martedì 29 giugno 2010

L'uomo che verrà

Diritti conferma con L’uomo che verrà la sua discesa verticale alle soglie della vita. È un lavoro preciso, senza fronzoli, che si esprime con essenzialità. Arriva d(i)ritto, dal basso, nell’autenticità del dialetto: verbalità primordiale che riporta all’origine, all’inizio di tutto. E insieme l’odore della terra smossa, la fragranza del camino che strepita, l’umanità di un gruppo di uomini che condividono la stessa fatica del raccolto. O l’ombra accogliente della religione, crocifissi, piccoli preti, la fede, il peccato, Dio.
E poi, uno sbalzo improvviso; si ritorna su nel presente, che è sempre passato, che sarà il presente. Il male si coagula e come ne Il vento fa il suo giro (2005) – probabilmente superiore a questo per aver sondato originalmente il calpestato terreno del “diverso” – deflagra, annichilisce le vite. Semplicemente (disperatamente!): provoca morte. Quando cala il sipario rosso sangue qualche ingranaggio assopito della nostra storia, così lontana da quella storia, riacquista vita, facendo vibrare le radici interrate nel passato dei nostri nonni.

Gli UOMINI che verranno siamo noi; il messaggio è anche scontato, come in fondo ne risulta la rappresentazione dicotomica tra bene e male, e usurato, ahimè, da chi prima di Diritti si è cimentato male con l’argomento. Ma è giusto più che sacrosanto, che sia così. C’è bisogno del ricordo, sì, ma prima ancora di sapere, perché chi verrà dopo, e poi ancora dopo, lascerà i fatti di Monte Sole nelle nebbie di ciò che è stato. Un uomo, grande, come Diritti dà una chance a noi, di essere in-formati per poter ricordare, un po’ come Martina che stringendo il fratellino sul ramo dell’albero lo culla con una nenia che ha serpeggiato per tutto il film.
Il neonato è una coscienza bianca, pulita innocenza che dovrebbe esser propria anche della sorellina, ma la guerra (ho imparato da qui) fa diventare i bambini adulti, e spiare un rastrellamento nazista dal campanile di una chiesa o essere sepolti dai cadaveri dilaniati dei propri cari rende una bimba, una madre. E le parole superflue che racconterebbero di un eccidio, di un orrore praticamente inenarrabile, fluiscono in una cantilena infantile. Martina rompendo il mutismo soffia nell’anima del suo caro il dolore che ha vissuto: che sua madre è stata uccisa di spalle da una raffica di mitragliatrice, che il papà è andato incontro alla morte dopo essersi inutilmente sottratto ad essa.
Il regista bolognese ugualmente scuote gli alberi avvizziti della nostra Storia, e ci dice tanto: che uomini donne e bambini furono trucidati senza motivo se non quello di essere Uomini, che nello spazio di 7 giorni furono uccise oltre 800 persone, più di 100 al giorno.
Sarebbe opportuno, ancorché indispensabile, cullare altre coscienze, che ci stanno e staranno intorno, come ha fatto Martina, come ha fatto Diritti.

Messinscena pura, senza artifizi come un paesaggio rurale è. Casting nuovamente azzeccato con molti attori non professionisti dai volti asimmetrici ammaccati dal sole. La piccola Greta Zuccheri Montanari è un angelo, Claudio Casadio un martire della terra. Diritti sa essere arioso ed intimo, efficace nella linearità del suo raccontare. Qua e là si concede un paio di preziosismi niente male (la mdp che spia agile da dietro i covoni con una qualità d’immagine eccellente, o il geniale espediente della sordità per esprimere l’impotenza del padre davanti alla violenza) che lo confermano una delle promesse del futuro, ricordandoci il nostro passato.

sabato 26 giugno 2010

Barking Dogs Never Bite

Mi accorgo ormai che l’opera prima di un regista riesce, molto spesso, ad essere simile – ma anche decisamente diversa – a quelle che seguiranno. È il caso di questo Flandersui gae (2000) in cui l’esordiente, ma già padrone piuttosto sicuro del mezzo, Bong semina frutti che rigogliosi nasceranno nelle opere successive con più maturità e gusto per il cinema. Perciò, è utile fare un distinguo:

COSA CAMBIA

Confrontando la pellicola con la filmografia di Bong traspare una mancata fluidità nelle interazioni fra i personaggi, ruggine a compartimenti stagni, che sono legati da fili un po’ troppo elaborati per risultare credibili. La meccanica che sorregge la psicologia dei vari ruoli è interessante ad un’analisi in profondità (vale più o meno per tutti la legge del più forte, anche se ammorbidita dal tono comico, in cui ognuno cerca di sopraffare l’altro) mentre a prima vista, nel mero flusso schermo-occhi, i tormenti dell’aspirante professore canicida risuonano artefatti, poco inclini all’immedesimazione.
La commedia – a mio parere vera marcia in più nella poetica bonghiana – è qui più grezza, a sprazzi slapstick, con però momenti divertenti come quando le due ragazzine assistono dal tetto di fronte all’uccisione del piccolo cane. Essa, però, non viene accompagnata dai ficcanti spilli di drammaticità del Bong che verrà, resta commedia, semplicemente.
Tecnicamente si capisce che il ragazzo ha stoffa. Soluzioni visive particolari come la miriade di persone con impermeabile giallo che “tifano” per la ragazzina o la nebbia avvolgente del pesticida costituiscono dei piacevoli accorgimenti; una cosa che invece, per fortuna, il regista non riprenderà in futuro sono i rallenti, ivi proposti in dose massiccia per enfatizzare gli eventi. In alcuni casi amplificano l’ilarità, ma al contempo risultano ridondanti.

