Morgana (1971).

mercoledì 4 agosto 2010

A Serbian Film

Il Rocco Siffredi di Belgrado ha deciso di ritirarsi dalle scene per vivere in serenità con la moglie e il figlioletto. Capita che una ex collega lo contatta per un nuovo film diretto da un misterioso regista. Il cash è notevole e Milos, questo è il suo nome, accetta. Ma fin dall’inizio delle riprese intuisce di come tutto andrà per il peggio.

Se la memoria non mi inganna è questo il film più violento, sporco, laido, depravato, eticamente scorretto che abbia mai commentato sul blog. Sorpresi? No, probabilmente ve ne sbatterete allegramente gli ammennicoli, però sta di fatto che A Serbian Film (2010) è davvero ma davvero pesante sotto aspetti di cui parlerò, e ve lo dice uno che quasi è rimasto indifferente alle sofferenze dei malcapitati di Martyrs (2008). Beninteso, sebbene il lavoro di Laugier non mi abbia entusiasmato (anche se poi rivisto sul grande schermo mi ha “detto” altre cose) resta distante eoni da Srpski film che comunque sia rimane un filmetto calibrato solo ed esclusivamente per scioccare lo spettatore, a prescindere da quel che ha detto Srdjan Spasojevic, il regista, con la sua chiave di lettura per me abbastanza forzata. Dice l’autore: “è un diario delle molestie che riceviamo dal governo serbo, della potenza monolitica dei leader che ti ipnotizzano forzandoti a fare cose che non vorresti. Devi sentire la violenza per capire di cosa si tratta.”

Dicevamo delle difficoltà che la visione comporta. Già il fatto che tutto ruoti intorno ad un film porno dovrebbe far capire che l’atmosfera respirabile non sarà la stessa di una scampagnata con l’oratorio. Ma per fugare ogni dubbio ci pensa la scena d’apertura in cui il figlio nemmeno decenne è lì sul divano con gli occhi sgranati davanti a un film hard in tv; nulla di scabroso dati i tempi che corrono, è doveroso rimarcare però che il protagonista della performance sessuale è il suo stesso padre che poco dopo si siederà al suo fianco per spegnere il video con un pizzico di ironia.
Quindi i territori bazzicati sono decisamente fangosi già nelle premesse. Proseguendo la storia degenera in una spirale di assurda morbosità ristagnando nel raccapriccio più smisurato, e come gli piace rotolarsi nel putridume della violenza! Oh sì, le scene di sesso (finte, anche il membro di Milos è di plastica stile Tinto Brass) si fanno via via sempre più brutali con relativa sottomissione della donna di turno, esse si intrecciano poi con il gore nudo e crudo andando a creare un treno diabolico che colpirà dritto lo stomaco.

È una visione brutta, fine a se stessa, che in mancanza di solidi contenuti affoga in un compiacimento destabilizzante nel quale spiccano momenti repellenti come l’abuso del neonato e il totale annientamento del tabù freudiano dell’incesto.
L’escamotage del flashback rivelatore scoperchia inevitabilmente un paio di magagne al livello della sceneggiatura che perplimono alquanto, su tutte il siero simil-viagra capace di ingrifare Milos detto “andropausa” peggio di un bufalo afgano tenuto in isolamento per due anni, addirittura in uno slancio di virilità estrema picchierà a morte i suoi aguzzini con il pisello ancora ben bene in tiro. Ad essere deprecabili non sono solo le qualità amatorie che la sostanza sembra donare, ma soprattutto quelle che rendono il porno-attore uno zombi a disposizione del regista maniaco. E che Spasojevic non tiri in ballo il parallelo con le autorità serbe perché mi sembra immotivato.

Ad una torta così maleodorante non poteva mancare la ciliegina bacata col finale distruttivo (però in qualche modo inaspettato) seguito da un controfinale evitabile poiché tutto si doveva già esaurire con la drastica decisione di Milos, per la prima volta calatosi nel ruolo di padre.
Lo sconsiglio a gran voce perché c’è abbastanza male in giro che di questo film non ne sentivamo il bisogno; va da sé che il suo intento di sconcertare viene assolto a dovere, e se questo vi basta allora A Serbian Film potrebbe entrare nelle vostre grazie.