lunedì 31 maggio 2010

The Bridge - Il ponte dei suicidi

Disordinata cronistoria – dopotutto – devo dire indolore, dell’anno di disgrazia 2004 a San Francisco, Golden Gate Bridge per la precisione, teatro grandguignolesco di ventiquattro, dicesi ventiquattro, suicidi nell’arco di 12 mesi. Praticamente due al mese.
Piazzate tot telecamere che hanno ripreso notte e dì i movimenti sul ponte nei pressi della zona, il regista Eric Steel ne ha cucito le immagini con testimonianze dei parenti o amici stretti delle persone suicidatesi.
Macabro, penserete. E lo penso anche io che con la mia “esperienza” definirei The Bridge un mondo movie dei giorni nostri, certo più curato nella tecnica e meno ostentato nel contenuto, ma voyeuristico nonché speculativo nel maneggiare storie di gente che si toglie la vita. Molto intrusivo, davvero, forse l’aspetto più fastidioso è quello di voler entrare in sfere personalissime che da nome sarebbero perlopiù appartenenti ai legittimi proprietari e non ad un curioso obiettivo di un inutile telecamera. Ma in America l’elaborazione del lutto dev’essere più compartecipativa della nostra visti i funerali-rinfresco che fanno, e quindi riprendere un tizio che si getta giù da un ponte non dovrà sembrare troppo irrispettoso per gli yankee.

Tenendo a mente una tale condivisione della soglia del dolore, si può dire che il documentario abbia una valenza minima nel suo campo date le telegiornalistiche informazioni che dà. Se di denuncia si voleva trattare farci un film sopra è un’esagerazione, che di notizie così se ne sentono e se ne leggono ogni ora, e sebbene siano pur sempre brutte storie, l’opinione pubblica si è costruita addosso una bella corazza che un poveraccio stanco di vivere non potrà di certo scalfire.
Il gusto è cattivo, almeno sempre per me vecchio europeo, anche e soprattutto quando i conoscenti parlano dei loro cari deceduti, nel rivelare e nello svelare i vuoti esistenziali che li tormentavano. Oltre a mancare di riconoscenza al morto, le varie testimonianze si susseguono dentro ovvietà sconcertanti come se non si potesse intuire che un essere umano desideroso di lasciare ‘sto mondo abbia giganteschi problemi irrisolti.
E poi meschina la strumentalizzazione del capellone suicida che viene proposto nelle immagini sul ponte più degli altri per venir alla fine utilizzato come (inconsapevole) protagonista principale con il suo salto mortale all’indietro.

Evitate.

giovedì 27 maggio 2010

L'uomo di Londra

Ancora, nonostante sia arrivato in fondo – per adesso – alla filmografia di Béla Tarr, ancora resto letteralmente attonito dal suo usus scribendi unico, così tanto da essere inimitabile che per un autore, presa coscienza dell’impareggiabile opera propria, credo possa essere un discreto vanto. Perché qui come in tutti i suoi film da Perdizione (1988) in avanti, il tempo del racconto per Tarr si dilata enormemente prendendosi spazi che altri registi non toccano, che altri registi per dire quello che Tarr dice ci mettono la metà della metà.
Si sa che un film di questo cineasta sarà lento, è la concezione che ha del cinema, la visione personalissima che lo contraddistingue. Ma si sa anche che, armati di pazienza, i piani sequenza interminabili conditi da pesante e rimbombante silenzio, e lo sforzo per non cedere all’interruzione all’abbandono, potrà essere ricompensato da sequenze magnifiche di Cinema da guardare (ma da guardare veramente, perdio) con gli occhi sbarrati.
Accade però, per la prima volta dal Tarr post-Tango, che non venga premiata l’attenzione impiegata durante L’uomo di Londra, si aspetta che prima della fine giunga il preteso miracolo su pellicola che sappia allietare la perseveranza adottata nelle due ore abbondanti di proiezione, che sono sì tarriane nella forma fino al più invisibile movimento, che tuttavia non mostrano niente di veramente ma veramente memorabile: niente danze sfrenate fra ubriaconi incoscienti spiati dall’occhio panottico di un bimbo stanco d’essere, niente balene imbalsamate in un oceano di follia collettiva, niente che vada ricordato sul serio, tenendo a mente che comunque è un film di Béla Tarr, e mal che vada assisterete a qualcosa che aldilà del bene e del male contiene dentro una bellezza rara.
Poi. Poi anche la sostanza dei contenuti è dissolta, qui. Ci sono testi sotto e messaggi da carpire, piuttosto flebili però, illuminanti poco, troppo poco da non uscire oltre l’involucro noir che avvolge l’opera.