COSA NON CAMBIA

Non cambia che, escludendo la mosca bianca The Host (2006), il traino della storia è sempre un’indagine; che sia su un serial killer o su un cagnolino scomparso, che siano dei poliziotti scombiccherati o una madre ostinata, persiste un sentimento di attesa per lo scioglimento dell’intrigo che funge da vero toccasana per lo spettatore. Certo, qua le cose sono un po’ diverse perché sappiamo chi è il colpevole, ciononostante si è perlomeno incuriositi da come andrà a finire.
E poi, da buona tradizione del cineasta, il reo rimane impunito, sconfessando così gli stilemi americani dei crime-movie. Ma se in Memories of Murder (2003) l’assassino era quasi un’entità astratta che gravava sulle teste dei poveri detective, qui viene palesato fin da subito posando l’attenzione più sulla realtà sociale in cui è calata la vicenda. È un’operazione tutto sommato valida, anche perché focalizzarsi solo ed esclusivamente sulle sparizioni dei due o tre cagnolini avrebbe prosciugato la pellicola.
La quale non è pregna di senso come Madre (2009), e ci sta anche che non lo sia, ma che tuttavia ha la necessaria dignità per farsi seguire.

venerdì 25 giugno 2010

Lontano da Dio e dagli uomini

Il cinema di Bartas è fatto di privazioni. Coraggiose, estenuanti privazioni.
Egli rinuncia anzitutto a Raccontare secondo i termini convenzionali; in Few of Us (titolo internazionale per una volta inferiore a quello italiano), come nelle sue opere precedenti, non esiste storia che si sviluppi tramite l’algoritmo causa/effetto, non c’è una narrazione degli eventi, piuttosto si tratta di sguardi, sbirciate della macchina da presa che gela quadretti di non-vita in un’atmosfera da fine di tutto: degli uomini, dell’amore, del mondo.
Al carico notevolmente indecifrabile si aggiunge la repulsione al dialogo che Bartas proprio non concepisce, quasi geloso delle creature che riprende non permette a noi spettatori di comprendere nemmeno quelle poche parole pronunciate in uno sconfinato deserto di silenzio.
Privarsi degli ingredienti principali che sostanziano un’opera, priva a sua volta lo spettatore di quel coinvolgimento emotivo necessario per far parte del film.

Lo scenario questa volta è naturale, da qualche parte al nord, innevato, alberi spogli e rami secchi, ogni tanto la neve si dirada e da sotto sbucano ciuffi d’erba giallastra. C’è un piccolo villaggio, e una donna (la Golubeva, musa del regista), arrivata forse in elicottero, s’incunea muta nella desolata comunità fatta di vecchi rugosi tormentati da impercettibili tic con poster di donne nude alla parete. Uomini in letargo, brutti, sudati, che risvegliano la loro bestialità sentendo l’odore di una femmina. C’è un ruscello che scorre, delle renne statuarie, una donna con tre denti. Costante brusio in sottofondo che si disperde dentro il respiro della natura, mai così viva nel, fino a qui, metropolitano Bartas.
Come per Three Days (1991) non c’è nient’altro. Ogni interpretazione è lecita, ogni deduzione è consentita.

Faticando per giungere all’agognato finale restano nella memoria i volti dei vecchi incisi da rughe geroglifiche seminascosti nel buio, la loro ripetitività gestuale che pare una condanna nell’inferno di morte che vivono, e l’istantanea della danza. Il ballo è associato per l’ennesima volta all’unione, momento di vago calore umano che tiepido avvicina questi esseri al suono di una fisarmonica, strumento, semplice impressione personale, che più si avvicina al concetto di dio, di un dio triste.
Tutto il resto è stanchezza, sofferenza visiva.
Il cinema di Bartas è per pochi di noi, davvero. E non so se io sono fra quelli…

mercoledì 23 giugno 2010

Una lettera

Piccolo e superfluo omaggio ad un racconto di poche pagine che contiene verità infinite.

