venerdì 31 luglio 2009

Lunacy

Lunacy, dall’inglese all’italiano: follia. Dall’italiano al cecoslovacco: Sìlenì.
Muoviamoci come lingue striscianti in cerca di una bocca, occhietti vitrei che rotolano, cervelli rugosi imbrattati di fango. Carne, bistecche, sangue.
Questo è il mondo di Švankmajer che nell’incipit del film avverte lo spettatore di trovarsi a cospetto di un horror (ma non sarà proprio così) e non ad un’opera d’arte poiché l’arte non esiste più (provocazione). In un anacronistico settecento il giovane e tormentato Jean di ritorno dal funerale di sua madre, incontra l’ambiguo Marchese che lo accoglie nella sua dimora. Il ragazzo scopre che il nobile si diletta in orge e riti blasfemi all’ombra di un cristo ricoperto di chiodi. Invece di fuggire, Jean, resta nella residenza perché incuriosito dalla finta morte del Marchese, il quale decide di portarlo nel manicomio del dottor Murllope per curarlo dai suo incubi notturni. Il dottore utilizza un metodo bizzarro per i suoi pazienti concedendo loro ogni libertà. Ma Jean viene forviato dalla bella Charlotte che lo esorta a liberare i veri dottori del manicomio rinchiusi nei sotterranei. Una volta ristabilito l’ordine le cose non andranno affatto bene.

Ecco, ordine contro disordine, follia contro razionalità. Lunacy oscilla fra queste dicotomie rimanendovi sospeso. Forse il messaggio di Švankmajer si cela in quelle inquietanti sequenze in stop-motion di organi che si muovono, quella è l’Arte. Una volta che Jean viene rinchiuso nel manicomio i pezzi di carne sono tutti inscatolati ed esposti sul bancone di un supermercato, di loro resta soltanto un lieve respiro dietro il cellophane. Qualcosa mi suggerisce che senza libertà non c’è Arte, anche perché nella grottesca riproduzione del dipinto di Delacroix, la libertà è impersonata da Charlotte, una donna che userà Jean solo per raggiungere i suoi fini: ovvero ristabilire l’ordine, la razionalità, e quindi negare l’Arte.
Banalmente si potrebbe intendere le due figure del Marchese e del vero direttore come il concetto di Yin e yang. Se il folle nobile ha abitudini quantomeno deprecabili è pur vero che non ha mai fatto del male a Jean e ai pazienti del manicomio sotto gli ordini di Murllope, ma è giusto ricordare di come egli segregò il vero personale nelle cantine ricoprendoli di piume (immagine fantastica). Parimenti, il vero direttore riporta sì l’ordine e la disciplina, ma lo fa con metodi violenti che spaccia per terapie riabilitative. Manca però quell’equilibrio fondativo proprio del concetto cinese, l’unico comun denominatore tra i due è la follia.
Nel complesso questo film è, fra tutti i lavori di Švankmajer, il meno ficcante. Non per una povertà di argomenti, ma per il motivo opposto: troppa carne (!) al fuoco. Tirando nella mischia De Sade (chiaro riferimento al Marchese), Poe e liberalismo francese, Švankmajer introduce troppi ingredienti che forse non riesce a dosare in maniera adeguata. Ma resta un prodotto unico nel panorama cinematografico, e alla luce di tutti e 5 i suoi lungometraggi, appare come un vero e proprio scandalo il fatto che qui in Italia non sia mai arrivato nessuno di questi film, nemmeno in home video.

Švankmajer è un autore che non può mancare all’attento cinefilo che sa scendere nelle profondità del cinema che sta oltre (il fondo?). Alice (1988), Faust (1994), Conspirators of Pleasure (1996), Little Otik (2000) e Lunacy (2005) sono pietre preziose incastonate nel deserto della banalità. Cercatele, ne vale la pena.

giovedì 30 luglio 2009

La bestia

In attesa del cardinale che dovrebbe sancire l’unione col rampollo Mathurin de l’Esperance, la giovane Lucy Broadhurst sogna l’incontro hard fra Romilda, antenata degli Esperance, e la bestia che viveva nel bosco. Contemporaneamente Mathurin non sembra passarsela troppo bene.

Pensato originariamente come uno degli episodi de I racconti immorali (1974), La bestia è il film più famoso di Borowczyk, nonché il più tagliato e censurato.
Il concepimento della pellicola come un breve episodio pesa sulla riuscita finale accusando tempi morti che hanno il sapore di brodo allungato. Giusto per dire: la bestia del titolo entra in scena solo dopo un’ora e non è che prima vengano rivelate cose di vitale importanza.
Ma rispetto a I racconti siamo su un altro pianeta poiché qui c’è una base, un fondamento, su cui si snoda la storia, e non soltanto una sequela di culi, che sono sempre un bel vedere, certo, ma non per 90 minuti.
Qual è, dunque, il cardine attorno al quale La bestia ruota?
La risposta non è così semplice.
La sessualità appare come il tema dominante: repressa per Mathurin che guarda con libidine i cavalli accoppiarsi; curiosa per Lucy che tramite la masturbazione crea un ponte tra lei e Romilda con la seguente ipotetica rottura dell’imene immortalata da Borowczyk coi petali di rosa; passionale per il cameriere di colore e la figlia di Esperance; ambigua per il prete che “coccola” i suoi chierichetti più di quanto dovrebbe.
Insomma, la concupiscenza pare muovere le figure del film che però non riescono a godere dei piaceri sessuali perché ingabbiati da un sistema soffocante come quello del clero (ascoltare il discorso conclusivo del cardinale) o dalle manfrine della famiglia Esperance che per risollevare le sorti della dinastia cerca di combinare un matrimonio infattibile fra un allocco ed una ragazza tanto sveglia quanto carina. E dunque il sesso selvaggio (bestiale) immortalato fin da subito con l’amplesso equino rappresenta la porta d’uscita da un mondo troppo inquadrato.

Purtroppo le fattezze della bestia lasciano a desiderare. Ci può stare che Boro provochi con la zoofilia autoironica estremizzando un discorso diretto ad una società castrante, ma ‘sto cavolo di mostro sembra una marmotta superdotata troppo cresciuta. Mi ripeterò, però se nel ’75 vedere una tizia che si cimenta con una protuberanza proboscidale in footjob, spagnole, ecc., aveva un suo perché, nella nostra epoca tempestata di informazioni non ha più molta forza, se non quella di far scappare una risata.

Vedere La bestia come un erotico facilotto sarebbe sbagliato, ma non aspettatevi il capolavoro rivoluzionario.

mercoledì 29 luglio 2009

Communion

Whitley Strieber è uno scrittore americano apprezzato per i suoi romanzi horror che il 26 Dicembre del 1985, nella sua villa in campagna, incontrò, secondo lui, esseri provenienti da altri pianeti. Anche se in seguito ritrattò almeno in parte questo contatto affermando di non avere la certezza se ciò che vide fosse reale o frutto della sua immaginazione, nell’87 scrisse il libro Communion che divenne nel giro di poco tempo un vero e proprio bestseller al punto di convincere Philippe Mora a girarne la trasposizione cinematografica nel 1989.

Il ruolo di Strieber fu affidato a Christopher Walken, faccia perfetta per un film sugli alieni, peccato che stia dalla parte sbagliata, doveva esserci lui sull’astronave, o quel che è.
Io non so, ma la figura dello scrittore è proprio antipatica… Cioè, odio quando sullo schermo gli interpreti ridono per banalità di cui non c’è niente da ridere, è un qualcosa di poco spontaneo e quindi finto. Tutto il film accusa questa atmosfera fasulla: dalla famiglia perfettina che recita battute da mulino bianco, agli alieni che sembrano maschere da carnevale di plastica, per non parlare di quegli esseri incappucciati… Cosa sono? Elfi che hanno preso il voto?
In ogni caso Communion l’ho visto con simpatia poiché rappresenta per me uno degli ultimi sbuffi dei mitici 80’s: i capelli cotonati ci sono anche se contenuti, nelle musiche ai fiati suadenti si sostituiscono assoli di chitarra, sempre soft.
Anche nel make-up degli alieni si nota un momento di passaggio: non ci sono mostri alla Ridley Scott o di qualche sci-fi old style, eppure sotto quella maschera liscia non sembra esserci niente di buono. In Communion la caratterizzazione del loro aspetto è ridotta al minimo, sembrano di plastica (e lo sono di sicuro, ma lo spettatore non dovrebbe capirlo).