Andando nello specifico.
Quel bianco e nero, quello sporco e perfetto, quello c’è?
Sì sì, c’è, e si vede già con l’inizio tra i vapori della nave e il petrolio del cielo notturno a creare un contrasto dicotomico. Non è “sporco” però, anzi il paesaggio marino del porto con i suoi vicoli sbattere di onde danno una sensazione di “pulito”, una sensazione strana trattandosi di Tarr.
E il suo stile, i piani sequenza? Quelli ci sono?
Oh sì, eccome! E sono sempre emozionanti grazie agli spostamenti della mdp per i quali sperimenta nuove inquadrature dall’alto molto suggestive. Manca IL piano sequenza da consegnare alla Storia, ma ne ho già detto.
Le musiche, invece?
Presenti con le fisarmoniche, ovviamente. Sono loro a dettare i tempi. Anche se a volte peccano d’invadenza, come dire… si sentono troppo spesso durante la durata, mentre in Le armonie di Werckmeister (2000) i loro mirati e malinconici ingressi rompevano gli equilibri emotivi dello spettatore.
Lo staff, quello che lo accompagna praticamente dagli esordi c’è?
Sissignore. La moglie Ágnes Hranitzky da sempre presente durante la lavorazione si guadagna su IMDb il ruolo di co-regista. Immancabile lo scrittore ungherese László Krasznahorkai, fedele curatore di sceneggiature nonché autore del libro da cui fu tratto Satantango (1994). E last but not least, il grande Mihály Vig alle prese col comparto sonoro. Nessuna assenza da registrare.
Piuttosto, quella fatiscenza, elogio (o elegia) dell’essere decadente, di friabile disumanità, del fango della pioggia incessante degli elementi malevoli dello smarrimento perdizione dannazione disperazione, c’è? Ci sono?
No cazzo, non vi è quasi niente di tutto questo. E sarà riduttivo deprezzare un film perché non ha l’atmosfera dei suoi predecessori, ma unendolo al mero scioglimento dell’indagine si avverte che la chiusura della storia lascia dietro di sé qualcosa di aperto che ‘sta volta non è stato impresso sulla bobina. Né dentro di noi.

Aspettando Il cavallo di Torino

lunedì 24 maggio 2010

Un amore

Dino Buzzati
1963 1° ed.
Mondadori; 320 p.

Ora la fissava in continuazione, la faccia ostentatamente voltata verso di lei. Ma Laide non pareva accorgersene. Senonché a un tratto, senza guardare, allungò la destra cercando una mano di Antonio. Lui le sussurrò in un orecchio: “Non ne hai abbastanza?”.
“Oh no” rispose Laide fingendo di non aver capito “io mi diverto un mondo, lo trovo così spiritoso.”

Se c’è un aspetto di questo blog in cui ho fallito miseramente riguarda tutto ciò che ha una consistenza cartacea. Libri fumetti e quant’altro. Non è che non leggo perché leggo, male – a saltelli, lascio a metà per poi riprendere ricordandomi poco, svogliato quando alcuni passaggi non mi solleticano e allora cerco di fare più in fretta possibile per superarli – e poco perché a parte tutto la mia media annuale di libri letti è inesorabilmente bassa.
Il casino vero è che sui libri ho parecchie difficoltà a scriverci. Ed è buffo dato che un film, alla fine, è più effimero di un romanzo che t’accompagna per giorni e giorni in ogni posto, dal cesso all’ufficio, e che quindi dovrebbe scendere ben bene sotto l’epidermide per dilatarsi nelle pieghe della vita quotidiana. Ma niente. Fogli di Word iniziati e cancellati, idee sparse niente di concreto.
Poi c’è un altro discorso. Che mi mancano i punti di riferimento, ho dei buchi mostruosi in letteratura e perciò senza coordinate mica è semplice orientarsi, si rischia di scrivere tante troppe sciocchezze.

