martedì 30 giugno 2009

La conquista dell'inutile

Werner Herzog
2004
Mondadori; 347 p.

Una grossa falena marrone si è conficcata nel liscio pavimento di calcestruzzo come volesse penetrare nella crosta terrestre, e sbatteva le ali con tanto impeto che quel rumore sordo accompagnava il crepitio elettrico e lo scricchiolio del neon morente come una sinfonia che risuonasse dalle viscere di un cosmo orripilante, un cosmo che si era preparato per l’ultimo raccolto.

L’immagine di questa falena che tenta con tutte le sue forze di penetrare il terreno mi piace molto perché la vedo un po’ come una metafora della poetica di Werner Herzog.
La stessa voglia di superare il limite, di sfidare la natura e se stessi, si esplicita in tutta la sua forza con il film più importante del regista bavarese: Fitzcarraldo (1982).
Questo libro altro non è che il diario tenuto da Herzog durante la sua lavorazione; comincia il 16 Giugno 1979, e termina il 4 Novembre 1981, più di due anni in cui il regista ha dovuto far fronte ad imprevisti di ogni sorta: dalla burocrazia peruviana all’impervia foresta vergine, dalle escandescenze di Kinski al sogno più grande, quello di portare una nave su una montagna.

Oltre ad essere un grande regista, Herzog non scrive affatto male.
L’ambientazione da lui descritta ha un fascino soprannaturale, leggendo La conquista dell’inutile avevo la sensazione di avere tra le mani un libro di Marquez o dell’Alliende. Ogni pagina, ogni riga, è avvolta da quel realismo magico proprio dei grandi narratori latini: la foresta silenziosa, gli animali sornioni, il fiume immobile e poi d’improvviso il temporale, gli indio ubriachi marci dai nomi improbabili e infine Kinski che sbraita contro il nulla, sono tutti elementi affascinanti che compongono un quadro suggestivo, penso molto lontano da un qualunque set cinematografico dei giorni nostri.
Il numero di pagine non è esiguo e la quantità di nomi, tra attori, operatori, comparse, ecc., che Herzog cita è notevole, disorientando un pochino il lettore. Ma essendo un diario ciò che conta non sono tanto gli avvenimenti, ma i pensieri di chi l’ha scritto. E in certi passi si nota tutto lo scoramento di Herzog nel trovarsi di fronte ad ostacoli apparentemente insormontabili (Kinski sopra tutti). A tratti la sua scrittura si fa visionaria come nei suoi documentari più estremi, in un meraviglioso alternarsi fra realtà e sogno.
È, insieme a Burden of dreams (1982), fondamentale se si vuol conoscere la storia di questo film. Fra l’altro emergono delle chicche niente male: ad esempio si viene a sapere che Herzog, in visita da Coppola, assistette alle riprese di Shining (1980) e scambiò qualche battuta con Kubrick, senza riscontrare troppo feeling, e con Jack Nicholson, il quale gli confessò che avrebbe voluto fare qualcosa con lui, a patto però di non girare nella giungla.

Consigliato a tutti i fan di Herzog, ma perché no, anche a chi Herzog non sa nemmeno chi sia.

domenica 28 giugno 2009

Alice

Quella specie di tagline che spesso capeggia nelle pagine di Wikipedia è, nel caso di Jan Švankmajer, assolutamente illuminante perché dice pressappoco così: “Il mondo si divide in due categorie: quelli che non conoscono Švankmajer, e quelli che hanno visto i suoi lavori e sanno di avere a che fare con un genio.”
Temo che il primo gruppo superi di brutto il secondo perché qui in Italia, a parte una raccolta di suoi cortometraggi intitolata Il mondo di Jan Švankmajer (Raro Video, 2008), di questo artista praghese non si hanno mai avute tracce, né al cinema, né in vhs, né in dvd.

Non so se quest’uomo sia veramente un genio, e di certo non potrei dirlo io, ma alcuni suoi cortometraggi, fruibili in qualunque sito di video sharing, sono delle vere e proprie bombe a orologeria. Un concentrato di trovate assurde, stranianti, gustosamente weird.
E questo Alice (1988), il suo primo lungometraggio, che si ispira al romanzo di Carroll, sembra un po’ una summa di alcuni corti precedenti dove domina la tecnica del passo uno (stop-motion) che qui è talmente fluida da rasentare la perfezione. Come suggerisce l’incipit questo non è, forse, un film solo per bambini, e se saremo così ottusi da tenere gli occhi aperti rischieremo di non vedere niente.
Non ho mai letto i celebri romanzi di Carroll, penso però che l’atmosfera dominante sia per certi versi onirica, surreale; anche qui lo è, ma pende più verso l’incubo. Alice è un film cupo, silenzioso, perde qualunque velleità fiabesca fin dall’entrata in scena del coniglio bianco che non zampetta felice nell’erba ma fuoriesce da una teca nella quale era impagliato, e l’orologio che gli ricorda sempre il suo perenne ritardo non è situato nel taschino della giubba ma nel suo ventre, dal quale fuoriesce continuamente della segatura.
Anche gli altri personaggi che grazie al cartone della Disney ci sono stati tramandati come buffi e paciocconi, nell’interpretazioni di Švankmajer assumono tratti mostruosi che il passo uno rende, se possibile, ancora più inquietanti. E così il simpatico Bruco Califfo diviene un calzino sgusciante con tanto di dentiera, ma anche la stessa Alice, quando rimpicciolisce, si trasforma in una bambolina dallo sguardo vitreo. Brrr…