A parte tutto questo (che è molto), non mi è dispiaciuto l’alone di moderata incertezza che avvolge l’opera. Non vengono date risposte sicure al mistero di Whitley Strieber: l’ipotesi degli extraterrestri è plausibile quanto quella di una possibile follia. Ok che anche il figlio ha visto “i piccoli dottori blu”, ma queste visioni potrebbero essere una sorta di patologia ereditaria alla quale, tra l’altro, fa riferimento lo scrittore stesso. D’altronde l’incontro di Strieber con il suo doppio sembra avvenire più nella sua testa che nell’alcova aliena, ed infatti nella scena successiva lo vediamo fermo nella sua auto. Come è ritornato nel mezzo? Forse non si è mai mosso da lì.

Peccato, la storia non è malvagia, il problema è ciò che sta attorno, troppo antiquato per poter fare centro al giorno d’oggi.

martedì 28 luglio 2009

Animal Love

Che stranezza questo lungometraggio del 1996 di Ulrich Seidl… Difficilmente inquadrabile, dal taglio documentaristico, ostico nella sua comprensione, non esiste una trama: sono soltanto tanti frammenti uniti tra loro. In queste schegge vengono riprese persone della middle-class (e anche più sotto) austriaca che vivono con, e PER, gli animali. Soprattutto cani, ma anche gatti, conigli e furetti. L’animale domestico viene coccolato e strapazzato da questi individui che sono sempre brutti, vecchi, obesi… poveri, anche se non viene mai fatto cenno alla loro situazione economica, ma soprattutto soli. Come riporta la tagline del dvd, queste persone desiderano amare a causa della loro condizione. Ma ciò che emerge, è, almeno secondo una mia interpretazione, una solitudine sociale, una mancanza di vita al di fuori delle quattro mura di casa. E così anche la coppia scambista che cerca annunci sul giornale finisce per fare sesso da sola. Sembra non esserci altri mondi al di fuori del loro mondo. Animal Love potrebbe anche essere considerato un film corale al pari di Canicola (2001), opera che indaga nuovamente le abitudini della borghesia viennese, ma non sono riuscito a ravvisare nessun filo logico che lega i vari personaggi tra di loro, a parte l’amore per gli animali, ovviamente. (allora è un film corale? Boh, non credo sia molto importante).
La regia di Seidl è quantomeno bizzarra: totale assenza di sonoro, inquadrature fisse con due persone sulla scena di cui una è spesso relegata sullo sfondo, immobile; e rare riprese di ambienti esterni.
L’impressione è che ciò che racconta in circa due ore poteva essere riassunto nell’incipit che precede i crediti iniziali: un tizio che si azzuffa scherzosamente col suo cane. Praticamente questo frame viene ripetuto in loop, con situazioni e location diverse, fino alla conclusione del film. Un po’ pochino.
Tra l’altro alcune sequenze sono volutamente ammiccanti (come la donna che riceve lettere d’amore, ma che se la spassa col suo husky), e se nell’intenzione del regista c’era quello di dare vita ad un chissà quale sottotesto, il tentativo non va proprio a buon fine perché si sente un vago odore di morbosità gratuita.
Eppure c’è un qualcosa che continua a non farmi disprezzare questo regista, sarà quella specie di estasi della bruttezza, o la scelta pasoliniana di affidare i vari ruoli ad attori non professionisti…
Provate voi a dare un giudizio, ce n’è bisogno.

lunedì 27 luglio 2009

Medea

Film per la televisione danese che fa da intermezzo alla trilogia europea.
Von Trier riprende una sceneggiatura di Dreyer che non vide mai la luce modificando un paio di cose, l’ambientazione su tutte, senza però snaturare il senso dell’opera che come dichiara von Trier stesso non è un tentativo di girare il SUO film, ma una personale interpretazione e un omaggio a Dreyer, regista stimatissimo dal buon Lars.

Medea è una figura della mitologia greca.
Innamorata di Giasone, lo aiuta a conquistare il Vello d’oro passando sopra il cadavere di suo fratello Absirto. Divenuta sposa di Giasone, si reca a Corinto dove il re Creonte offre in sposa la sua giovane figlia Glauce a Giasone, permettendogli così la successione al trono. L’uomo accetta la proposta abbandonando Medea.

Il film parte da qua. Mettendo in mostra la rabbia e il rancore di questa donna esiliata dalla città con i due bambini che deve subire le rassicurazioni di un Giasone innamorato del potere invece che della madre dei suoi figli.
La vendetta messa in atto da Medea – il cui nome in greco significa astuzie, scaltrezze – è agghiacciante nella lucida razionalità con cui viene condotta. Grande merito va a Kirsten Olsen che recita sussurrando, ma le sue parole sono scudisciate sulla pelle. Un’impostazione che sembra richiamare le tecniche del cinema muto con quell’uso massiccio di primi piani e di inquadrature dall’alto.
Von Trier mette la sua firma donando all’ambientazione un’atmosfera spettrale fatta di acque basse, fumose, unite a luci ambrate e alla presenza costante del vento. Inoltre sovrappone curiosamente la figura messa a fuoco con sfondi slegati al contesto filmico (vedere il dialogo fra Medea che finge di essersi ricreduta e Giasone). Il tutto conferisce alla pellicola una dimensione straniante che sembra caratterizzare un po’ tutti i primi lavori del regista danese.
La messa in scena, curata pur avendo un aspetto trasandato, supera di gran lunga i contenuti del film che si perdono nello “specchiarsi” di von Trier. Ho avuto la sensazione che risalti di più lo stile con cui la storia viene raccontata, che la storia stessa.

Ritengo Medea un discreto esercizio stilistico: l’attenzione alla forma fa perdere al film quell’empatia che una storia drammatica come questa dovrebbe rilasciare, ma probabilmente non era nelle intenzioni di von Trier trasmettere ciò.

domenica 26 luglio 2009

Hiruko the goblin

Archeologo risveglia un demone che da secoli dormiva beatamente. Sfiga vuole che la sua tana sia proprio sopra un liceo. Per alcuni studenti saranno cazzi amari.

Se non avessi letto l’anno di uscita, 1990, avrei asserito con sicurezza che Hiruko the goblin fosse un film precedente a Tetsuo (1989), ma di parecchio anche. Se con le avventure dell’uomo d’acciaio Tsukamoto aveva dato vita ad uno dei peggiori incubi su celluloide mai visti, con questo film rientra nei binari della normalità con un horror “leggero” condito da un pizzico di ironia mista a romanticismo. Non un granché in effetti, ma nonostante qualche caduta di stile (pessimo sonoro, sembra di essere in un videogioco anni ’90), il film si assesta su un livello di accettabilità grazie al ritmo forsennato e alla simpatia dei due protagonisti che paiono usciti dritti dritti da un manga.

In più non sono da sottovalutare alcune trovate di Tsukamoto che impreziosiscono la pellicola. Ho gradito, ad esempio, il fatto di non mostrare, per buona parte del film, il goblin, ma di renderlo al meglio con inquadrature accelerate in soggettiva. Meritano anche le apparizioni del ragno con la testa di donna ed il suo metodo per indurre le persone al suicidio, senza dimenticare la nenia da lei cantata, vero leitmotiv del film.

Finché i protagonisti si muovono all’interno della scuola, la tensione si registra su livelli abbastanza soddisfacenti, una volta usciti dall’edificio per entrare nella caverna, la pellicola scade un pochino, complici un paio di SFX datati (quei mostrilli non si possono vedere) e un finale telefonato già a metà film con le rivelazioni del bidello – ottimo personaggio questo, la sua morte è una delle cose migliori in assoluto – che creano un collegamento fra Hiruko e l’opera prima del regista nell’ottica della trasformazione. Anche se qui l’accenno e più flebile e non di primaria importanza, il giovane Masao si trasforma soffrendo, con quei volti marchiati sulla schiena, al pari del suo “collega” fatto di tubi e ferro.