Ti scrivo questa lettera strana; la ricamo su un foglio che viene dopo tanti, ora appallottolati nel cestino ai miei piedi. Non voglio dirti niente che non sai già perché la distanza tra le dita e il cuore si annullava completamente attraverso i miei occhi che, lo sai, ti guardavano sempre. Ma tu – ma tu – ora che ci penso, hai preferito leggere altre cose che l’alfabeto dello sguardo, e non hai saputo, come non saprai mai, che insieme abbiamo fatto centinaia di viaggi. E questo sì, voglio dirtelo.
Ti ho portata in un pomeriggio di novembre per le vie della città, nel crepuscolo che meraviglioso riscaldava la sera fredda e noi guardavamo le persone che non avevano visi, distratte, uscire dagli uffici, figure inutili ci passavano affianco tormentate da quelle inquietudini che non ci interessavano, troppo leggeri scivolavamo sotto le insegne illuminate, brillanti aureole che segnavano il nostro cammino; restavamo in silenzio, o forse parlavamo di cose stupide ma tanto divertenti. E poi emersi ormai a sera sulle banchine del porto, fermarci. E lì non dire niente ma fissare la tavola tremolante del mare, nera e confortante distesa di silenzio, e allora senza vergogna o timore o paura ci dicevamo qualcosa che poi mesi, o magari anni dopo, avremmo ricordato con affetto, complici di un segreto solo nostro e dei gabbiani che quella sera al porto se ne stavano appollaiati sornioni sulle ringhiere, e di sottecchi ci guardavano, forse un po’ invidiosi.
Poi sei stata a casa mia. Seduta sul letto con affianco il mio gatto che steso lì vicino moriva di carezze, e quasi si addormentava alla cantilena delle tue parole che riempivano vuoti indefiniti nella stanza, ed io ascoltavo. Mi parlavi di te, di genitori e fratelli che poi avrei incontrato un giorno, magari; dicevi poco eppure mi bastava, ogni tanto ridacchiavi lisciandoti i capelli, accarezzando sempre il gatto che piano piano si accoccolava alla tua esile coscia, e la pace mi sembrava infinita, eterna, che sconfinava oltre le mura della camera per armonizzare il mondo.
Ma tu – oh tu – non sei mai venuta una sera di novembre sulla banchina del porto, eri sempre stanca dopo il lavoro, e lì non c’erano negozi da vedere, né aperitivi da prendere. C’erano solo i gabbiani, ma a te non importava. E la tua allergia ai gatti, “bestiacce” avresti detto scacciandolo dal tuo fianco; ma io, un gatto, non l’ho mai avuto.
Siamo stati anche su una nave, per andare in qualche luogo, siamo stati sette notti e sette giorni in una cabina che a malapena poteva ospitarci, appiccicati alla brandina fino a consumarci la pelle, lacerarci le labbra, solcare le nostre spalle abbracciandoci. Sospinti dal mare con il suo gigantesco respiro, con le onde che ti facevano stare male, la puzza di vomito che quasi era profumo, il tuo viso pallido sepolto nelle coperte, i tuoi baci secchi, il desiderio fortissimo di riposare vicini, respiro con respiro, e poi alzarmi piano, rallentando ogni movimento per non svegliarti, e salire sul ponte per cambiare aria ai polmoni, ma dopo un’occhiata alla poppa e un’altra alla prua ritornare giù svelto per paura che riaprendo la porta tu fossi sparita. Invece c’eri, e mi aspettavi.
Ma tu – sì tu – non sai cosa sia un viaggio in nave, non conosci la pazienza dell’acqua e nemmeno il vento tremendo che tira all’alba. Non l’hai mai vista l’alba sull’orizzonte, è qualcosa che riconcilia con la vita, ma a te non piacerebbe, o forse sì ma non lo diresti mai, o forse no perché tu non hai nessun debito con il tuo vivere, mentre io alla mia esistenza sottraggo più di quanto ce ne sia bisogno. Io l’ho vista quell’alba, ma ero da solo.
Una volta mi hai accompagnato a vedere una partita a casa di miei amici. Te l’avevo chiesto per piacere, non per qualcosa ma per stare insieme. Non ti importava assolutamente niente di 22 imbecilli che rincorrevano un pallone su un prato verde, e quasi guardavi con disprezzo gli altri imbecilli che stavano aldiquà dello schermo, che urlavano bestemmiavano imprecavano per chissacché. Non te ne accorgevi, ma io ti stavo vedendo, e seduta su quella poltrona con le gambe accavallate, la testa piegata di lato sullo schienale gonfio, i capelli sciolti che ricadevano sulle spalle, un bicchiere di coca cola a metà da circa un’ora, gli occhi – oh, radiosa miniera di cristalli azzurri – che vedevano i pensieri che pensavi e non una stupida partita, eri bellissima. La creatura più bella che in quell’istante calpestasse il pianeta, e quando ti alzasti per andare in bagno, con una scusa ti seguii lasciando da parte gol e rigori, ti presi i polsi sulla porta, e te lo dissi; che eri tutto per me, ogni infinitesima cosa, il mio cellulare il mio dentifricio i miei jeans la mia macchina, tutto. E dall’antro di cielo e mare che viveva nelle tue iridi iniziarono a scorrere lacrime che andarono a morire sulle mie spalle.
Ma io – già io – non mi alzai da quella poltrona, piuttosto vidi te – già te – andare e tornare dal bagno con una faccia annoiata a morte. Avrei voluto, eccome se avrei voluto, ma tu ti saresti messa a ridere, perché beh, perché certe parole funzionano solo nei film o nei racconti, dove la paura di giocare a carte scoperte è sempre assicurata da un lieto fine accompagnato da note melodiose. Mentre quel pomeriggio a veder la partita, l’unico suono che riempì la nostra distanza fu il reiterato fischio di un arbitro troppo severo.
Quanti viaggi senza mete o partenze abbiamo fatto, hai visto le cose che mi piacciono, ma a te – sempre te – non interessano. Vorrei che tu facessi ancora un ultimo viaggio, o forse il primo, destinazione me, anche se non so chi sei, se la mia vicina o la mia collega, se la mia vecchia amica o la mia compagna delle medie. Vorrei rivederti ancora, perché in realtà so chi sei, lo so bene, sei te ancora te, a non ricordare chi sono io, a non sapere come vivo, chi sono diventato. Adesso sorriderai ad un altro uomo come facevi un tempo con me, e avrai già dimenticato le nostre promesse mai mantenute finite nell’addio di un treno.
Ma io penso ancora a te, e quando tornerai ti darò questa lettera, senza aggiungere altro.