Ciononostante di Un amore voglio dirvi.
Mi è piaciuto tanto, bello. Fin dal titolo che con quell’articolo indeterminativo generalizza non un, ma IL sentimento per eccellenza, e poi lo universalizza rendendolo di tutti, personificandolo come a dire che nei panni del povero Antonio Dorigo ci siamo passati e ancora ci passeremo. Ahimè data la perdita di dignità, fortunatamente per l’acquisizione d’uno slancio vitale che solo quelle cose lì possono dare.
Il romanzo ha coscienza propria con la sua insicurezza (forse troppe le domande autoriflessive) essendo raccontato “dalle spalle” dell’architetto innamorato che Buzzati annienta nella grigia realtà metropolitana, Milano che palpita, sfuma su carta, ai piedi di una ninfetta da poche lire, la Laide, animaletto indifeso o ferito, astuto o crudele. Una puttanella odiosa, difficile seriamente difficile da non amare alla follia, calpestandosi.
I meccanismi sono quelli: l’incontro, la frequentazione, il distacco, cose già viste. Sono meccanismi oliati però da un grande autore. Nei tormenti del Dorigo, così netti da essere tremendi nella loro realtà, vivono sogni disillusi dell’uomo di mezza età nella Milano bene degli anni ’60, inquietudini che però rintoccano attuali, presenti, purtroppo ordinari anche oggidì. E quando un autore coglie tali sensazioni senza tempo ha capito se non tutto direi molto della vita, e l’opportunità di leggere cosa ci ha scritto sopra è un vero e proprio dono.

Lo stile di Buzzati è sorprendente. Sorprendentemente vivo.
Ventitre anni dopo Il deserto dei Tartari e a nove dalla sua morte, Un amore è linguaggio raffinato preso dal marciapiede che se ne fotte delle regole e omette virgole e maiuscole, cambia modi verbali da un capoverso all’altro, lascia da parte la ligia osservanza alla sintassi per diventare strabordante nella descrizione della città con i suoi rumori, nuvole, smog, case chiuse, cuori sanguinanti e budelli al lumicino di una lanterna.
Nel finale poi, Buzzati va veramente a briglia sciolta regalando intense pagine di scrittura come non ne leggevo da tempo.

Un amore è il malinconico ritratto di un amore, di un uomo, di una città, di un mondo.

Nel 1965 Gianni Vernuccio diresse l’omonimo film ispirato dal romanzo con Rossano Brazzi e Agnés Spaak.

mercoledì 19 maggio 2010

Three Days

È ancora un grande onore per me potervi presentare un regista molto “da festival”, particolare, di quelli che quaggiù si trovano a casa, conosciuto soltanto dalla solita nicchia di cinefili, a volte osannato (soprattutto oltralpe), altre volte bocciato come nel caso della sua ultimissima prova Eastern Drift (2010). Sto parlando di Sharunas (Šarūnas) Bartas nato a Siauliai nel 1964, Lituania, ma piccolo globetrotter nei fatti avendo girato film in luoghi diversissimi e lontanissimi tra loro.
Come è il cinema di Bartas? Beh, non lo so. Le sensazioni sono positive, il resto lo scopriremo insieme.

Trys dienos (1991) è il suo primo lungometraggio e fu presentato al Festival di Berlino riscuotendo discreti consensi. Il film è di quelli asciutti, senza fronzoli: un paio di giovani erranti attori, una location ad effetto come la desolante città di Kaliningrad, fotografia pagliericcia, sequenze lente, dialoghi suggeriti più che parlati, rumore svariato dal porto, dalle fabbriche, dalle sale da ballo.
Non c’è nient’altro.
Si racconta di questi e del loro incontro nella città. Del loro girovagare in alberghi inospitali e seminterrati disadorni. C’è aria di stasi in questo film che narra gli eventi attraverso silenzi umani o rumori lontani. Tutto è imperscrutabile, solitudini ancestrali, vuoti che non si riempiono. Sembra che – tesi del tutto personale – nelle zone dell’ex URSS non se la spassino granché. C’è un mal di vivere sotterraneo che traspare anche soltanto dai volti delle persone, spesso solcati dalle rughe o ricoperti da barbe sporche e disordinate. Il decadimento dei posti fisici va a braccetto con quello delle anime che sanno di non aver alcuna possibilità di redenzione, e allora continuano ad arrancare nel tempo, perdendosi.
Ci sono eccezioni, come i ragazzi di questo film. E la loro voglia di andare via, di partire, ma il meccanismo beffardo, fatto di annullamenti e privazioni, in cui sono imbrigliati dalla nascita non permette loro di poter fuggire. Alla fine non resta che l’esplosione di pianto della ragazza (Yekaterina Golubeva, futura moglie del regista) per presa coscienza del proprio stato esistenziale.