Ad una vena immaginativa così straripante corrisponde però una lunghezza totale forse eccessiva visto che la bambina si muove in progressione all’interno di stanze in cui il surreale spesso si protrae più del necessario (la scenetta col Cappellaio Matto e la Lepre Marzolina è piuttosto stucchevole); anche perché i dialoghi sono praticamente assenti, c’è solo il Dettaglio di una bocca che riporta fedelmente le battute in scena ( “said the Hearts Queen”) proprio come se stessimo leggendo un libro (strano espediente questo, non riuscitissimo ma originale). Dunque non resta che affidarsi alle immagini, ma a volte superano l’immaginazione e non è semplice raccapezzarcisi.
Resta comunque una valida visione alternativa che mi spingerà sicuramente a vedere altro di questo regista. Prima di avventurarsi in Alice consiglio di dare un’occhiata ai cortometraggi precedenti di Švankmajer: sono un buon antipasto, anzi in alcuni casi sono più sfiziosi del film stesso.

sabato 27 giugno 2009

Apocalisse nel deserto

Cinquanta minuti di puro Herzog.
Quel concetto che va sotto il nome di verità intensificata rintracciabile nei lavori del regista bavarese, soprattutto quelli documentaristici, qui si esplicita in tutta la sua forza.
Apocalisse nel deserto documenta il periodo storico appena successivo alla Guerra del Golfo (1991), ma a tale conflitto non viene mai fatto riferimento; anche la posizione geografica non viene specificata, la voce fuori campo dice soltanto: “Un pianeta del nostro sistema solare.”
Dunque un luogo imprecisato, così come sono imprecisate le ragioni per cui in queste terre aride affiorano laghi di petrolio che visti dall’alto sembrano specchi d’acqua poiché riflettono il cielo.
Ma c’è un gioco sottile che coinvolge lo spettatore per cui egli sa quali sono le motivazioni storiche e reali che hanno provocato tale distruzione.
Se Herzog avesse contestualizzato il suo documentario non avrebbe fatto altro che riproporre immagini già viste nei telegiornali di tutto il mondo (ricordo che la Guerra del Golfo fu la prima guerra seguita praticamente in tempo reale dai media). Compiendo questa astrazione storica e geografica egli riesce a trattare un argomento conosciuto da tutti utilizzando una chiave di lettura originale che sembra, in alcuni tratti, la prosecuzione naturale di Fata Morgana (1971). Discorso, questo, che si concluderà nel 2005 con L’ignoto spazio profondo.

Il film è strutturato in tanti brevi capitoletti che hanno nomi particolari, il più interessante è a mio avviso l’ultimo: Vita senza fuoco, in cui si mostra come degli operai che si sono adoperati per spegnere un incendio terribile, lanciano una torcia infuocata riaccendendo una fontana di oro nero (spettacolare ‘sta scena). E si compiacciono di fronte a quelle protuberanze infuocate che si ergono dal terreno, alcuni di loro sorridono fumando una sigaretta. Ecco, questa scena mi ha spedito dritto dritto alla scimmia ingabbiata di Echi da un regno oscuro (1990). Anche loro sono imprigionati. Vivono in un vortice equilibrato fra lo spegnere e il riaccendere, l’uccidere e il ridonare vita per poi uccidere ancora. Un po’come nella guerra.

Certo è che la presa sullo spettatore non è propriamente ferrea. È affascinante vedere pozzi di petrolio in fiamme, ma dopo 50 minuti potrebbe allentare un attimino l’attenzione.
Forse, però, il pregio maggiore sta proprio nella sua breve durata, se proprio non vi piacesse pensate al fatto che avete buttato via neanche un’ora della vostra vita, c’è chi guardando Pomeriggio 5 ne spreca due o tre al giorno…

Il dvd della RHV contiene anche il documentario La Soufrière (1977).

venerdì 26 giugno 2009

Fantasie di una tredicenne

Non fatevi ingannare dal titolo: Jesus Franco, o chi per esso, non c’entra niente.
È solo la distribuzione italiana che al tempo (1970) pensò di piazzare questo titolo allusivo che non ha nulla a che fare con quello originale (Valerie and her Week of Wonders).
Il regista, Jaromil Jires (1935-2001), è stato un esponente della novávlna (nuova onda) cecoslovacca. Così Roberto Silvestri descrive Jires in un articolo apparso su Il manifesto (LINK):

[…] ed era il più misterioso e melanconico fra quei cantastorie acidi, creatori di film che non si possono raccontare, né imprigionare e svilire con una sintetica battuta, perché erano fatti di ritmo, di sogno e armonia.

Mi piacerebbe molto parlare della trama, ma, ahimè, è un’impresa ardua, parecchio ardua.
C’è una bambina di nome Valerie (Jaroslava Schallerová) che affronta il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Intorno a lei si muovono personaggi fiabeschi: la nonna/strega, che ricorda quella di Biancaneve, il padre/mostro, ma anche il fratello Orlik. Ebbene, tutti incrementano l’atmosfera da favola surreale al pari delle sontuose scenografie che forse restano la cosa migliore del film.