martedì 22 giugno 2010

L'educazione sentimentale di Eugénie

A dirla tutta questo è, a mio parere, il Grimaldi-erotico meno peggio; poverello sotto più d’un aspetto e derivativo a schifo prendendo come modello il buon vecchio Marchese de Sade, il cui filone aureo credo si sia esaurito con Pasolini perché riscrivere il personaggio dopo Salò (1975) è una vera e propria impresa che non è riuscita nemmeno a Švankmajer, non proprio l’ultimo degli arrivati, con Lunacy (2005). Difficile, perciò, che un Aurelio Grimaldi qualsiasi riesca nel declinare al presente la figura del Divin marchese, difficile, già, se non impossibile. Dato poi il contesto vetusto, quella Francia ottocentesca tutta imparruccata, che mi risulta poco attraente per la sua predisposizione alla pomposità, al gonfiare tutto ciò che apertamente dice, dai dialoghi alle scenografie, ero portato prima della visione a pensare L’educazione sentimentale di Eugénie come ad un disastro. Alla fine il disastro c’è, ma a metà… o a tre quarti va’.

Non è che dopo la visione mi sia ricreduto al punto di rivalutare il film, ciò che mi aspettavo ci fosse l’ho trovato, più che altro attraverso l’irrimediabile bruttezza dei personaggi macchiette e della storia insulsa venata qua e là da blasfemia all’acqua di rose, la pellicola riesce a non finire direttamente nel dimenticatoio. Perché gli arcaici scambi di battute che con ghirigori sillabici descrivono le dinamiche sessuali sono una cosa talmente stupida da rasentare la divertente idiozia. Probabilmente non era nelle intenzioni di Grimaldi quella di far ridere, o se sì al massimo di far sorridere, tuttavia ci sono elementi comici che funzionano alla grande: vedere il Marchese provarci a letto col fratello superdotato non ha prezzo. Le risate proprio.
E poi i costumi, le acconciature, il pathos sprigionatosi (eccome no), mi hanno ricordato gli intrighi di Sensualità a corte, opera che ovviamente gigioneggia di meno visto il contesto serio (Mai Dire Gol) in cui viene presentata. A proposito, ho scorto una vaga somiglianza tra Valerio Tambone e Maccio Capatonda, quest’ultimo oltre a condividere la stessa capacità recitative, frequenta con ogni probabilità gli stessi illegali circoletti del Marchese di Dolmancé.

Dicendo che il film si fa passare per la sua essenza fanfarona non significa che si possa far passare tutto. Anzi anzi, il regista commette nuovamente dopo La donna lupo (1998) l’imperdonabile errore di far parlare gli attori in camera, uno stratagemma che aborro con tutto me stesso e che sottovaluta lo spettatore perché è come se un pittore scrivesse sulla cornice il senso della sua opera facendo così sfumare il procedimento di lettura personale che è una delle esperienze culturali più affascinanti. In questo caso di messaggi profondi non se ne potevano dare granché, ma almeno quel poco sarebbe stato meglio non dirlo così chiaramente!
Evitabili le citazioni a De André decisamente fuori luogo a meno che non si fosse voluto omaggiare la città in cui furono effettuate le riprese, Genova, in un palazzo diventato museo che tutto sommato si presta anche bene alla causa.
Gli attori, tutti, trasmettono un senso di rigidità costante nella loro impostazione appesantita dai dialoghi improbabili. Le facce che fa Sara Sartini nel vedere membri al vento sono indimenticabili, Antonella Salvucci, di riflesso, è un nome che 5 minuti dopo avrete già rimosso.
Per quanto concerne il reparto zozzerie gli scaffali sono belli che vuoti, si incensa la lussuria ma è tutto molto contenuto, peccato perché i corpi delle ragazze, per quel che si vedono, non sembrerebbero neanche male…
Mi sto convincendo che l’erotismo su pellicola abbia sempre meno da dire. Ma ha mai detto qualcosa? Domanda sincera, non retorica.