Capirete che Three Days è un film per pochi. A mio modo di vedere non molto raccomandabile perché fermo statico inerte ed anche – non me ne vogliano i bartassiani, ammesso che esistano – noioso.
È un cinema che utilizza questo linguaggio, che fa dei tempi morti la propria sostanza; è brutto usare un aut aut ma mai come in questo caso è da prendere o lasciare.
Io comunque sia prendo.

Benvenuti nel mondo di Sharunas Bartas, credo che non ne usciremo tanto facilmente.

domenica 16 maggio 2010

The Hole - Il buco

Gli ultimi giorni del millennio scorso. Su Taiwan piove a dirotto e un’implacabile epidemia miete vittime in grande quantità. Nel palazzo spopolato il buco nel soffitto di una donna sola la collega all’appartamento soprastante dove abita un ragazzo che come lei condivide la sua vita con la solitudine.

Mi sto avvicinando con cautela al cinema di Tsai Ming-liang. È difficile, come spesso accade con gli Autori dalla A maiuscola, e nell’arduo compito di scrivere su di lui e su quel che fa, mi accorgo di non lodarlo troppo ma anzi, alla fine parrebbe più negativo che positivo il bilancio globale. Non è così nella realtà dei fatti, non è così e proverò a spiegarlo.
The Hole è un film di rinunce.
La più grande, più facilmente rivelabile ma di cui si potrebbe con grande errore sottovalutarne l’importanza, è la decisione coraggiosissima da parte del regista di non usare le musiche. Che detto così non sembrerà un’assenza pesante, in fondo è (credo) pensiero comune che al cinema pesino più le immagini dei suoni; è probabile, per carità, tuttavia il film mi ha fatto riflettere di quanto il sonoro abbia l’insostituibile capacità di risvegliare emozioni recondite. Provate a immaginarvi Profondo rosso (1975) senza i Goblin, o per rimanere in territori oltrefondiani un film di Tarr senza le composizioni di Mihály Víg. Sono due componenti (immagine e suono) che vanno a braccetto aldilà della nostra percezione, il connubio lo accettiamo quasi per partito preso, e quando si presenta una situazione come quella proposta da Tsai si avverte uno sbilanciamento dei mezzi utilizzati a favore delle immagini che difficilmente, almeno per quel che sono io, trasmetterà a chi guarda quell’agognata empatia. The Hole risulta “freddo” alla visione, che porta alla distrazione con i silenzi “bagnati” e la staticità delle sequenze. Il poco coinvolgimento non sarà imputabile esclusivamente alla mancanza di uno score enfatizzante, ma una buona percentuale ce l’ha.
Detto questo, sarebbe scorretto affermare che Tsai non si sia occupato delle nostre orecchie. Il regista rinuncia all’armonia delle note per affiancare alle scene uno scroscio incessante di acqua (vera fisima dell’artista) piovana il quale possiede nell’interpretazione della vicenda una qualità isolante, decontestualizzante. Uomo e donna che vivono in un loro mondo, così vicini, così universalmente lontani.
Quindi: il film sarà avaro di emozioni, ma l’idea che lo attraversa è tanto ma tanto brillante.

Un’altra rinuncia è quella della parola.
E anche questa privazione non aiuta a creare un ponte di collegamento fra il film e chi ne fruisce. Maneggiare il silenzio è sempre prova complessa, sia per uno spettatore che, immagino, per un regista. C’è il rischio di sovrainterpretare o all’opposto di deprezzare. È necessario muoversi avvedutamente, sforzando la nostra attenzione oltre gli istanti vuoti ripresi, lunghi e a volte noiosi, per arrivare a giustificare tale scelta che è a mio avviso stonata come l’omissione del sonoro, ma che nonostante ciò traduce meglio di qualunque lirica ostentata la solitudine che artiglia questi due poveretti. Per certi versi ci troviamo di fronte ad un dramma di poca comunicabilità simile a Che ora è laggiù? (2001) dove l’avvicinamento tra le due anime avveniva grazie al cinema, mentre qui, un po’ più prosaicamente, grazie ad un buco nel soffitto – ma sulla simbologia del buco ci sarebbe da dire: allusioni sessuali, di deviazione –.
La strada irta di ostacoli che conduce al traguardo ha, comunque, una piccola grande inquadratura risarcitoria per la fatica impiegata. È quel braccio teso, quasi rubato dalla mdp, a trasformare la solitudine in solidarietà, e a far apprezzare The Hole, nonostante tutto.