Anche se sono all’inizio della filmografia di Tsukamoto mi sento di dire che Hiruko the goblin può essere considerata come un’opera minore, ma qualche appassionato di j-horror potrebbe apprezzare.
In Italia la Raro Video ha distribuito il dvd in lingua originale con sottotitoli in italiano.

sabato 25 luglio 2009

Timecrimes

Hector vede col binocolo una ragazzina in toppless nel bosco, si alza dalla sua sdraio e si inoltra nella sterpaglia. Arrivato in una radura scorge la ragazza svenuta e completamente nuda appoggiata ad una pietra, mentre si avvicina a lei viene infilzato con una forbice da un tizio bendato che lo insegue per il bosco. Così giunge in un laboratorio dove uno studioso compie strani esperimenti; per sfuggire al pazzoide s’infila in una vasca collegata ad un macchinario che altro non è se non una macchina del tempo che lo sdoppia e lo riporta indietro di qualche ora nei pressi della sua abitazione dove si rivede che spia la ragazzina col binocolo, attivando così un loop temporale da cui non sembra esserci via d’uscita.
Piatto ricco mi ci ficco.
Produzione spagnola firmata da Nacho Vigalondo (che qui interpreta il giovane studioso), Timecrimes (Los cronocrímenes) è un film coraggioso. Non perfetto, non un capolavoro, ma coraggioso. Quello che all’inizio sembra essere un normale thriller con tanto di killer squilibrato, si trasforma pian piano in un gioco di scatole cinesi che ribaltano gli stilemi del genere senza però perdere di suspense, e questo non è mica poco! Dopo mezz’ora si sa già chi è l’assassino, eppure il film non scivola mai nella noia. E ciò accade grazie ad un montaggio che viene costruito e distrutto più e più volte, un’operazione, questa, in cui lo spettatore è coinvolto al 100%.
Certo, bisogna credere a viaggi temporali e sdoppiamenti (addirittura triplicamenti) di personalità, il che non è niente di sconvolgente, se Corona reciterà in un film di Garrone può accadere di tutto davanti ad una mdp, ma è l’ambientazione, un piccolo laboratorio situato su una collinetta, che fa storcere un po’ il setto nasale e pensare: “Ma una delle più grandi invenzioni dell’uomo sarebbe rinchiusa in quel buco?”.
Comunque il gioco vale la candela, pur non essendo privo di difetti (sento che alla fine qualcosa non torna ma non saprei dire cosa), Timecrimes è un buon esempio di cinema alternativo.
L’unico paragone che mi sovviene è Memento (2000), anche se il film di Nolan è superiore sotto molti aspetti (ma i denari americani pesano tanto), condivide con Timecrimes la stessa frammentarietà del tempo filmico permettendo così una soddisfacente ricostruzione da parte del pigro spettatore. C’è partecipazione e quindi divertimento.

venerdì 24 luglio 2009

Kalachakra - La ruota del tempo

‘Sta volta quel globetrotter di Herzog si ferma in Tibet per riprendere il rito buddista del Kalachakra, che tradotto in italiano significa, appunto, La ruota del tempo.
La cerimonia, presenziata dal Dalai Lama, è meta di pellegrinaggi lunghi ed estenuanti che durano anche anni e anni come testimoniano alcuni fedeli. La partecipazione a questo rituale, che vive in nome della tolleranza e della pace universale, comporta una sorta di benedizione speciale attraverso la visione del Mandala, un imponente disegno fatto di sabbia che rappresenterebbe il centro dell’universo, ma la sua raffigurazione può essere soltanto pensata e cambia da persona a persona.

Herzog c’è e filma tutto questo. Ne esce fuori un documentario “ordinato” (niente a che vedere con Fata Morgana, 1971, o Apocalisse nel deserto, 1992) che filma in tre momenti diversi: nel primo vengono mostrati i preparativi del Kalachakra nel tempio di Mahabodhi dove migliaia di pellegrini si sono recati per assistere al rituale, ma con sommo dispiacere apprendono che il Dalai Lama non potrà partecipare alla cerimonia a causa delle gravi condizioni di salute in cui versa.
Nel secondo Herzog si concentra sul monte Kailash sacro sia per i buddisti che per gli induisti.
Infine si reca a Graz nella sua terra natia, l’Austria, dove eccezionalmente è stato deciso di tenere un altro Kalachakra, questa volta con la partecipazione del Dalai Lama.

Un documentario nel vero senso della parola che regala qualche immagine nella memoria: su tutte il lungo pellegrinaggio per arrivare al tempio, lungo per il procedere a gattoni e a saltelli in avanti che forma calli sui palmi delle mani e bugne sulla fronte dei pellegrini. Colpisce la volontà di questi monaci che impiegano giorni, mesi, anni per arrivare al rito, la pazienza deve essere una delle migliori virtù dei buddisti e lo si capisce anche dall’amore certosino che mettono nel disegnare il Mandala.
Toccante la testimonianza del vecchietto, un personaggio al limite, e anche oltre, in pieno stile Herzog, che è stato imprigionato (presumo dai cinesi) per 37 anni solo per aver urlato: “Tibet libero!”, e che aveva come sogno più grande quello di poter vedere il Dalai Lama. Tra l’altro Sua Santità sembra un mattacchione perché alle domande di Herzog se la ride di gusto.
La voce narrante è di Marco Columbro (sì, proprio lui).

giovedì 23 luglio 2009

mercoledì 22 luglio 2009

Gli amanti

Evan Hunter
1965
Longanesi & C.; 414 p.


Non lo dissero l’uno all’altra finché non si furono incontrati quattro volte in tutto. Le telefonava spesso tra un incontro e l’altro, ma non ne parlarono se non in una fredda notte di dicembre. E allora, esausti, distesi a fianco a fianco nella camera, guardando la brace delle sigarette nel buio, ascoltando la musica della radio e l’urlo del vento, Larry disse soltanto: “Ti amo, Maggie.”
E lei rispose: “Ti amo.”
Avevano pronunciato quelle parole e non potevano più tornare indietro.

Così, assolutamente a brettio, sfilo Gli amanti da uno scaffale impolverato. Senza sapere niente della trama menchemeno di questo Evan Hunter (1926-2005) che scopro solo in seguito essere stato un prolifico romanziere americano nonché sceneggiatore cinematografico con Gli uccelli (1963) di Hitchcock e con altri film minori.
Il libro racconta la storia di Larry Cole, giovane architetto sposato con Eve e padre di due figli, che instaura una relazione extraconiugale con Margaret Gault, donna tanto bella quanto infelice che abita nel suo stesso quartiere residenziale, Pinecrest Manor, poco fuori New York. La passione travolge i due: avvicinandosi si allontanano dalla loro famiglia e abbandonandosi senza regole si ritrovano uniti in un precario equilibrio.

Ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la freschezza di alcuni dialoghi che pur essendo “vecchi” di cinquant’anni potrebbero essere traslati nei giorni nostri senza grosse differenze. Escludendo alcuni passaggi da romanzo Harmony (che poi non ho mai letto nulla dei tanto vituperati Harmony e magari sono anche belli), la storia coinvolge e appassiona perché risveglia la portinaia latente che è in noi, ma non c’è solo la curiosità di “spiare” un adulterio perché allora Gli amanti non si allontanerebbe troppo da un qualsiasi giornaletto di gossip, c’è soprattutto un’identificazione nel protagonista Larry, un’empatia letteraria che plasma nell’immaginazione un uomo indeciso, innamorato, apparentemente sicuro ma dentro fragile come un bambino. Una figura, questa, che è un po’ l’archetipo di tutti gli adulteri: legato al passato coniugale che però rinnega, e proiettato nel futuro, incerto, traballante, ma passionale. E Hunter tratteggia questa figura splendidamente.

Non manca un pizzico di prolissità nel descrivere personaggi secondari poco funzionali alla storia, l’occhio di bue è tutto per Maggie e Larry, il contorno non raggiunge lo stesso grado di tensione narrativa che scaturisce dal loro rapporto fedifrago, ma è pur vero che quando l’autore tira le fila della vicenda ai vari personaggi si riconosce una propria armonia nel (con)testo.
Toccante il finale catartico che crea a mio avviso un parallelo fra l’amore di Larry e la forza della natura, un turbine incontrollabile che lo farà precipitare nel vuoto.