Quello che accade non è affatto semplice da spiegare.
Jires, credo volutamente, struttura il film come un sogno: il tempo lineare non esiste, la realtà si appallottola su se stessa sconfinando nella fantasia più sfrenata.
Anche lo spazio filmico viene violentato, non ci sono limitazioni. Orlik, nascosto tra gli arbusti, dirà al padre furibondo in cerca della figlia che Valerie è nella torre del campanile, mentre è lì accovacciata con lui, ma subito dopo ecco apparire la bambina nella torre.
Mancano molti passaggi logici per cui ad una causa dovrebbe corrispondere un effetto, le cose accadono senza un motivo plausibile: molti personaggi muoiono, eppure subito dopo li vediamo nuovamente in vita, senza sapere il perché.

Tutti questi “buchi” sono (in parte) compensati dalla messa in scena che è davvero notevole.
Il top sono le segrete della casa che sembrano partorite dalla mente di Tim Burton con tutte quelle ragnatele ed antri oscuri. Non mi stupirei, inoltre, se venissi a sapere che Gilliam conosce Jires perché l’utilizzo di alcuni elementi da parte di quest’ultimo (vedi la scelta di mischiare realtà e fantasia riuscendo a dosare le loro caratteristiche senza snaturarle) mi ha ricordato parecchio il regista americano, e a tal proposito si può pensare ad un collegamento tra Fantasie di una tredicenne e Tideland (2005).

C’è un però.
La versione da me visionata dura un’ora e tredici minuti. In molti siti ho letto che il minutaggio in teoria sarebbe superiore; ci sono alte probabilità che abbia visto un’edizione censurata. Per questo, Jires si è guadagnato un’altra possibilità poiché come ha sottolineato Silvestri in lui ho trovato ritmo, sogno e armonia.
E questo è bene.

mercoledì 24 giugno 2009

Häxan

Documentario storico (ma non troppo) del 1922 diretto dal danese Benjamin Christensen che si pone come obiettivo quello di ripercorre la stregoneria, e tutto quello che vi gravita attorno, nel corso dei secoli. Si parte dall’iconografia classica delle antiche civiltà, passando per ricostruzioni storiche non proprio attendibili di inquisizioni, possessioni e tentazioni luciferine, giungendo infine all’epoca moderna con un parallelo un po’ coraggioso, ma tutto sommato interessante, fra la figura del medico e quella del diavolo.
È in circolazione anche col titolo italiano La stregoneria attraverso i secoli, ma non ha mai avuto una distribuzione ufficiale. Almeno credo.
Vedendo Häxan mi sono accorto di quanto un giudizio sia parecchio influenzato da fattori culturali come il contesto storico e i modelli di riferimento. Per quanto riguarda il contesto è inevitabile che un film muto del 1922 risulti “fuori moda”. Il problema è che la poca abitudine, o la totale mancanza ad essa, di assistere a quasi due ore di immagini accompagnate da un’omogenea, quanto stancante, melodia classica, comporta una pesantezza a tratti insostenibile per chi fruisce della pellicola. In relazione ai modelli di riferimento, che dipendono dal contesto, mi viene da pensare che se il cinema attuale fosse muto, o comunque più “arretrato” di quello che conosciamo, forse Häxan, in un confronto alla pari, si guadagnerebbe quel giudizio positivo che tanti critici gli hanno attribuito. Contestualizzare, ovvero porre il film nell’epoca in cui fu girato, è un'operazione necessaria per capire a fondo le qualità o i difetti che presenta. Ma io mi metto nei panni di un semplice spettatore, di un profano del linguaggio cinematografico (che poi sarei io) a cui non interessano molto aspetti tecnici come la pellicola (nel senso della bobina) filtrata, o forse trattata con particolari sostanze chimiche che danno ben più di un tocco weird alla fotografia, e nemmeno il massiccio uso del Primo Piano con inquadrature fisse che spesso vanno dall’alto verso il basso e che mi hanno ricordato gli inquisitori de La passione diGiovanna D’Arco (1928) di Dreyer.

L’unico aspetto che sopravvive fino ai nostri giorni è la visionarietà di Christensen che si esplica nei costumi e nella messa in scena. Le apparizioni del diavolo, interpretato dal regista stesso, non dico che siano terrorizzanti, ma hanno un fascino particolare. Idem per i volti degli anziani solcati dalle rughe che restano impressi nella memoria. Anche i sabba danteschi, o le fugaci apparizioni di uomini travestiti da maiali e di una donna che partorisce dei mostri possiedono un impatto visivo inalterato a distanza di quasi novant’anni, e probabilmente sono l’unico valido motivo per una visione.
A meno che voi non siate dei filologi (o sarebbe meglio dire archeologi) del cinema con la passione, e soprattutto la voglia di cimentarsi con un genere così ostico, sconsiglio la visione di Häxan. Io ho impiegato più o meno una settimana per vederlo, sfido chiunque ad impiegarci di meno. Chiunque.