venerdì 18 giugno 2010

The Corridor

Onestamente, si tratta di missione pressoché impossibile scrivere qualcosa di corposo su The Corridor perché la sua sostanza, se così può essere chiamata, va a diluirsi in un tempo che non è tempo così come il dove che sarà anche Vilnius ma che potrebbe essere un altro luogo ancora.
Tre anni dopo Three Days (1991) Bartas, presente col suo viso pulito, continua l’immersione silenziosa delle vite perdute, malinconiche e alcoliche di persone dai volti segnati, le barbe incolte, i seni piccoli e sgraziati. È calarsi in un mondo di tenebra dove la comunicazione verbale non è concepita e il contatto umano viene spogliato dai sentimenti nobili per precipitare in goffi avvinghiamenti di balli sfrenati.
Non c’è parola tra i personaggi, solo il costante brontolio di un vociare ovattato che sembra giungere dall’altra parte del muro, dietro, dal corridoio, angusto spiraglio definito dal regista un passaggio tra il presente e il passato che contiene molte porte dietro le quali macinano non-vita esseri umani alla deriva, in preda alle macerie della propria esistenza in una raffigurazione atemporale: il bambino piromane è Bartas che si aggira per l’abitazione? La prima parte del film sono ricordi? Amari granelli che precipitano nella clessidra del passato?
Le risposte non si possono desumere, abbiate pietà delle nostre anime sembrano dire quelle persone che per dimenticare tutto il resto si lanciano in un ballo assurdo, la riduzione in scala dell’ugualmente assurda danza di Satantango (1994).

Ma ciò che allontana Bartas da Tarr, aldilà dello stile inevitabilmente diverso, è che l’ungherese nonostante non possa sembrare, si interessa eccome della storia raccontata che riesce a fondere in maniera celestiale con la sua tecnica, il lituano invece pare disinteressato dal suscitare coinvolgimento di chi guarda per enfatizzare alla noia quelle atmosfere fatiscenti d’abbandono divino sul ciglio del baratro. Sono atmosfere che sprigionano fascinazione ma se per un’ora e venti non c’è praticamente altro si può anche passare oltre.
Consigliabile solo per chi va in brodo di giuggiole di fronte ad un Tarr o un Sokurov, per fare due esempi (comunque superiori), e vuole provare un diversivo.

martedì 15 giugno 2010

The Host

Immaginiamoci che nel tamburino dei crediti figuri il signor Roland Emmerich al posto dell’esimio Bong Jonn-ho, e che un Ben Affleck di turno sostituisca il sempre bravo Song Kang-ho. Aumentate il carico di catastrofismo apocalittico e inserite un po’ di pubblicità occulta a random.
Ok, fatto?
Ohibò! Facendo l’immaginario paragone tra un potenziale film simile a questo diretto da Emmerich e The Host, non scorgo differenze abissali, totali, che allontanino i due stili; ne trovo altre, sì, dovute ad un background culturale diverso, ma che tuttavia continuano a farmi rimanere della mia idea: c’è un bel po’ di Corea nel film, ma anche molta America.

Ora, non sono amante del genere, anzi lo rifuggo con tutto me stesso, ho dribblato Cloverfield (2008), per stare nel presente, e tutta quella riga di filmacci b-movie con piovre assassine e mosche pachidermiche, per dire del passato, perciò a prescindere dalla visione parto già con un grande credito nei confronti di un monster-movie: deve “darmi” tanto – in termini emotivi e non – per soddisfare la mia pulsione scopica. The Host è stato avaro nei miei confronti, ma si tratta di un problema bipartisan.
Perché da un lato ci sono io (ostinato refrattario agli scoppi agli incendi alla computer grafica se palesemente usata) e dall’altro c’è quel genere preciso con le sue caratteristiche (snobbatore di indagini extra filmiche mega pompatura di sentimenti ridotti a barzellette), e dunque conciliare le due parti è impresa pressoché impossibile. Anche se (lunga pausa di gongolamento) Lars von Trier sembra che stia preparando un disaster-movie…

Comunque, di americano c’è la mania di esagerare nel dare una spiegazione avvilente per banalità di un mostro che nasce a causa di rifiuti chimici gettati incautamente nel fiume, ma c’è anche la necessità di sospendere la propria incredulità di fronte ad una bambina che sopravvive giorni e giorni nella tana del mostro, il quale da buona bestiaccia yankee non viene abbattuto da gas letali fucilate o chessò io, ma da un paletto di ferro, un paletto nel gargarozzo e bon, stecchito.
Aldilà di queste sottigliezze che credo siano ordinarie per il tema, digerire ripetute scene di azione in cui un serpentone fa incetta di esseri umani, esibendo tali sequenze al pubblico nell’ostentata ricerca dello spettacolo, è qualcosa che mi riesce difficile, molto molto difficile.