Da questo romanzo è stato tratto il film Noi due sconosciuti (1960) con Kirk Douglas e Kim Novak.

martedì 21 luglio 2009

Little Otik

Coppia in crisi non riesce ad avere figli. I loro vicini di casa cercano di alleviarli lo stress invitandoli nel cottage di campagna. Qui, Karel, il marito, sterra delle radici in un campo, e con un’accetta le plasma dandole un vago aspetto antropomorfo. Porta questo “dono” alla moglie Bozena che improvvisamente vede nel pezzo di legno il figlio tanto desiderato. Si finge così incinta con dei cuscini che simulano il procedere della gravidanza e si reca spesso in campagna per accudire il tronco di legno proprio come se fosse un neonato: tra lo sconforto del marito e i sospetti di Alzbetka, la piccola figlia dei vicini. Giunti al “parto” Bozena e Karel vanno nel cottage dove il pezzo di legno era stato lasciato, e il marito chiude la moglie nell’abitazione per simulare il decorso post-parto. Quando una settimana dopo torna nella villetta, Otik, il pezzo di legno, ha preso vita.
Al ritorno in città Bozena si mostra una madre premurosa nei confronti del figlio che nasconde nella culla dagli sguardi indiscreti dei vicini, mentre Karel è riluttante all’idea di avere in casa quell’essere.
Il piccolo Otik cresce a dismisura e sembra avere una fame incredibile, quando il biberon non gli basta più comincia a mangiare esseri viventi: prima il gatto di casa, poi un postino ed infine un assistente sociale. La situazione diviene insostenibile. Karel, tra le proteste della moglie che vede in Otik il suo amato figlio, decide di chiudere l’essere dentro un baule in cantina e lasciarlo morire lì di fame. Ma Alzbetka, che ha trovato in un libro la fiaba nera dell’Otesanek, si prende cura del mostro portandogli del “cibo”. La favola, però, non ha un lieto fine.
La trama, letta così, potrebbe essere tranquillamente quella di un filmaccio b-movie, invece è il quarto straordinario film di Jan Švankmajer. Straordinario, sì, una di quelle opere che vorresti non finissero mai: per l’intreccio della trama, per la splendida caratterizzazione di ogni singolo personaggio, per la recitazione degli attori, per quell’animazione in stop-motion che è un marchio di fabbrica inconfondibile.
E poi per Alzbetka, forse la vera protagonista del film, e per suo padre, così manesco e ottuso ma anche così buffo; per la materna Bozena che è la parte passionale, e di conseguenza irrazionale, della coppia, compensata da Karel, freddo calcolatore invischiato in una faccenda più grande di lui; per i siparietti spassosissimi con il vecchio maniaco che guarda sotto la gonna di Alzbetka; per piccoli particolari come la donna che coltiva cavoli la cui rabbia finale è proporzionata alla dedizione che ci ha messo nel seminarli.
E infine al piccolo Otik. Pur essendo un mostro che divora esseri umani non si può non stare dalla sua parte, anche la piccola Alzbetka lo dice: “Lui è così solo…” Si prova compassione per Otik! Forse sarà perché vagisce come un neonato o perché prima di “fare la pappa” lava i rami in una bacinella come se fossero delle manine, ma almeno una volta durante la visione è impossibile non pensarlo come un bambino vero.

Il regista si autocita per ben tre volte (e magari anche in molte altre a mia insaputa): con Alzbetka che rischia di finire sotto un auto proprio come il protagonista di Faust (1994), e in seguito con il Dettaglio della sua bocca che racconta la fiaba al pari di Alice (1988). Infine vengono trasmesse in una tv le immagini del corto Meat Love (1989).

Manco a dirlo: un film da vedere e rivedere. Švankmajer è un genio.

domenica 19 luglio 2009

Water

Si conclude così la trilogia degli elementi di Deepa Mehta iniziata con Fire (1997) e proseguita con Earth (1998).

Come in Terra il film è ambientato nell’India del passato, precisamente il 1938, e racconta della piccola vedova Chuya che viene portata dalla sua famiglia in una casa per vedove indù che si affaccia su un fiume. Qui stringe amicizia con Kalyani, la più bella di tutte le donne della casa che viene obbligata a prostituirsi dall’odiosa matrona per permettere il sostentamento della piccola comunità. Tutto questo fino a che Kalyani si innamora Narayan, un giovane di famiglia benestante e dalla mentalità liberale. Ma il loro amore deve fare i conti con una società ottusa e addormentata dalla religione.

Lo sguardo di Deepa Mehta si affaccia su un mondo pressoché sconosciuto a noi occidentali, una realtà sociale dove ad una donna che diventa vedova è precluso qualunque sbocco sociale poiché nessuno sposerebbe una ragazza che ha già avuto un marito. Ma la cosa buffa, tristemente buffa, è che molte di queste “mogli” non hanno mai conosciuto, né soltanto visto, il proprio uomo.
Entrare nella casa per vedove significa perdere il proprio status sociale: tutte le donne vengono rasate, forse per farle apparire meno attraenti o forse per distruggere l’ultimo residuo di dignità femminile che possiedono, e sono tutte vestite uguali, in modo che i civili possano riconoscerle quando camminano per strada.
In questo modo la condizione di vedova scavalca quella del genere, al punto tale che quando la piccola Chuya chiede dei dolciumi ad una bancarella, il negoziante le dirà che una vedova non mangia quelle cose. Chuya non è più una bambina, pur avendo sette anni, ma semplicemente una vedova.
C’è del materiale su cui riflettere, anche perché a sentire Mehta al giorno d’oggi ci sono milioni di vedove indù che vivono un’esistenza così miserevole in India.

La qualità estetica, al pari delle precedenti opere, si attesta su livelli altissimi. I paesaggi mozzafiato e il fiume così kimmiano fanno sì che Water divenga un film dipinto, pitturato e splendidamente colorato.
Alcuni critici hanno ravvisato da parte di Mehta una mancanza di mordente nella sua denuncia sociale, ed una morale che profuma di lezioncina. Sinceramente non so se esprimere il mio assenso o meno a queste affermazioni, ma sono convinto che soltanto il fatto di aver posto alla nostra attenzione una questione tanto delicata quanto sconosciuta, rende meritevole la visione di questo film, a prescindere da come affronta tali argomenti.

Mi piace concludere con le parole di Gandhi che precedono la partenza di un treno traboccante di persone e di speranza: “Per molto tempo ho pensato che dio fosse verità, ma oggi io so che la verità è dio.”

venerdì 17 luglio 2009

Aprimi il cuore

Davvero niente male l’esordio cinematografico di Giada Colagrande che con Aprimi il cuore (2002) firma la regia, il soggetto e la sceneggiatura (coadiuvata da Francesco Di Pace). Ed inoltre si cimenta come attrice nel ruolo di Caterina, sorella minore di Maria, prostituta che incontra i suoi clienti in casa mentre Caterina studia. L’equilibrio famigliare viene spezzato dal custode della scuola di danza (Claudio Botosso) che s’innamora di Caterina ed inizia con lei una relazione clandestina, fino a quando Maria non viene a scoprirlo.

Aprimi il cuore è un film povero (non di idee), essenziale, minimalista. Gli ambienti ripresi sono soltanto due: la casa delle sorelle e l’esterno della scuola di danza. Girato in digitale, con inquadrature fisse e un sonoro in “real time”, nel film non sembrano esserci altre realtà oltre a quella delle due sorelle, e difatti tutta l’opera è avvolta da un alone di ir-realtà che in certi passaggi risulta alienante, e alienata, come in alcuni lavori orientali, sempre con le dovute proporzioni ovviamente.
In molti siti, ed anche nel catalogo della Lucky Red 2007, Aprimi il cuore viene etichettato come un film erotico. A mio modo di vedere il sesso non è il focus centrale della pellicola che è sì caratterizzata da parentesi erotiche piuttosto spinte, ma che non costituiscono il suo fondamento.
La sobrietà dell’opera nasconde al suo interno riflessioni che spaziano dalla psicologia alla metafora religiosa con quelle immagini sacre che appaiono e scompaiono durante la proiezione. L’interpretazione di tali riflessioni ha un valore puramente soggettivo, anche perché il film non offre alcuna coordinata, non si schiera dalla parte di nessuno né si mette contro qualcuno o qualcosa. In soldoni: gli amplessi ci sono eccome, ma c’è anche dell’altro.