Per mio conto non posso che ribadire un continuo distacco tra i miei gusti personali e il cinema di Tsai. Un distacco che però non prescinde dal rispetto per questo regista.

venerdì 14 maggio 2010

INTERMITTENZA # 3

- è l’odore di asfalto bagnato schiacciato da un cielo fluorescente sbiadito. scorie. nell’altoforno bruciano cuori esangui e carri cigolanti portano barili di lacrime amare che evaporano dentro nuvole intossicanti gonfie di sangue nero. esplosioni nucleari. acido nello stomaco acido come pioggia che scende che fende sulle guance sulle nostre teste stanche ed una colonna sonora incessante: gocce di altre memorie di vane glorie di troie senza voglie che entrano come l’apocalisse come la fine come urla di sirene senza coda la gente si calpesta fa ressa la folla non si arresta. la morte non ha fretta. è quest’odore di asfalto bagnato l’ultima cosa che abbiamo sentito sotto un mondo sbiadito -

martedì 11 maggio 2010

Haze - Il muro

Il massiccio carico disturbante di questo mediometraggio (ma non troppo inferiore alla durata media dei suoi film) risiede nella bravura di un grande Tsukamoto che con lo sforzo incredibile in post-produzione tra tagli e cuciti e suoni precisi, è nelle condizioni di trasmettere paura, claustrofobia, angoscia e quant’altro abbiate provato guardando Haze, senza mostrare quasi niente, e senza farci sapere niente, almeno all’inizio.
Dubito che un film così fatto e costruito possa piacere a tutti perché, diciamolo pure, Shinya gioca sporco con lo spettatore. Non viene detto come l’uomo sia finito in quell’inferno, non viene detto il perché e non viene detto chi sia quella donna, per non parlare dell’ufficio in cui riemergono. Insomma, è un tiro scorretto da parte del regista che non permette nemmeno profonde deduzioni dalla storia… d’amore? È la fine di una storia, forse? “Mi dispiace” ripetuto lievemente dalla ragazza, due ferite simili nello stesso punto… chissà. D’altronde con Vital (2004) si cercava di ricostruire la memoria di un sentimento attraverso la sofferenza del corpo, e qui accade un po’ la stessa cosa con tutte le interpretazioni soggettive del caso.

Comunque, aldilà di ciò che Haze potrebbe essere o non essere, ci troviamo per certi versi di fronte ad un nostalgico salto nel passato tsukamotiano in cui ritornano con rinnovata forza le suggestione metalliche di un tempo. Meno “belle” da vedere perché meno artistiche, se così si può dire, ma che comunque mantengono intatte una potenza disorientante difficilmente imitabile (prendete 964 Pinocchio per capire la differenza tra Tsukamoto e chi vorrebbe esserlo) che con Haze si amplifica in una regia che davvero annienta qualunque coordinata fisica. È difficile, a volte, solo capire in quale posizione si trovi il protagonista, se sdraiato o in piedi, ed è quantomeno problematico comprendere cosa gli stia accadendo, quale tortura disumana gli stia toccando. Di certo non è una roba piacevole, e questo lo filtriamo dalla regia atomica di Tsukamoto. L’orrore che c’è in questo film è dato più dalla tecnica che dai contenuti. Anche questo è cinema. Notevole, ovviamente.