Il salvagente che scampa l’annegamento è gentilmente fornito dal mondo coreano che nonostante sia messo ai margini più del dovuto riesce a incunearsi come un rettile nella vicenda, raccontando con una sensibilità tutta sua, genuina commistione fra commedia e dramma, i fiumi che scorrono fra le rive familiari ben più interessanti di quelle che ospitano il mostro infame. Un leit motiv quello dei legami di sangue che Bong sa maneggiare bene, benissimo come dimostrerà in Madre (2009), nei quali spicca indistintamente la presenza di un tonto. Di uno scemo. Inettitudine fatta persona, ma plasmato dalle pellicole bonghiane nell’eroe inaspettato, oppure nella vittima caduta in battaglia ricoperta di una gloria mai attesa (vedi Memories of Murder, 2003).
Mi piace, cazzo se mi piacciono questi personaggi. Vedo infinitesime parti di Kinski in loro, cavalieri di una guerra persa in partenza. E preciso il finale, antiamericano doc, segna la sconfitta del padre babbeo, addolcita un minimo dalle ultime nostalgiche battute.

Non lo si dice nemmeno ma The Host è l’unico film di Bong ad essere stato distribuito nel Belpaese, e guarda caso è anche il più accessibile (oserei dire commerciale ma è un termine che mi nausea) per la massa. E vabbè, andiamo avanti.

domenica 13 giugno 2010

Katalin Varga

L’illegittimità del figlio è onta troppo grande per il marito che caccia via Katalin dal villaggio. La donna armata di carretto e bimbo al seguito si sposterà nelle campagne per vendicare l’infamia dello stupro.

Opera primissima di Peter Strickland, assolutamente inglese di nascita nonostante il film sia stato girato intorno ai boschi vibranti che segnano il confine tra la Romania e l’Ungheria. E la scelta di questo particolare set si rivela azzeccata, perlomeno intrigante quel tanto che basta per incuriosire, perché le ambientazioni bucoliche vincono spesso e volentieri data la loro innata forza vitale, naturalità primigenia nel respiro del vento filtrato dalle fronde, labirinti di rami e foglie che occultano orrori indicibili al mondo esterno e ne riportano l’invariato orrore a distanza di anni. In più, ed è un più che vale tanto come avevo avuto modo di dire parlando di Bartas, quella precisa zona geografica sormontata a est dall’immensa Russia e a ovest dall’attraente Europa, possiede un che di magico di atemporale, anche solo nelle rughe di un vecchio o negli sguardi pieni di vita dei bambini dagli abiti sgualciti.
Non basta questo, ovviamente. Non basta mettere un paio di attori in un territorio agreste per fare un buon film. Sì, quello può essere un discreto bonus aggiuntivo in grado di alzare il voto nel bilancio finale, se però in queste terre dimenticate da dio non si mette in piedi una storia come proprio lui comanda allora ci si presenta ad un bivio: o il regista sopperisce alla mancata narrazione con una tecnica sopraffina (e non è questo caso), oppure l’opera fallisce, che in parte è questo caso.

Dico che non ci troviamo dinanzi ad assenza di professionalità, piuttosto a poca dimestichezza con il linguaggio cinematografico nell’ostinato tentativo di donare un alone soprannaturale alla pellicola che non lega granché con gli ambienti selvatici e – per me – un po’ rozzi che la costituiscono. I suoni riverberati, echi di cose indefinite sprigionati dalla selva, immagini fuori fuoco e quant’altro sono piccoli tranelli adoperati per rabbonire lo spettatore, operazione legittima vista la paternità esclusiva di un film, però è necessario dare fluidità al proprio lavoro per far sì che venga avvertito nella sua completezza, mentre qui le parti oniriche contribuiscono ad uno scollamento del comparto visivo nei confronti delle parti reali. Insomma, io ho sentito che tali parentesi siano state inserite solo per suggestionare e creare un po’ di confusione, nell’economia del narrato, però, hanno pochissimo peso.

Nella vicenda ha invece peso il sentimento di vendetta che iscrive Katalin nell’albo delle vendicatrici istituitosi con Thriller (1974). Ci sono situazioni rispettose del filone rape & revenge come l’adescamento del primo malcapitato realizzato proprio bene nella sfrenata danza gitana, e ce ne sono altre, ad esempio il flashforward iniziale depistante o la confessione della donna al suo aguzzino sul placido fiume nella splendida cornice del tribunale più imparziale del mondo: quello della natura, che funzionano se non bene almeno abbastanza. Si tratta comunque di piccoli pezzetti che non hanno una connessione convincente. Preso nella totalità, dal suo inizio al suo finale Katalin Varga racchiude punte di buon cinema controbilanciate da evitabili mediocrità generate da vacui tentativi di imitazione (si parla di Lynch, ma ho notato una predisposizione al male più vontrieriana) che abbassano il livello generale.
Strickland ha per fortuna dalla sua l’età, ed avrà tempo per migliorare il suo cinema.

mercoledì 9 giugno 2010

Pleasant Days

Una lavanderia come luogo di sporcizie umane. Maja partorisce un bambino e lo vende per qualche euro a Marika, l’amica proprietaria. Il travaglio avviene fra i vestiti puliti del negozio mentre Péter, fratello di Marika fresco di riformatorio, spia la scena di nascosto.