Se si escludono i rapporti saffici fra le due sorelle che suonano molto gratuiti, la pellicola non scivola nella morbosità pur camminando sull’orlo del precipizio. E questo è il pregio maggiore, visto che si tratta del rapporto fra una diciassettenne e ed un uomo di mezza età c’era il rischio di sprofondare nel mero compiacimento, ma ciò non avviene grazie alla sorprendente interpretazione di Giada Colagrande, al tempo ventisettenne, che si cala nei panni di una adolescente introversa riuscendoci benissimo. Ed allora la relazione con il custode è intrisa di un’intimità e di un romanticismo che risaltano ancora di più se paragonati al mondo che circonda i protagonisti.
Tra l’altro il ruolo di Caterina ha un che di profetico, infatti nel 2005 la Colagrande ha sposato il famoso attore statunitense Willem Dafoe, con il quale ha scritto il suo secondo film: Black Widow (2005).

mercoledì 15 luglio 2009

I racconti immorali di Borowczyk

Walerian Borowczyk nasce nel 1923 a Kwilcz, un piccolo comune rurale polacco. Dopo essersi diplomato all’accademia di Belle Arti di Cracovia nel ’51, esordisce nel cinema con alcuni cortometraggi. Intorno agli anni 60 si trasferisce in Francia, sua patria d’adozione, dove si cimenta con buoni risultati nel campo dell’animazione. Nel 1971 la svolta: con Blanche, un amore proibito inizia un discorso sull’erotismo che caratterizzerà da questo momento in avanti tutta la sua carriera, un erotismo che alla fine scemerà nella mera pornografia. Muore a Parigi nel 2006.

I racconti immorali di Borowczyk è un film del 1974 costituito da quattro episodi indipendenti.
Dei quattro solo il terzo, quella della contessa, è degno di essere preso in considerazione. Non tanto per quello che fa vedere, in quanto ogni episodio pullula di primi piani pubici, ma per come lo fa. C’è un minimo di sviluppo nella narrazione affiancato da un impatto visivo niente male: decine e decine di ragazze nude che corrono in una stanza con i loro fondoschiena ben in evidenza.
I restanti episodi sono da dimenticare, in particolare il secondo con i cetrioli utilizzati a mo’ di dildo e l’ultimo con una Lucrezia Borgia che si diverte a guardare il disegno di un cavallo col pene eretto. Contenta lei…
Il primo, La marea, l’unico ad essere ambientato nel presente (il presente di Boro, ovviamente) pur avendo un’ambientazione abbastanza suggestiva non riesce ad essere troppo incisivo a causa della sua breve durata. Il rapporto di sottomissione tra i due cugini poteva essere reso meglio, magari allungandolo con qualche espediente a scapito dei due episodi più deboli.

Ma il problema è uno e uno solo: il tempo.
Dal ’74 a oggi sono passati troppi anni per far sì che I racconti immorali riescano a colpire l’attenzione. È innegabile il rigore formale di Borowczyk (anche se quelle numerose inquadrature “altezza vita” sono un po’ stucchevoli) accompagnato da musiche non memorabili eppure in sintonia con le immagini; inoltre l’eleganza stilistica in certi punti riesce anche a rendere artistici i corpi nudi delle giovani (terzo episodio), ma la sensazione che tutto sia già stato visto è forte.
Oggi un film così passerebbe soltanto in seconda serata su una rete con tanto di bollino rosso, anche se alla fin fine non c’è niente di tanto scabroso che non si veda in un reality show, almeno nell’edizione censurata.

La versione italiana è stata mutilata dalla censura, la RHV ha pubblicato un dvd nella sua versione integrale che a quanto si dice rivaluterebbe di brutto l’opera nel suo insieme. Ma io, pur avendo visto l’edizione tagliata, non me la sento con tutta sincerità di consigliare l’acquisto. E nemmeno di scaricarlo.

lunedì 13 luglio 2009

Bagliori nel buio

Come se non avessi abbastanza cose da vedere, e di queste, molte, probabilmente non riuscirò a vederle mai, inizio una specie di maratona sugli ufo e tutto ciò che gravita attorno all’argomento.
Ovviamente tralascerò opere mainstream come E.T. (1982) o Indipendence day (1996), in favore di pellicole meno conosciute. Inoltre non mi interessano film con mostri brutti e cattivi tipo Alien (1979), ma lavori importanti non per le risposte che danno bensì per gli interrogativi che pongono.
Da una breve lista preventiva i film che incontrano queste condizioni non sono tantissimi, e fatto curioso, o forse no, sono quasi tutte produzioni americane.

E dunque, Bagliori nel buio.
La regia è di Robert Lieberman, autore di alcuni episodi del recente telefilm di successo Dexter, mentre la sceneggiatura è firmata da Tracy Tormé, che fra il 1987 e il 1989 scrisse un paio di puntate della serie Star Trek: The next generation.
Il film, datato 1993, è ambientato nel 1975, in Arizona, poiché come ostenta la locandina è basato su fatti realmente accaduti. Si tratta di un abduction ai danni di un taglialegna, Travis Walton, che di ritorno da una giornata di lavoro con i suoi colleghi nel bosco, viene investito da una luce abbagliante. I suoi amici scappano credendolo morto, e la notizia della sua sparizione allerta la polizia che con l’investigatore Fran Watters sospetta qualcosa di losco. Ma cinque giorni dopo Travis chiama il suo amico Mike (Robert Patrick, l’indimenticabile cyborg T-1000) da una cabina fuori città. Il ragazzo è in uno stato di shock e sembra non rammentare cosa sia successo, ma lentamente i ricordi riemergono.

L’approccio del regista, se si esclude la sequenza all’interno dell’astronave, non è particolarmente sensazionalistico. Anche nel momento del rapimento la messa in scena è piuttosto sobria, non ci sono dischi volanti alla Emmerich ma solo luci e un crescendo di musiche che, a mio avviso e per i miei gusti personali, rendono molto meglio l’idea di una qualunque mega astronave ripresa nel dettaglio.
Il film vive il suo momento migliore dopo il rapimento, con le indagini della polizia che insinuano nello spettatore il dubbio di un omicidio premeditato da parte dei taglialegna. Se il regista fosse riuscito a far scorrere su due binari paralleli l’indagine razionale di Watters e la verità paranormale di Mike, lasciando la soluzione del caso nell’ambiguità fino alla fine, o, forse celandola per sempre (ancora meglio), Bagliori nel buio sarebbe stato un discreto film. Purtroppo scade notevolmente nel mostrare per filo e per segno le disavventure del povero Travis con gli alieni. Ecco il sensazionalismo americano che non può mancare, era inevitabile: un film sugli alieni deve farli vedere almeno un po’, non c’è scampo, è la legge di Hollywood. Tra l’altro i costumi di questi esseri sono abbastanza ridicoli, hanno la testa tuberosa ma le mani chiaramente umane. Bah…

Con Bagliori nel buio il mainstreamers potrebbe esaltarsi, ma io cerco altro.

sabato 11 luglio 2009

Epidemic

In un commento ad Epidemic sul sito Filmscoop.it uno spettatore si sentiva tradito da Lars von Trier accusandolo di aver girato un non-film.
È proprio così, Epidemic è un non-film (diegeticamente parlando, perché ovvio, questo È un film).

La cifra caratteristica di un’opera cinematografica è situata nel racconto, di una concezione della narrazione come un sistema di trasformazioni temporali in una successione di eventi precisi compresi fra un inizio ed una fine.
(Sainati & Gaudiosi, Analizzare i film; 2007)

In Epidemic non ci sono “paletti” fissi: quando inizia il film? Con lo sceneggiatore Niels Vorsel che si accende una sigaretta, oppure dall’istante in cui compare la scritta EPIDEMIC in alto a sinistra che permarrà fino alla conclusione? E quando finisce? Con il Dr. Mesmer (citazione a Poe) che risale il cunicolo di una cava, o con l’epidemia che sembra propagarsi nel mondo reale? Ma qual è il mondo reale?
Credo che su quest’ultima domanda si giochino le intenzioni del regista danese: qual è il limite del reale? Fino a che punto è legittimo parlare di finzione?
D’altronde nel cinema il confine tra realtà e finzione, da un punto di vista semantico non esiste, concordo con Abel Ferrara quando afferma che: “La gente mi dice: Ma nella vita reale... Ma di cosa parlano? Cos'è la vita reale? Sul set davanti alla macchina da presa, non sarebbe più vita reale? Cos'è, si passa in un'altra dimensione quando si gira un film?