martedì 23 giugno 2009

Guardami

Nessuno potrà mai convincermi del fatto che nelle intenzioni di un regista che inserisce in un suo lavoro esplicite scene di sesso non vi sia del compiacimento. In questi casi ho sempre la sensazione che una tale operazione abbia l’obiettivo di attirare su di sé un attenzione che altrimenti tale prodotto non avrebbe. Per carità, la trovata funziona anche, io l’ho voluto guardare appunto per questo, ma certo che rimanere soddisfatti a fine visione è un po’ dura.
Sono straconvinto che l’erotismo possa essere espresso con mezzi un tantino più raffinati del Primo Piano di una fellatio o di un cunnilingus, fermo restando che, per i miei gusti, è sempre più intrigante il “non-vedo” rispetto ad il “vedo-tutto” della pornografia.
E lo stesso discorso può essere esteso all’horror e allo splatter, due generi che ben rispecchiano, a loro modo, il cinema erotico e quello porno. Anche qui la differenza sta nel mostrare o meno. Un film come Lasciami entrare (2008), in cui non si versa una goccia di sangue, è un ottimo esempio di horror che lascia ampio spazio all’immaginazione nelle scene più truculente. Viceversa, un’opera violenta come Martyrs (2009) sbatte in faccia allo spettatore ogni tipo di efferatezza, privando chi guarda di quella pulsione scopica, ovvero del desiderio di vedere spesso oltre la semplice immagine.

Qualcuno potrebbe venire a dirmi che Guardami è la storia di una pornostar malata, Nina (Elisabetta Cavallotti), e che quindi è inevitabile che venga ripreso da vicino il mondo in cui lavora la protagonista. Bah, sarà, ma io dietro ad una scena di anal non riesco a vederci niente se non un tizio che inserisce il suo pene in una cavità anale, nulla in contrario eh, ma Guardami allora non si differenzia poi tanto da un qualunque film di Luca Damiano che qui fa anche una particina.
Ed anche se c’è il dramma di un tumore, con tutte le difficoltà esistenziali che immagino comporti, le scene di sesso esplicito non riescono a levare al film quella dimensione pruriginosa che, fra le altre cose, è incrementata dall’insensato rapporto saffico fra Nina e Cristiana (Stefania Orsola Garello).

Dal punto di vista tecnico Guardami offre alcuni particolarità.
È evidente di come non ci sia un tempo completamente lineare; i fatti che si svolgono non seguono sempre un ordine cronologico perché Ferrario utilizza alcuni espedienti narrativi come il flashback e forse anche il flashforward, per cui la narrazione è parecchio frammentata al punto tale che il montaggio di Claudio Cormio si “sente” un po’ troppo nella diegesi del film, mentre a mio avviso il montaggio migliore è quello che non si avverte.
Però a qualcuno potrebbe anche piacere questo taglio così rapido, fate vobis.

Ammiro molto la Cavallotti che ha avuto il coraggio (o la faccia tosta?) di farsi riprendere come mamma l’ha fatta mentre altri se la fanno. E vorrei sottolineare di come la scena girata nel club sia vera, la gente non sapeva che la ragazza che si dimenava sul palco non era una lap-dancer ma un’attrice.
Di sicuro non mi sarei mai aspettato di vedere Flavio Insinna in un film a sfondo erotico, ma tant’è si è palesato dinanzi ai miei occhi, e non appagato di stupirmi con la sua presenza mi ha dato uno schiaffo morale con una recitazione dignitosa che quasi quasi gli suggerirei di aprire meno pacchi e fare più film.

Forse, prima di dare un giudizio, bisognerebbe guardare altre opere di Davide Ferrario che ha all’attivo musical, documentari e commedie anche con attori di un certo calibro. Però, preso da solo, Guardami è un film da evitare.

lunedì 22 giugno 2009

Zeitgeist - The Movie

Web-film senza fine di lucro che potete vedere direttamente sul sito ufficiale, diretto da Peter Joseph il quale nel 2008 ha girato anche il seguito: Zeitgeist - Addendum.
Il film più che uno scopo divulgativo proprio di un documentario, ha intenzioni educative, o forse sarebbe meglio affermare ri-educative. In sostanza l’obiettivo è quello di demolire le concezioni su cui la società occidentale è nata e si è sviluppata: religione, potere e denaro, per “aprire” la mente di noi uomini e renderci consapevoli di ciò che è successo, succede e succederà.

Il documentario si suddivide in tre capitoli.

Nel primo, intitolato The greatest story ever told, viene effettuata una similitudine fra Horus e Gesù. La divinità egizia ha parecchi punti in comune con il messia cristiano. Somiglianze riconducibili a questioni soprattutto astronomiche e astrologiche (i 12 apostoli come i 12 segni zodiacali, i riferimenti presenti nella Bibbia alle ere del Pesce e dell’Acquario) che possono essere applicabili anche a molte altre divinità sparse per il mondo; l’elenco è davvero lungo, ma ciò che più o meno le accomuna tutte è, come detto, da ricercare nell’astronomia, e in particolare nell’identificazione del dio con il sole. Molte pitture antiche mostrano infatti Gesù con alle spalle un sole splendente, ed anche la sua morte in croce rappresenterebbe nient’altro che una congiunzione particolare di stelle.
Oltre a tutto ciò ritornano nelle varie culture numeri ( i tre magi, il 25 Dicembre), parole e simboli.
Insomma, secondo la tesi del regista la figura di Gesù Cristo come la conosciamo noi non è mai esistita, ma è solo il prodotto di un mescolamento di valori, concezioni e canoni che hanno origine antichissima.
Non si tratta però di una critica alla religione, più che altro del primo esempio di mitizzazione di un sapere, di un qualcosa che non è mai esistito, che non è mai accaduto, ma che avendo una capillare distribuzione e, col tempo, adesione, è divenuto vera a prescindere. La storia insegna, poi, di quali stragi e orrendi crimini si sono macchiati gli uomini in nome di un ideale che, secondo il regista, non è mai esistito.