domenica 9 maggio 2010

La donna lupo

Ossignore caro che… che… obbrobrio!
Debole premessa: sembrerebbe che il runtime ufficiale sia di 80 minuti, mentre io ne ho visto una versione di poco più breve e perciò, ne deduco, tagliuzzata qua e là. Tenendo a mente ciò, La donna lupo (1999) resta, aldilà d’ogni possibile salto, un film orrendo.
Non esiste una strada intrapresa da Grimaldi che conduca chi guarda alla più minuscola e solitaria riflessione. Il che non sarebbe un male trattandosi di una pellicola erotica, tuttavia il male c’è e si vede in quei sterili tentativi di lanciare a caso messaggi pseudo femministi che se io fossi una donna mi sentirei profondamente offesa nel sentire la Cannata perorare la causa delle donne libere perché è yeah e gli uomini invece sono buu e lei vuole solo scopare ché senza sentimenti è senza nome è senza tette. La sagra degli stereotipi è qui, annoiatevi senza vergogna.
Idem per lo sparring partner maschile che oltre a fare sogni idioti (la Cannata si struscia su un peluche è già di per sé un pessimo inizio) viene invischiato da Grimaldi in situazioni familiari rese in maniera grossolana e banale come i suoi pensieri durante i dialoghi in b/n che rappresentano il punto più irritante del film con le sue evitabilissime para-auto-meta-riflessioni: “ma questo è un film, no?” … Eh, purtroppo lo è mannaggia a te.

Il momento più rozzo se lo vince il siparietto dei 4 tamarri con i travestiti. A parte l’irrimediabile sconnessione col resto della storia permododire, lo scambio di battute tra loro e i viados è un insulto all’intelligenza di chi ascolta, se mi avessero detto “a coglione sei proprio uno stronzo” non sarebbe cambiato granché. A coronamento di tale sequenza trash, uno del gruppetto si mette a fare lo spogliarello sul tetto di una macchina; sulla scena è molto ma molto meglio stendere uno spesso ed impenetrabile velo pietoso.
E tutto perché? Per far sì che la donna lupo conosca due dei 4 tamarri per portarseli a letto. Praticamente Grimaldi vorrebbe fare una torta senza mescolare gli ingredienti, butta lì senza ritegno due o tre macchiette prese e ricalcate dal libro delle figurine senza nemmeno preoccuparsi di dar loro un minimo di spessore. Basta sentire le disquisizioni ideologiche del quartetto sull’arte di far pompini per eliminare più in fretta che si può il film per intero.

La regia è anonima, stampo classico, derivativa superficiale tediosa. Le musiche sono un pastrocchio che imbroglia classica, elettronica ed altri generi sparsi. La Cannata col suo pube demodé e l’occhio pariettiano verrà ricordata solo per un paio di fugaci fellatio e niente più. La Parietti, nonostante tutto, ne Il macellaio (1998) era più porca solo a guardarla sebbene non facesse niente per esserlo.
Non spreco altre parole. Sappiate solo che fra le altre cose si vede una scena in cui la donna lupo fa del petting con un tipo mentre dalla radio filtra la voce di Alfredo Provenzali con Tutto il calcio minuto per minuto, e un’altra scena dove un serpente si fa due passi sulla vagina della protagonista. E il serpente si chiama Gianduia.
Gianduia, cazzo.

mercoledì 5 maggio 2010

964 Pinocchio

Pare che in questo film si racconti di un cyborg chiamato Pinocchio adibito a soddisfare sessualmente i desideri di una riccastra, ma dopo aver fallito il suo compito viene abbandonato per strada dove incontrerà la barbona Himiko che lo aiuterà per poi subirne irrimediabilmente le conseguenze.
Pare che sia così a legger in giro. Io mi fido perché dopo aver visto ‘sto delirio scervellarmi anche sulla sua comprensione mi sembrava decisamente troppo.

Non che abbia un atteggiamento snobistico nei confronti di questa stramberia giapponese perché come avevo letto chissà dove qualunque recensione di un film non riuscirà mai a carpire la vera essenza di un’opera, anche la più infima o indegna. Però, santo cielo, in 964 Pinocchio non si capisce un cazzo! Eccheddiamine, va bene che ci sia un po’ di cyberpunk, va bene che ci sia un po’ di horror, va bene che ci sia un po’ Tsukamoto, tuttavia di tutto il po’ alla fine non resta un bel niente. Perché stare ad elencare le mancanze nei confronti di Tetsuo (la pietra di paragone più facile da usare) non mi va più di tanto, si tratta di altro cinema ben più maturo di un Shozin Fukui qualunque che magari nella sua carriera avrà fatto anche dei capolavori, ma di certo qui è parecchio lontano dalla soglia minima della sufficienza.