Domande e ancora domande.
Se ne L’elemento del crimine (1984) il detective Fisher si identificava nell’assassino Harry Gray, qui Trier compie un passaggio ulteriore: fonde due mondi, quello filmico, diegetico, e la rappresentazione di quello reale. E il luogo in cui avviene questa fusione è semplicemente il cinema. Epidemic, a mio modo di vedere, non è altro che una dichiarazione d’amore del regista dogmatico alla settima arte. Il cinema, attraverso la macchina da presa, permette di costruire/decostruire la realtà strutturando/destrutturando una nuova realtà che però non bisogna sottovalutare in quanto essa non è così astratta come potrebbe apparire.

Il film ha qualche momento poco felice (non troppi però), in particolare le situazioni quasi da sit-com nello studio del regista, ma necessari per far risaltare la dicotomia realtà vs. finzione sottolineata anche dall’uso della camera: spesso a mano con zoommate coraggiose durante la stesura dello script, fissa con campi e controcampi durante il film (nel film).
Idem per la fotografia: sporca e sgranata nel primo caso, più linda nel secondo.
Buon finale, che richiama il suo primo lungometraggio con l’ipnosi della ragazza, e apocalittica panoramica aerea.

Europa (1991) conclude la trilogia europea.

giovedì 9 luglio 2009

Conspirators of Pleasure

Per circa un’ora non si capisce nulla. Ma niente di niente, buio totale.
Un uomo sgozza un gallo, costruisce con della creta una testa del suddetto volatile e ritaglia un ombrello a mo’di ali.
La sua vicina, una signorona avvenente, entra in una chiesa diroccata e accende tre candele sopra un catino pieno d’acqua.
Una postina fabbrica furtivamente una grande quantità di palline con la mollica del pane.
Un giornalaio mette in piedi, nei ritagli di tempo, una macchina dotata di braccia robotiche collegate alla tv.
Un ispettore di polizia ruba in giro piccoli oggetti per poi chiudersi nel garage e montarli fra di loro. Sua moglie, giornalista televisiva, compra due pesci e li mette in una tinozza.
Zero, sembra un delirio di Švankmajer che chissà perché ha voluto torturarci con questa sequela di insensatezza, ma io, conscio del fatto che il regista praghese non è uno sprovveduto, gli ho dato fiducia e alla fine sono stato ripagato.
A venirmi incontro è stato soprattutto il titolo: Cospiratori del piacere.
Prendo il dizionario. “Cospirare”: unirsi nella volontà e nell’opera; accordarsi segretamente nello stesso proposito, per ottenere un dato fine.
Così la matassa ingarbugliata si dipana e capisco di come ogni personaggio del film sovverta le regole morali del piacere. La pellicola, totalmente muta, non fa sapere se i vari personaggi siano legati tra loro da un accordo privato, ma alcuni ammiccamenti da parte del giornalaio e della postina mi fanno propendere per il sì, che ci sia una sorta di patto che accomuna tutti. E c’è quindi un filo che lega tutte queste persone: quello di una sessualità deviata. La mancanza del sesso vero e proprio spinge ognuno di loro a soddisfare diversamente i propri impulsi sessuali, ma non è una scelta obbligata come potrebbe apparire per l’uomo che si masturba nell’armadio, tutt’altro, il poliziotto e la giornalista potrebbero fare sesso, invece trovano il piacere soltanto attraverso metodi anticonvenzionali.
I metodi, che diventano dei rituali, rappresentano il vero oggetto sessuale, infatti, verso la fine, la postina consegna le sue palline alla giornalista la quale poco dopo nutre i suoi pesci con esse. E i pesci ciucceranno i pollici dei suoi piedi facendole raggiungere l’orgasmo. È come se via sia uno scambio di rituali. Dalla postina al giornalista e in successione al giornalaio che viene masturbato dalle mani robotiche mentre la giornalista conduce il tg, ma la tv improvvisamente passa l’immagine di un fiume e lui sputa dell’acqua dalla bocca (l’acqua della tinozza!). Subito dopo la postina osserva un acquario pieno di pesci, l’uomo dell’inizio la scontra, si guardano, lui prosegue, entra dal giornalaio che sta lavorando un oggetto con delle piume (di nuovo uno scambio). L’uomo si reca a casa dove la sua vicina è morta, sulla scena del delitto trova l’ispettore che ha un ombrello al braccio (ancora uno scambio).
La cospirazione ha chiuso il suo cerchio perpetuo.

Un racconto spiralico, dannatamente contorto, anche perverso, senza però mostrare mai nulla di scabroso. Il target di pubblico a cui si dirige la pellicola è certamente quello più scafato, ma sono convinto che certi film andrebbero visti da tutti perché aiutano a pensare. In quanto a me, se con Alice (1988) mi ponevo dei dubbi sulla genialità di Švankmajer, adesso non posso che autoflagellarmi le gonadi soltanto per averlo messo in dubbio.

mercoledì 8 luglio 2009

Frozen River - Fiume di ghiaccio

Storia sulla linea di confine che separa l’America e il Canada. Nell’aria che gela il respiro due donne si incontrano: Ray (Melissa Leo, candidata all’Oscar) e Lila. Sono diverse, a partire dal colore della pelle, ma entrambe hanno bisogno di soldi. La prima per comprare una casa nuova, la seconda per riuscire a riappropriarsi del figlio sottrattole dalla suocera.
Il destino le mette sullo stesso fiume (ghiacciato) che attraversano avanti e indietro trasportando clandestini da uno stato all’altro.

Courtney Hunt, al suo primo lungometraggio, racconta un’America lontana anni luci dai lustrini di Hollywood dandole una dimensione più umana, e, paradossalmente più calda, pur ambientando il film nel gelido inverno dello Stato di New York. Non è solo la neve che ricopre ogni cosa ad intorpidire i sensi e i sentimenti, ma anche il cielo: quasi mai sereno, sempre biancastro, marmoreo.
Questa cappa pesa sulle vite di tutti: Ray e Lila, i rispettivi mariti “invisibili”, il trafficante russo seduto nel night vuoto e il poliziotto che staziona sempre nello stesso punto. A queste persone manca la vita, per motivi diversi, ovvio, ma tutte sono spente come il mondo che le circonda.
L’incontro fra due anime segnate è come una scintilla nel buio.
Nella sequenza più bella del film, Ray e Lila raccolgono il bimbo dei clandestini pakistani nella neve. Sembra morto per il freddo. Nel tragitto di strada che le separa dal motel, Lila lo stringe a sé e arrivati a destinazione il neonato, come per miracolo si muove. La giovane Mohawk ha trasmesso il calore al piccolo come una scossa, un’energia scaturita dall’incontro con Ray. E notare di come l’inquadratura successiva sia l’unica dell’intero film con una luce calda.

Un paragone che mi è venuto in mente guardando Frozen River è Monster (2003) con Charlize Theron nel ruolo della prostituta Aileen Wuornos. In entrambe le due donne protagoniste c’è la disperata ricerca di un miglioramento: economico, sociale, relazionale. Ma l’ambiente degradato le ha logorate così tanto da svuotarle. E così, se per Aileen non vedevo alcun futuro pur sperandoci un pochino, con Ray è accaduta la stessa cosa che puntualmente si è avverata, anche se in Frozen River il finale è un po’ meno amaro.

Melissa Leo, un’attrice che ha un curriculum lunghissimo ma che non è mai salita alle luci della ribalta, interpreta con grande naturalezza il ruolo della madre consumata, sembra quasi che non abbia bisogno di recitare. La spontaneità dello sguardo scoraggiato è lo specchio reale della sua vita e del mondo che le sta attorno.
Banalmente: un bel film.

martedì 7 luglio 2009

Tetsuo, the Iron Man

Tempo fa lessi una recensione dispersa in chissà quale antro oscuro della rete dove Tetsuo veniva commentato attraverso parole singole, separate tra loro da un punto, senza periodi, senza argomentazioni.
Tetsuo è così: è ruggine, è metallo che stride, è il suono di una fabbrica, sordo, vuoto, ossessivo.