La tesi della credenza cieca ad un mito introduce il secondo capitolo: All the world's a stage. Si tratta, qui, del crollo del World Trade Center il 9/11/2001. Aldilà delle considerazioni su insabbiamenti e presunti legami col mondo islamico da parte di Bush che sono già state fatte un po’ ovunque (Youtube è pieno di video, per non parlare dei siti dedicati), mi è sembrato interessante il fatto che l’attentato alle Torri possa essere considerato un auto-attentato utilizzato come pretesto per attaccare l’Afghanistan e poi l’Iraq. Anche questa tesi non è così innovativa, ma viene confutata nel terzo capitolo, il migliore a mio avviso.

In Don't mind the men behind the curtain, viene ripercorsa la storia dell’ultimo secolo americano con particolare attenzione alle dinastie bancarie e al loro potere finanziario che ha mosso praticamente tutte le guerre del ‘900. Ciò che mi ha meravigliato è il fatto che, sempre secondo il documentario, ogni guerra è stata indotta con la forza dalle potenze americane, e dopo una mirata campagna mediaticaanche la popolazione vi ha aderito.
Qualche esempio: La Lusitania, il transatlantico affondato da un sommergibile tedesco, fu mandato appositamente in quelle acque dove si sapeva che fossero controllate dai nazisti. Questo evento segnò l’entrata in guerra degli Stati Uniti.
Ma ancora: del famigerato attacco giapponese di Pearl Harbor il presidente Roosevelt era a conoscenza da tempo. Tutto era stato pianificato mostrando un atteggiamento ostile nei confronti del Giappone: blocco delle importazioni dal Sol Levante e di tutti gli investimenti giapponesi negli Stati Uniti, finanziamenti alla Cina e la Gran Bretagna nemiche del Giappone in guerra. E tre giorni prima dell’attacco i servizi segreti australiani misero in guardia Roosevelt su una possibile offensiva giapponese. Ma il presidente li ignorò, e l’America poté entrare in guerra.
E poi: la dichiarazione di guerra degli Stati Uniti ne confronti del Vetniam avvenne nel 1964 in seguito ad un incidente riguardante l’attacco di due cacciatorpediniere americani da parte di torpedinieri nord vietnamiti nel Golfo del Tonchino. Ma questo fatto non è mai avvenuto.
La guerra nel Vietnam, secondo il regista, fu fatta non per essere vinta ma SOLO per essere sostenuta, in relazione ai meccanismi finanziari che arricchiscono chi detiene il potere.

E allora, l’11 Settembre non appare così come un semplice pretesto per mettere in moto la macchina distruttiva del potere? Da ciò che si vede sembrerebbe di sì.
Ma allora perché tutto questo? Perché uomini straricchi vogliono accumulare ancora più denaro? La risposta arriva da Nick Rockefeller, il quale confidandosi con il regista Aaron Russo disse che lo scopo di tutto ciò era di unificare il mondo sotto un potere elitario globalizzato, e di poter controllare le persone attraverso un microchip sottocutaneo.

Concludo con una breve riflessione.
La mole di informazioni fornite dal film è enorme, sia sotto un aspetto quantitativo che qualitativo. A sentire Zeitgeist gli ultimi 2000 anni della storia occidentale sarebbero una grande menzogna. È legittimo pensarlo, Dan Brown ci ha fatto una fortuna sopra, ma chi mi dice che le tesi di Peter Joseph non siano a loro volta delle menzogne? Se mi si chiede di applicare un dubbio metodico di cartesiana memoria in merito a tutto quello che mi è stato insegnato da sempre, allora lo farò anche ad un documentario di sole due ore.
C’è bisogno di analizzare le fonti, confutare tesi e ipotesi. Se ad una prova del nove Zeitgeist risulterà essere veritiero allora questo documentario avrà un’importanza epocale, ma per ora sospendo il giudizio.

domenica 21 giugno 2009

21-06

Niente più fiori a capo dei rami
ma rosei frutti, splendidi ricami.
E ora che la notte finiva nel giorno
all’alba speravi nel suo ritorno.
T’alzasti, attendendo il ritorno.

Fremente appoggiata alla soglia,
l’aspettavi per levarti ogni voglia.
Mentre le fronde fluttuavan col vento,
dal viale l’ombra di un passo lento.
Nei sogni, speravi quel momento.

Ma il sole beffardo scherzò col destino,
giunse una lettera ed un postino.
L’inchiostro parlava di lui sotto terra
per aver pagato un debito in guerra.
Dopo aver versato, il suo sangue in guerra.

Adesso il pianto non colma il dolore,
ti resta un’anima arida d’amore.
E scivoli lenta nel gelo dell’inferno,
che importa se è Estate
e il tuo cuore è in Inverno.
Ma che importa, se il cuore è Inverno.

sabato 20 giugno 2009

venerdì 12 giugno 2009

giovedì 11 giugno 2009

Il cerchio

E all’improvviso sentì il bisogno di chiamarla.