Mi aspettavo il Mundruczó dei lavori recenti, raffinato ed originale, molto bravo a tessere atmosfere memorabili, e invece non l’ho trovato. Sembra un altro questo di Szép napok (2002), un altro Mundruczó meno personale, probabilmente acerbo, piuttosto claudicante nel proporre una storia che si mostra ripetitiva nella sostanza.
Ma andiamo per gradi.

Già l’ambientazione della lavanderia è pressoché anonima, inoltre la scelta in più d’un’occasione di abbandonare le immagini alle luci naturali non si può definire brillante per la confusione che genera in una narrazione oltremodo disordinata di per sé. Anche se Johanna (2005) non sarà un capolavoro, si fa ricordare per la sua bellezza estetica in grado di sopperire, o almeno bilanciare, il poco ed inevitabile coinvolgimento di un film interamente cantato.

Poi la storia. Mah! Bruttarella forte con l’intreccio forzato che cerca di risucchiare più personaggi che può, state a sentire: Péter si innamora di Maja, incinta del suo migliore amico e a sua volta amicona della sorella Marika, ma a cadere fra le braccia di cupido per la bionda ossigenata è anche il ferramenta (o quel che diamine è) padre di famiglia datore di lavoro di Péter.
I meccanismi farraginosi si intestardiscono poi sulla reiterata ricerca da parte di tutti gli ometti del film di scoparsi Maja, riuscendoci, il quale ruolo di signorina licenziosa se lo guadagna fin dalla prima scena – come definireste una tipa che vende il proprio figlio? – senza che ci fosse bisogno di mostrarlo per tutta l’ora successiva della pellicola, perché così facendo viene a crearsi una fastidiosa eco che non porta al compimento della vicenda, ma la accartoccia su se stessa.

Lei, Orsi Tóth, si salva. Per chissà quale strampalata associazione di idee mi ricorda il grande James Wood, devono essere i suoi lineamenti nervosi, scattanti, le ossa a fior di pelle con uno sguardo da cerbiatto ferito che scioglierebbe chilometri di calotte polari. Più che altro Mundruczó le affida sempre ruoli in cui di riffa o di raffa finisce per essere sempre maltrattata dagli uomini, il che la trasporta dritta dritta nella culla del cuore di chi guarda. Nonostante sia una mezza puttana. Ne è prova l’empatia che si genera durante lo stupro finale in cui viene sbattuta e umiliata sull’asfalto. La scena è efficace, ma in Delta (2008), sempre con la Tóth suo malgrado protagonista, nella riproposizione violentemente sorda del campo lungo lo sarà molto di più.

Caro Kornél, Béla non sarà stato affatto fiero di te per questo film, no no.

lunedì 7 giugno 2010

Giorni, e notti, difficili


Ascoltare Einaudi vale un viaggio in un posto lontano, desiderato, insieme ad una persona a cui tieni. È musica che vibra nell’anima e non nel cuore, perché le sue note niente hanno a che fare con la viscosa materia del sangue, dei ventricoli e delle vene. Piuttosto volano come spiriti sopra i tetti, si infilano nei camini accesi con affianco anziane nonne che raccontano le loro vite in un soffio, e poi non ci sono più.

domenica 6 giugno 2010

In My Skin

Donna in carriera si taglia una gamba durante una festa in villa. Con nonchalance ci beve sopra per poi farsi medicare. Un’altra ferita più profonda s’è però ormai spalancata.

Lo schermo frazionato dei titoli iniziali, spesso inutile escamotage confusionario mentre qui tutto sommato degno d’essere per la sua riproposizione nel finale, segna quella che sarà la strada di Marina de Van fino all’ultimo fotogramma.
Uno schermo diviso a metà.
Una donna divisa a metà.
Dall’esterno infaticabile arrampicatrice d’organigrammi, dalla vita sentimentale colma e un futuro roseo con il marito (Laurent Lucas di Due volte lei, 2005) sempre attento a volerle bene.
Dall’interno insofferente essere masochistico, devastata da un desiderio morboso e aldilà del proprio controllo di vedersi da dentro. Tagliandosi, lacerandosi, facendosi a pezzetti da conservare per sempre.