La flebile trama costituisce l’unico appiglio a cui lo spettatore può aggrapparsi disperatamente in questo delirio senza precedenti.
Shinya Tsukamoto imprime sulla pellicola un incubo fatto di metallo in cui un ragazzo (interpretato da lui steso) ama infilarsi tubi di ferro nella coscia; investito da una coppia middle-class assiste moribondo ad un rapporto sessuale dei due. Ma sopravvive, ossessionato da questa immagine, pur con un pezzo di metallo conficcato nel cervello che a poco a poco si espande come un virus facendogli assumere la forma di un robot mostruoso con tanto di trivella fallica; contemporaneamente anche l’uomo che lo ha investito sembra accusare gli stessi “problemini” e si reca dal ragazzo per una resa dei conti. Tsukamoto polverizza ogni convenzione, distrugge qualunque stilema.
Vedere Tetsuo è un’esperienza, mai piacevole.
Il martirio del giovane che vede trasformare lentamente il suo corpo in un essere metallico è altamente disturbante perché il mostro non è mai totalmente dis-umano, infatti dalle ferite zampilla sempre sangue a fiumi, ma soprattutto perché si percepisce come questa trasformazione sia un qualcosa che non si può fermare, è inesorabile (come il progresso?). E il processo estraniante che subisce, con il climax del trapano fallico, è lo stesso dello spettatore che è letteralmente investito dall’orrore sullo schermo con l’apice nel finale dove i corpi si assemblano in un gigantesco ammasso di ferraglia informe, che di umano ha ormai soltanto l’ombra dei volti sepolti da fili e tubi.
In più il regista accelera spesso le immagini trasmettendo un senso di vertigine nauseante incrementata dall’eccellente uso del sonoro che conferisce alla pellicola un tono “industriale”, metallico: disumano, appunto.
Credo che se si voglia ricercare un significato in Tetsuo (cosa non obbligatoria a mio avviso) bisogna ragionare su come nella nostra epoca la tecnologia abbia prosciugato l’uomo della sua umanità, anche in un evento così squisitamente umano come l’amore.

Io, che posso “vantarmi” di aver visto parecchie cose strane fino adesso, assicuro che Tetsuo non può essere paragonato a niente. Sì, forse c’è un po’ di Eraserhead (1977) e un po’ di Cronenberg, ma questo film è molto più estremo, forse anche troppo visto che aspettavo la fine come una liberazione, e non perché sia di una qualità scadente, ma proprio perché a tratti è seriamente disturbante. Ed è un film dell’89, cioè.

Sull’argomento vedere anche Meatball Machine (2005).

lunedì 6 luglio 2009

Earth

E dopo Fire (1997) ecco Earth (1998), secondo capitolo della trilogia degli elementi di Deepa Mehta che si concluderà con Water nel 2005.

Anche questa volta la regista indiana racconta una storia della sua terra natia, anzi, racconta la Storia, con la esse maiuscola poiché ci troviamo appunto nell’India del 1947, in pieno fervore scissionistico. L’ombra lunga della Gran Bretagna si stava ritraendo come un’onda, ma per una sorta di imperialismo malcelato, gli inglesi decidevano come dividere l’India e a chi destinarla. Così, tre religioni che per secoli avevano vissuto in pace: Induismo, Sikhismo ed Islam, si trovano improvvisamente a fronteggiarsi l’un l’altra, macchiando di sangue le strade di Nuova Delhi.
Tutto questo viene vissuto dalla piccola e dolce Lenny, figlia di genitori parsi, e la sua bella badante Shanta che viene corteggiata da due uomini appartenenti a diverse religioni. Il suo amore si scontrerà inesorabilmente con la guerra.

L’unico problema di questo film impeccabile è che difficilmente una persona con un’istruzione media (presente!) è a conoscenza della struttura societaria indiana attuale, figuriamoci di quella di sessant’anni fa! Molti sono i nomi che si affastellano durante la visione, tutti pressoché sconosciuti. Ciò non è propriamente un limite perché è un’occasione per allargare le proprie conoscenze, ma stateci voi dietro a termini che sentite per la prima volta nella vostra vita.
A parte questo niente da dire, tutto veramente eccellente. La qualità estetica è pregevole poiché Mehta miscela delicatamente i colori esaltando la fotografia con luci morbide che filtrano dalle finestre di un corridoio, controbilanciate da ombre cupe che celano cadaveri ammassati sul vagone di un treno.
Il lavoro degli attori è molto buono, in particolare della piccola peste Lenny che calca la scena con estrema disinvoltura risultando magneticamente adorabile. Anche Shanti, interpretata da Nandita Das e già vista in un ruolo simile nel precedente film, ha un sorriso solare, contagioso, dolce.

Per chi vede il film da “esterno” la storia d’amore con le continue incursioni di Lenny è più intrigante, purtroppo, della Storia vera e propria che viene ripercorsa. Purtroppo perché i fatti raccontati sono reali e nella divisione dell’India morirono un milione di persone, però checcevoletefa’, ho un cuoricino di marzapane io…

In definitiva: Terra è un buon film ma non raggiunge la bontà di Fuoco, ora vediamo cosa mi riserverà Acqua.

domenica 5 luglio 2009

Kinski, il mio nemico più caro

Forse il “documentario più documentario” di Herzog.
Il regista tedesco ripercorre il suo legame professionale (e non solo) con Klaus Kinski otto anni dopo la sua morte avvenuta nel 1991.
Il risultato è un tributo sentito ad un attore che lo stesso Herzog definisce selvatico, animalesco, primitivo, folle. Le sfuriate improvvise in ognuno dei set dei 5 film che li ha visti collaborare sono storia. Kinski s’imbestialiva per niente, era affetto da un egocentrismo patologico per cui doveva essere sempre al centro dell’attenzione, e se ciò non accadeva ecco che iniziava a sbraitare come un pazzo.
Ma a controbilanciare questa irrequietezza c’era, oltre ad un talento innato, anche una generosità umana nei confronti delle sue colleghe come Eva Mattes (Woyzeck, 1979) o Claudia Cardinale (Fitzcarraldo, 1982) che lo definiscono una persona dolce, gentile, a volte timida. Ed anche con lo stesso Herzog, come dimostrano le immagini, alternava momenti di rabbia cieca minacciando più volte di abbandonare il set – a tal proposito non è vero che Herzog gli puntò addosso un fucile durante la lavorazione di Aguirre (1972), ma è pur vero che se Kinski avesse abbandonato il film Herzog gli avrebbe sparato otto colpi in testa –, ad abbracci fraterni e pacche sulla spalla. Piccola curiosità: si vede il diario originale che poi diventerà il libro La conquista dell’inutile(Mondadori, 2004.)

Ovvio che se preso da solo questo documentario non dirà molto, ma per chi come me ha visto quasi tutto di Herzog, e quindi anche i 5 film girati con Kinski, l’opera acquista molto più valore, soprattutto nelle battute finali in cui il ricordo del regista si fa commovente ed è sancito dalle splendide parole che accompagnano l’immagine di Klaus accarezzato da una farfalla:

Eppure eravamo inseparabili, pronti ad affondare insieme.
Ci rivedo nella giungla, insieme su una barca. Il mondo è nostro, ma Klaus sembra che voglia volare via. Non avrei dovuto accorgermi che era la sua anima a volersi librare in volo?
E poi lo vedo con una farfalla, soave, leggerissima. La piccola creatura non vuole lasciarlo, è così a suo agio che mi sembra sia Klaus stesso a trasformarsi in una farfalla. E tutto ciò che tra noi pesava scompare. Tutto diventa bello. E anche se la mia ragione si ribella, qualcosa dentro di me dice che vorrei ricordarlo così.

Sincero, autentico.
Un vero ricordo.

venerdì 3 luglio 2009

Faust

“No hay banda” direbbero al Club Silenzio. Delle marionette si muovono su un palcoscenico, poi escono all’aperto, sopra di loro il cielo, ma si muovono ancora. È un'illusione.
Grandioso questo Faust.
Il personaggio nazional-popolare tedesco viene riproposto nel 1994 da Švankmajer con una carica visionaria disarmante. Al pari del suo primo lungometraggio, Alice (1990), utilizza, seppur in maniera minore, la tecnica dello stop-motion, e a giovarne è forse l’intero film perché le sporadiche apparizioni della testa di Mefistofele che si plasma nel nulla sono veramente inquietanti. La trama segue sì la leggenda tedesca - ovvero: il dottor Faust stringe un patto col diavolo per cui in cambio della sua anima riceverà la conoscenza assoluta -, ma spazia dall’incubo al sogno, dal reale all’irreale, in un movimento tanto affascinante quanto coinvolgente.
Vediamo Faust entrare in una specie di teatro, forse è un attore, non lo sappiamo, sale su un palco, diventa una marionetta, forse È una marionetta, non lo sappiamo. Sotto la marionetta c’è sempre l’uomo, e viceversa.
Illusione, no hay banda.