Si erano conosciuti tempo addietro, sul crepuscolo di un giorno come tanti, fuori da un supermarket. Lui aveva comperato piatti di plastica e scatolette Simmenthal, lei i croccantini per il gatto. Tra i barattoli di piselli sullo scaffale si lanciavano timidi sguardi: lui aveva la consapevolezza che come sempre non l’avrebbe più rivista, lei cominciava a pensare che in fondo quel tipo non era così male.
Il sacchetto doveva rompersi nel preciso istante in cui lei oltrepassava la porta scorrevole, sparando croccantini in ogni direzione, anche sui piedi di lui, che per una volta nella sua vita sentiva di avere un’opportunità. Arrossendo lei chiese scusa con la testa china intenta a raccattare il mangime, lui si affrettava a perdonarla e intanto cercava nella sua testa qualcosa di intelligente da dirle.
Cinque minuti dopo erano al tavolino di un bar.
Capitò che si trovavano. Nelle idee, nelle opinioni, persino nelle risate. Insieme, entrambi, per la prima volta.

Quando sei stato uno per una vita non aspetti altro che diventare due, il periodo d’attesa è sofferenza e speranza, è come avere l’acquolina in bocca per il piatto più prelibato.

Misero su casa con i soldi da parte, così, in fretta. Lui trovò un lavoro tranquillo, bibliotecario, lei lasciò il suo impiego per venirgli incontro. La casa nuova era grande, necessitava di pulizie e manutenzione; accettò perché così doveva essere, quello che decideva uno andava bene all’altra, e viceversa. In questa simbiosi perfetta non c’era spazio per gli altri, né parenti né amici, vivevano in una bolla fuori dal tempo che tutti conosciamo, consapevoli del fatto di essere unici e irrepetibili.
Ma arriva sempre un giorno, però.
Un giorno però lei vedendo il suo riflesso allo specchio si accorse di non riconoscersi, di tempo ne era passato in quella casa, qualche anno forse, smarrita in una catena di montaggio: sveglia, colazione, saluto, pulizie, attesa, saluto, cena, amore, sonno. All’infinito, in ripetizione continua, un cerchio, dove la fine coincideva con l’inizio, sempre.

Dopo che sei diventato due, e ti abitui ad esserlo, ciò che hai desiderato con tutte le tue forze diventa routine, ed anche la portata più sfiziosa risulta insipida e scontata.

Presero una decisione di comune accordo, un periodo di riflessione diceva lei.
Lui acconsentì, convinto che poteva fare bene a entrambi.
Così ritornarono nelle loro case, tra scatolette di carne e piatti di carta. All’inizio fu dura per lui, in seguito fu anche peggio. Capiva che tanto era stato forte il legame, più la negazione di esso lo faceva stare male. E allora non si contavano le notti a piangere e a imprecare fissando il telefono nella vana speranza di uno squillo, dei ricordi infami che strisciavano nella sua memoria riportandolo a lei. Ogni. Singolo. Istante.
E lei soffriva perché lui soffriva. In questo meccanismo perverso riusciva ad essere la vittima ed il carnefice, ed anche lei stava male, ma non poteva e non voleva tornare indietro.

Quando ritorni uno dimentichi la monotonia e la noia, desideri soltanto ritornare due, brami nuovamente il cibo più squisito.

Passarono degli anni, dentro di lui il ricordo si era affievolito ma ancora pulsava di una luce propria.
Succedeva che in un vecchio baule impolverato riscopriva delle vecchie foto. E ritrovò se stesso, cioè l’altra sua metà che lo completava. Accarezzava con la punta delle dita i contorni del suo viso, immaginando di sfiorare la pelle delicata invece che la superficie liscia e fredda della fotografia, pensò al profumo e alla sua voce di quando rientrava a casa dal lavoro e si abbracciavano perché nessuno può vivere a metà, perché nessuno può vivere senza una metà.

E così, all’improvviso, sentì il disperato bisogno di chiamarla.

martedì 9 giugno 2009

Dream

Jin è ancora innamorato della sua ex ragazza che sogna tutte le notti.
Ran vive i sogni di Jin, ovvero si reca in uno stato di sonnambulismo nella casa del suo ex (che odia) dove per desiderio di Jin, il quale, ricordo, sta sognando la ragazza con cui stava, ci va tranquillamente a letto.
Le cose non possono andare avanti, così i due decidono di controllarsi a vicenda prima di prendere sonno. Quando Jin dorme Ran resta sveglia e viceversa. Ma il sonno brucia come il desiderio, diventa una necessità, e i sogni sono come la memoria, dolorosi.