La doppia identità, il sfuggire senza riuscirci al proprio “signor Hyde” quando le persone intorno non concepiscono “lo strano caso” che hanno di fronte, risulta il vero traino di Dans ma peau perché sebbene il sangue non venga affatto risparmiato e le ferite siano mostrate con dovizia di (det)tagli e le lame dei coltelli entrino ed escano dalla cute come se fosse un foglio di prosciutto, tale gore resta una roba forte anche per i duri di stomaco, ma già veduta, in tutte le sue gocce rosse, e idem per gli squarci epidermici e/o affettamenti vari. Niente di nuovo sotto questo sole nero.
A rivitalizzare l’horror mostrato ci pensa per l’appunto la trascinante condizione della protagonista combattuta tra le sue due personalità e i problemi annessi alla sfera personale: vedi colleghi amici e fidanzato.
Omettendo l’eziologia del disturbo – e va benissimo così poiché la regista sarebbe sicuramente andata ad impelagarsi nei soliti luoghi comuni dell’infanzia difficile – ci troviamo di fronte una donna che pur avendo tutto dalla vita preferisce asportare lembi di pelle da se stessa, conciarli come il cuoio e stringerli al seno per rivendicarne la proprietà. Non si tratta di uno schiribizzo mania passeggera, è istinto animalesco, puro impulso irrefrenabile. E lo si evince dall’ottima scena in cui Esther cena con i suoi colleghi.
Momento di massima tensione: sopra il tavolo la ragazza cerca di essere quella che tutti conoscono, ascoltando l’assurda discussione su quanto il mercato giapponese sia diverso da quello europeo e di come Roma sia una città povera di musei e divertimenti (sono francesi, bisogna capirli), ma sotto il tavolo, ah sotto è l’altra Esther, quella violenta, probabilmente pazza o più semplicemente malata. Difatti vedrà il suo braccio amputato sul tavolo, questa visione è riconducibile ad un disturbo chiamato Body Integrity Identity Disorder (Wikipedia) dove le persone che ne soffrono desiderano eliminare una parte di sé per sentirsi completi. Ma di tutto questo le persone intorno a quel tavolo non se ne accorgeranno mai.

Potrà anche essere una sovrainterpretazione la mia, il film potrà, tutto sommato, trattarsi solo e soltanto di un po’ di splatter messo lì per farsi vedere. Potrà. Se però ci ho letto quello che ci ho scritto, In My Skin possiede qualità nascoste apprezzabili che ne fanno valere una visione.

Per restare in tema buttate un occhio sul sempre francese Cannibal Love (2001) che vede nuovamente una donna dietro la mdp, Claire Denis.

mercoledì 2 giugno 2010

Y tu mamá también - Anche tua madre

Due amigos per la pelle (e per le palle) alle prese con alcune decisioni importanti nell’ultima estate. Quali studi intraprendere? Quali ragazze farsi stasera? Quante?
Poi arriva la moglie del cugino, caliente spagnola, e un viaggio con lei sugli asfalti del Messico fino alla stradina sterrata che porta alla Boca del Cielo.

Ritratto di un’adolescenza raccontata troppe volte per stereotipi dal cinema, in cui si amalgamano i soliti elementi portanti: l’alcool, il fumo, il sesso. Ingredienti presi e calati dalla realtà, senza dubbio alcuno, ma sterili – se resi così – ai fini del contenuto. Il presentimento di aver già veduto un Julio e un Tenoch in un film di Harmony Korine o chi per esso è forte, già dalle prime immagini già dalle prime battute. E il contorno di amici strafatti e genitori assenti anche se presenti non erige Cuarón ad innovatore di un genere sondato in lungo e in largo.
Però, il fatto che questa pellicola non sia un esempio di originalità da tramandare ai posteri non significa che sia da bocciare in toto. Anzi no, Y tu mamá también è, se visto a cuor leggero, anche un’opera gradevole per la vitalità che riesce a sprigionare, merito dell’ambientazione, del Messico formicolante e del Messico azzurro del mare (o del cielo), e merito dei due giovinetti che recitano naturali, da strada, con il loro slang preciso e l’immancabile Corona ghiacciata tra le mani.
Certo certo, ci sono brutture degne di nota nella sceneggiatura, veri piegamenti innaturali per favorire il realizzarsi di eventi – che “caso” il tradimento confessato ad Ana poco dopo la proposta del viaggio – o un paio di scenette messe lì per puro esibizionismo attira-babbei. E certo c’è tutto ciò, inevitabile forse trattando queste storie d’adolescenza trasgressiva, e pur vero però che l’interpretazione data da Cuarón è nel complesso una delle meno peggio, apprezzabile per la forza cinestesica che trasmette attraverso il viaggio, da sempre e per sempre luogo di cambiamento formazione e trasformazione, appaiata ad una percezione di stallo, di sosta, d’autunno. Andare avanti per fermarsi e poi ricominciare per fermarsi un’altra volta mentre i protagonisti alla ricerca di un luogo che non conoscono troveranno la strada sulla cartina dell’anima, in un viaggio interiore, sempre scanzonato e scurrile, ma che in un film così, con delle premesse così, non è affatto male.

In più il linguaggio del racconto è ricco. Cuarón ci va pesante con la camera a spalla ma non come ne I figli degli uomini (2006), è un passo quasi felpato, incerto, che si avvicina e allontana agli e dagli attori con un confortante e azzeccato timore. Giusto come le divertenti divagazioni della voce off preceduta da un risucchiamento del sonoro per sottolinearne il momento e cristallizzarlo, che ricordano più di un po’ le mirabolanti digressioni, ricche di colore, fantasia e inventiva, dei romanzieri latini. Teoricamente inutili ai fini della storia, ma piacevolissime da sentire.

Nella sua spontaneità il film è persino (a tratti) bello, soprattutto da vedere per la malinconia di un estate che finisce insieme ad un’amicizia; le cadute di stile ci sono, comunque.