Ho letto da qualche parte che Švankmajer potrebbe essere considerato il Lynch europeo. Non è una similitudine così campata in aria...
In Faust ci sono due uomini misteriosi che mi hanno ricordato lynchianamente il barbone di Mulholland Drive (2001) o il tizio pallido di Strade perdute (1997). Personaggi che sembrano “esterni” al film, le cui azioni a caldo risultano incomprensibili, ma che dopo un ragionamento oculato risultano fondamentali nell’economia della pellicola. In questo caso i loschi figuri sembrano le menti che hanno architettato tutto: all’inizio sono loro a distribuire volantini per strada, e sono sempre loro che alla fine osservano compiaciuti Faust investito dalla macchina. Nel mezzo della storia le loro apparizioni sono sospese fra il possibile e l’impossibile, ma una chiave di lettura potrebbe essere insita proprio dentro di essi! Perché non pensarli come i veri diavoli, loro? Il demone burattino si fa gabbare da un semplice giullare di corte, i due uomini invece sono sempre “fuori” dalle dinamiche che coinvolgono Faust con i demoni e gli angeli poiché si ha la sensazione che siano proprio loro due a dirigere tutto. Questa identificazione fra uomo e diavolo è rafforzata dal fatto che Mefisto ha i tratti somatici del dottor Faust, una specie di homo homini lupus del grottesco.
Non tutto è così chiaro, molti passaggi sono ostici per non dire incomprensibili, ma forse il bello è anche questo, c’è una convinzione sottaciuta per cui alla fine si ha il sentore che ogni tassello vada nel suo posto.

Qualche scena da ricordare: Faust che evoca per la prima volta Mefisto dentro al cerchio magico; i diavoletti che picchiano e violentano i piccoli angeli; quelle teste rotolanti riproposte fino allo svenimento; il giullare che frega il diavolo; Faust che fa sesso con una donna per scoprire solo in seguito che era Lucifero travestito; il barbone già visto a metà film che “ruba” la gamba di Faust da sotto la macchina.
Assurdo ma affascinante, non ho staccato lo sguardo nemmeno per un secondo. Straconsigliato.

giovedì 2 luglio 2009

L'elemento del crimine

È il 1984, e un ventottenne Lars von Trier si fa conoscere al mondo intero con questo Forbrydelsens element. Esordio fulminante dell’autore danese, di cui, premetto, non avevo mai visto nient’altro prima e per questo cercherò di ripercorrere la sua filmografia, che gli permise di vincere il Gran Premio Tecnico a Cannes ‘84. L’elemento del crimine è il primo capitolo della cosiddetta trilogia europea (il cinema di von Trier è caratterizzato da trittici) che proseguirà con Epidemic (1988) ed Europa (1991).
Tutto il film è il racconto del detective Fisher che sotto ipnosi ripercorre la traumatica indagine su un serial killer di bambini, il fantomatico Harry Gray, condotta da lui stesso in Europa. Il metodo suggerito dal suo vecchio professore Osborne gli impone di identificarsi con l’assassino in quanto il male non andrebbe ricercato nella società ma nell’animo umano. Quando però Fisher frantuma la sua identità, è troppo tardi per tornare indietro, ormai è diventato Harry Gray, o forse lo è sempre stato.

Di fatto L’elemento del crimine non si allontana molto da un qualunque noir di matrice hard boiled: c’è un assassino, degli indizi, un detective “duro” che segue le sue piste, la polizia che brancola nel buio, e una dark lady doppiogiochista. Ma ciò che lo rende assurdamente atipico è la messa in scena.
Ambientato interamente di notte, il film ha una fotografia giallognola, a tratti fosforescente, che conferisce una dimensione irreale alla vicenda, forse onirica con quelle ultime parole pronunciate da Fisher. Spesso le inquadrature sono sbilenche, sghembe, si fanno vertiginose con movimenti repentini che cambiano totalmente l’ambiente ripreso. Anche il montaggio è bizzarro con alcune dissolvenze che persistono nell’inquadratura successiva (i tergicristalli dell’automobile) creando una sovrapposizione d’immagini straniante.
Particolare l’onnipresenza dell’acqua, che sia del mare, del cielo o della fogna. Rendono l’Europa un paese alieno, nel disfacimento più totale, dove nemmeno la forza silente di questo elemento riesce a tacere crimini orrendi come l’omicidio di bambini inermi.
L’aspetto più interessante secondo me è quello che teorizza l’immedesimazione del detective nel killer per riuscire a capirlo. Come se le cause della sua devianza fossero riconducibili più a fattori endogeni che esogeni, buon spunto di riflessione. Se qualche criminologo è sintonizzato su queste frequenze potrebbe dirmi che ne pensa. Io che studio sociologia sono del parere che sia un mix di entrambe le cose: nessun uomo è asettico al contesto culturale, ma ogni uomo è diverso.

Si rischia di scivolare nella noia perché queste trovate così sperimentali non compensano il plot originario, un plot che scavando a fondo altro non è che l’indagine di un detective.
Troppo stile poca sostanza.

mercoledì 1 luglio 2009

Mum & Dad

No.
No, dico, ma vi devo pure raccontare la trama? Lena, immigrata polacca in Inghilterra, orfana della madre, viene invitata da una sua collega inserviente nella casa in cui abita. Sorpresa! I genitori sono dei sadici pazzoidi, uccidono e torturano. Buona notte.
E vabbè non è che dopo Tobe Hooper nessuno debba più raccontare le gesta di una famiglia depravata, però perdio che lo si faccia dignitosamente, non chiedo Rob Zombie, ma un minimo d’inventiva, di caratterizzazione dei personaggi… Qualche guizzo! Invece niente, una piattezza desolante.
Mi chiedo, ma può un tizio (è il padre) con ‘sta faccia risultare un pervertito che tortura povere fanciulle? Sì che può, ma non riesce neanche lontanamente ad essere credibile. Nel suo affannato tentativo di darsi un tono da squilibrato finisce per essere così innaturale che non troverebbe spazio neanche in un film della Troma. E poi è così anonimo, un padre di famiglia medio che più medio non si può. Mi viene in mente il protagonista de La casa nera (1991), lui sì che colpiva l’attenzione con quella tuta in lattice nera, Dad proprio non ci riesce.

La madre forse un po’ meglio, ma giusto perché ha un ruolo leggermente più solido nel film. In certe situazioni sembra prendere il posto della mamma morta di Lena (espediente narrativo telefonato), ma anche qui c’è poca caratterizzazione del personaggio. Una macchietta che si diverte a tagliuzzare i suoi “angeli”, sai che roba.
Non mi soffermo nemmeno sui due fratelli: Elbie e Birdie. Sono utili come due falangi inserite di traverso nell’orifizio anale. Tra l’altro Elbie è veramente inespressivo, un blocco di marmo con due gambe, cioè… No, dai.
Pure lo splatter latita (budget risicatissimo). Non c’è una, e dico una, scena che possa fare una carezzina al vostro stomaco, a meno che non vi impressioniate per uno spillone che trapassa un po’ di carne.

Se nell’intenzione di Steven Sheil c’era quella di mettere a nudo il male che si cela dietro la linda facciata di una famigliola inglese e dell’indifferenza del mondo esterno con quegli aerei che passano sopra la casa, allora tanti saluti. Magari nel suo paese, come il regista sottolinea in un’intervista, non l’hanno fatto in molti, ma oltre la Manica e aldilà dell’Atlantico a voglia di esempi che potrei tirare fuori, tutti migliori di questo Mum & Dad.
Se poi si voleva andare a ripescare concetti del tipo “il male è male e basta”, allora consiglio umilmente a Sheil di guardarsi The Strangers (2008), a cui basta una semplice frase (“perché eravate in casa”) a spazzare via questo filmetto derivativo.

Non sono un grande fan del brit-horror, ma quel poco che ho visto finora è di grande qualità (The Descent su tutti, ma anche Dead Set non è malaccio), Mum & Dad non segue questa tendenza.