Ad un certo punto, durante una conversazione tra i due protagonisti ed una psicologa, appare una barriera fra Jin e Ran. Si scoprirà poco dopo che la mdp sta riprendendo la scena da dietro la finestra, e quella divisione altro non è che una parte dell’imposta. Contemporaneamente la psicologa dice: “Se vi innamorerete l’uno dell’altra i sogni svaniranno.”, ma la barriera continua a dividere l’uomo e la donna.
Questo geniale fotogramma che indica la situazione non di una, ma bensì di due coppie, è il sintomo di una rinnovata ispirazione da parte di Kim Ki-duk che torna ad emozionare dopo gli incompiuti Time (2006) e Soffio (2007). Non siamo ai livelli che probabilmente non torneranno mai dei suoi capolavori, ma questo Kim l’ho trovato rinnovato, cambiato, anche in meglio. Non abbandona del tutto la sua poetica, e quindi pronti a compiere un notevole sforzo ermeneutico, però inserisce, e qui sta un po’ la vera novità, alcune scene di violenza crudissima che mi hanno rimandato immediatamente ai lavori di Park Chan-wook. Valgono come esempio le martellate che Jin infligge ai suoi piedi, un auto-martirio che riprende con maggiore violenza quello de La samaritana (2004). Mi va di parlare della sequenza nel campo di grano perché mi ha lasciato a bocca aperta.
Oltre ad essere profondamente hitchcockiana con il sdoppiarsi, triplicarsi e addirittura quadruplicarsi delle personalità, ha dentro di sé tutto il gusto del cinema kimmiano con quell’ambientazione astratta, ma miracolosamente in linea, alla diegesi del film. Una scena che possiede un suo misterioso perché unito ad un sottile voyeurismo per cui lo spettatore diventa semplicemente “uno che spia”, esattamente come accade ne L'arco (2005). Sapendo poco del passato (e del presente) dei vari personaggi non resta che ascoltare le immagini. Perché nei film di Kim sono spesso le immagini a parlare, e questo teatrino nel campo di grano è la scena rivelatrice dell’intero film. Parla allo spettatore e dice che ci sono due coppie in crisi, tutto qua. Ma non è mica poco.

Mi va anche di parlare del finale perché sì, e perché non si vedeva un Kim così in forma da parecchio tempo.
Se in Dolls (2002) di Kitano la morte di una farfalla rappresenta la rottura dell’equilibrio relazionale, qui l’insetto si identifica nel vero Sogno, con la esse maiuscola. E non parlo dei frammenti onirici che tormentano Jin, piuttosto di una chimera che mischia libertà e speranza di vivere.
Il laccio invisibile che lega queste due coppie assomiglia ad il cappio che stringe il collo di Ran nel carcere, è una situazione senza via d’uscita se non in un sogno. Ma ecco che la farfalla (il vero Sogno) supera le barriere di una prigione (libertà) e ridona la vita a Jin, o forse con il suo tocco lieve lo risveglia da un lungo sonno che potrebbe essere tutto il film stesso. Quella farfalla è l’amore, che si identifica nella figura di Ran, creando una metafora bellissima e toccante che sullo schermo è accompagnata da un canto dolcissimo. Tra l’altro Kim, assegnando un ruolo così di rilievo ad una donna, smentisce tutte le voci che lo accusavano di misoginia, voci, a parer mio, infondate. Qualche magagna nella sceneggiatura c’è. A volte nei film di Kim Ki-duk riesco ad avvalermi della sospensione dell’incredulità, altre volte no. Direi che questo è un nì.
Per evitare tutto ‘sto ambaradan bastava legare Ran al letto mentre Jin sognava, ma capisco che in questo modo lei non avrebbe potuto recarsi nella casa del suo ex ed il film avrebbe perso di significato.
Mi fa storcere il naso, inoltre, anche il fatto che Ran venga rinchiusa nella stessa cella con l’ex di Jin, mmm...

Ooooh, Dream mi dà fiducia per il futuro, spero che Kim prosegua per questa strada e che ci delizi con tanti altri film. Il mio viaggio nel suo mondo finisce qua (ovviamente fino alla sua prossima opera), in alto a destra c’è la sua filmografia completa. È stato bello.
Al prossimo giro tocca a Shinya Tsukamoto.

domenica 7 giugno 2009

Grido di pietra

Hinerkofler (Vittorio Mezzogiorno, padre di Giovanna) detto Roccia, soprannome che deriva dalla sua bravura da alpinista, e Martin, campione di arrampicata sportiva.
Due uomini e una montagna, Cerro Torre, una guglia di ghiaccio e pietra situata sulla catena delle Ande tra Argentina e Cile.
Roccia e Martin dunque, il primo ha anni e anni di esperienza alle spalle, il secondo sostiene di potersi arrampicare su qualunque superficie che abbia almeno 15 millimetri di sporgenza. Una sfida per misurare se stessi, e misurarsi tra loro. Dopo parecchie vicissitudini la scalata si trasforma in una gara, la vittoria vale un sogno.