Non metto in dubbio la lungimiranza dell’opera pensata e partorita per spaccare gli sche(r)mi canonici, e non riesco nemmeno a gettarci troppo letame sopra perché l’amatorialità di alcuni passaggi fa quasi compassione. Ciononostante il film è d’una povertà di mezzi tale che a fatica si raggiunge la conclusione.
Il sonoro è pessimo, senza un filo collante messo lì per creare confusione, implementato da un’accozzaglia di inquadrature che vorrebbero dare un ritmo forsennato alla narrazione. E infatti ci riescono, mandando però a signorine licenziose la sua decifrabilità. Qualche mente illuminata potrà venire a dirmi che un film del genere non ha bisogno di essere capito. Va bene, va bene, è legittimo pensarla anche così. Io ad un’ora e mezza di inquadrature sbilenche con Pinocchio che rantola correndo per la strada o che viene ricoperto di spazzatura da Himiko che poco prima - o poco dopo - era rotolata gaudente nel proprio vomito per trasformarsi nel finale in una “cosa” indefinibile, io dico un grande ed accorato NO. E che mi cresca il naso se ho detto delle bugie.

lunedì 3 maggio 2010

Memories of Murder

Corea, 1986. Una ragazza viene ritrovata morta in un canale ai piedi d’un campo di grano. È l’inizio di un incubo. Per 5 anni la piccola cittadina verrà sconvolta dagli inquietanti omicidi di questo assassino seriale. Il poliziotto di provincia Park con il suo manesco aiutante e il detective di Seul Cho, cercheranno di risolvere l’oscuro enigma.
Splendido, splendido thriller tragicomico firmato nel 2003 da un Bong Joon-ho in stato di grazia il quale attinge dalla sua tavolozza una miriade di colori, sfaccettature, tonalità che vanno a costituire un quadro generale dal forte impatto visivo ed emotivo.
La vivacità della storia si fonda sulle figure dei due poliziotti cialtroni che indagano con metodi ben poco ortodossi; sarà banale dirlo ma ascoltare i loro interrogatori o vederli credere alle panzane di una maga è, con tutta onestà, proprio divertente. Cioè, non bisogna dimenticare che il plot si basa sulle gesta di un feroce serial killer, e che verrebbe spontaneo pensare di come qualunque declinazione comica risulterebbe fuori luogo. Qui, non è così. Gli innumerevoli siparietti tra gli investigatori riescono a correre paralleli agli eventi drammatici legati agli omicidi senza contaminarli, o indebolirli, perché Bong trova quell’equilibrio dovuto fra ironia e seriosità.
In parole povere, ossia le mie: con Memories of Murder potrete ridere e soffrire all’unisono. Non
male per essere un film che tratta “solo” l’indagine della polizia di provincia su un metodico pluriomicida.

Ecco, sottolineo quel “solo”. Perché a differenza di Madre (2009), di cui questa pellicola potrebbe essere il prologo per una strutturazione abbastanza speculare, la parte investigativa si distende su tutta l’ampiezza della storia senza andare a toccare direttamente temi extra, ma in alcuni momenti lo fa come nel mostrare l’arretratezza delle tecnologie coreane rispetto a quelle americane, per dare spazio ad una sceneggiatura caratterizzata da passi all’indietro controbilanciati da spinte in avanti che rivitalizzano una trama spesso vicina all’impantanamento, al quale, però, riesce sempre a sfuggire sorprendendo.
Ad ogni modo un’assonanza con Madeo risiede nella progressiva estinzione dell’umorismo con il profilarsi del finale. È un colpo magistrale di Bong, che dopo aver cullato nella bambagia lo spettatore illudendolo con quell’atmosfera distesa, gli getta in faccia l’ultima manciata di minuti bagnati d’una pioggia avvilente che sporca ancora di più la vicenda, abolendo la speranza impersonata dal detective di Seul che, considerato da me: o come l’unico in grado di risolvere il caso o come probabile colpevole, abbandona la sua etica per sbottare contro il presunto assassino la cui morte avrebbe placato il suo penare.

Non c’è soluzione, non c’è via d’uscita per chi guarda. Si resta intrappolati nella storia di Bong che, è bene ricordarlo, non dà gli elementi necessari per districare la matassa, ma ci fa vedere soltanto (soltanto?) di quanto gli uomini siano spesso impotenti di fronte al male dei propri simili. Come dire: non è forse tanto importante chi è l’assassino, ma ricordare ciò che ha fatto per far sì che non si ripeta.