Insomma...
Potrei dire che questo non è il miglior Herzog, ma il fatto è che Grido di pietra non sembra neanche un suo film. In effetti il regista bavarese, caso eccezionale, si occupa soltanto della regia mentre la sceneggiatura scritta a tre mani si basa su un soggetto del celeberrimo alpinista Reinhold Messner che aveva già collaborato con Herzog per il documentario The Dark Glow of the Mountains (1984).
L’ambientazione glaciale sembra influire sulla storia che di riflesso è rigorosamente fredda, poco avvolgente. La rapidità con cui viene decisa la prima spedizione fa un po’ storcere il naso, al pari del triangolo amoroso fra Roccia, Martin e Katharina che sembra messo lì giusto per dare un po’ di pepe alla vicenda (senza riuscirci).
Adesso non vorrei stare qui a dire cose del tipo “Ah se c’era Kinski (che tra l’altro moriva proprio nel 1991) sarebbe stata un’altra cosa”, ma il personaggio di Mezzogiorno è troppo anonimo: un tizio che vuole scalare una montagna deve avere qualche “sana” rotella fuori posto, lui sembra così formale, così rigido. Allora molto più valido lo scalatore pazzo che ha perso quattro dita su Cerro Torre, sembra realmente segnato (e legato) a quella montagna.
Ne Il mondo contemplativo di Werner Herzog, documentario dell’89 e quindi precedente a questo film, il regista afferma che nelle sue opere non è possibile dal punto di vista tecnico rintracciare uno stile preciso, Herzog dice di non porsi mai il problema di come girerà una sequenza: arriva sul set e assorbe fisicamente la scena, fare il contrario vorrebbe dire per lui scrivere una lettera d’amore facendo più attenzione alla calligrafia che al contenuto.
Beh, vero è vero, ma tant’è il finale di Grido di pietra, in cui è stato fatto uso di uno storyboard, ovvero un disegno preventivo delle inquadrature, è forse la cosa migliore del film. Aldilà della perizia con cui è girato (è uno dei set più estremi della sua carriera), il finale, di cui non scriverò niente per non rovinare la sorpresa, ha un retrogusto amaro, una vera e propria inaspettata beffa. Inoltre è parecchio evocativa quella ripresa che gira intorno a Roccia giunto in cima alla montagna, mi ha ricordato un po’ la conclusione di Aguirre (1972).

Insomma.
Se Herzog “sente” poco suo Grido di pietra ci sarà un motivo. Non così male, ma neanche così bene.

venerdì 5 giugno 2009

L'isola

Probabilmente nessuno di voi conoscerà Pavel Lungin, all’anagrafe Pavel Semyonovich Lungin, cineasta russo trapiantato in terra di Francia che ha all’attivo una decina di film tra cinema e televisione. Non temete, anche per me fino a poco tempo fa era un perfetto sconosciuto. Questo mi fa pensare a quante cose non riuscirò mai a vedere, sentire o leggere. Ma tengo duro, e in questa discesa sotto la superficie del conosciuto che ormai ho intrapreso da alcuni anni, si è palesato dinanzi a me L’isola, un film del 2006 distribuito in Italia dalla Metacinema che vinse nello stesso anno l’Aquila d’Oro, ovvero il maggior riconoscimento cinematografico russo. Mica facile scrivere di quest’opera. Dopo un incipit filtrato a mo’ di fumetto in cui un marinaio russo è costretto ad uccidere un suo compagno da un gruppo di nazisti per poi subire l’esplosione di un ordigno tedesco, veniamo sbalzati in avanti di trent’anni e il giovane marinaio è diventato padre Anatoly, uno strambo monaco guaritore che vive in un monastero spartano situato su una glaciale isoletta del mar russo. L’esistenza di Anatoly è segnata da quell’omicidio commesso contro la sua volontà, assassinio del quale sente una colpa profonda e che vive come un peccato senza possibile espiazione, se non quello della morte.
Lungin potenzia la visione prediligendo i campi ai piani. Scelta azzeccata a mio avviso perché il film ha un sapore filosofico-spirituale dove l’uomo inteso come semplice organismo ha poca importanza. Così non si contano i Campi Lunghissimi dove lo spazio è abbracciato nella sua estensione, ed i soggetti che remano una minuscola barca o che camminano sulla neve, sono ridotti a semplici silhouette, i loro movimenti non hanno alcun peso sulla scena, nessuna conseguenza. Questa dimensione eterea è accentuata dagli abiti che indossano i monaci: tutti uguali, ma non solo, anche le capigliature si somigliano tutte, a testimonianza di una considerazione marginale dell’uomo in senso fisico che contribuisce ad aumentare la discrepanza fra i monaci e Anatoly, l’unico a non avere la barba e i capelli lunghi, ed a non indossare abiti scuri. Il protagonista, interpretato da un’ex rock star russa, è la mina vagante del film, l’altra faccia di una religione che troppe volte si veste di orpelli inutili, ed è significativa a tal proposito la scena in cui Anatoly brucia gli stivali del suo “capo” dicendo più o meno: “Si annidano più peccati in un paio di stivali regalati da un arcivescovo che in qualunque altro luogo.” Mi sembra vero.
L’antro di Anatoly potrebbe benissimo essere un qualunque covo di un qualunque killer in un qualunque horror: egregio è il dosaggio delle luci che celano focherelli e cumuli di carbone fra ombre e aloni luminosi. Praticamente un mondo agli antipodi di quello candido ed immacolato che circonda la baracca (nonché caldaia) di Anatoly.
Tra l’altro vorrei sottolineare di come vengano usate benissimo le fonti luminose durante il dialogo che prelude la sua redenzione. Una piccola luce illumina la fronte del monaco guaritore che in quel momento si libera del suo peccato.
Un appunto, però, lo faccio alla sceneggiatura.
Partendo con un incipit del genere è inevitabile che prima della fine vi sia un riallacciamento ad esso. L’entrata in scena della figlia pazza e dell’ammiraglio è troppo tardiva e repentina, sarebbe stato più giusto, chessò, inserire qualche frammento del loro viaggio al monastero in modo da dare più spessore ai loro personaggi che invece sembrano burattini messi lì solo per redimere Anatoly.

Not bad, particolare.

mercoledì 3 giugno 2009

Fire

Fire (1996) è il primo capitolo della trilogia degli elementi di Deepa Mehta, gli altri due film sono Earth (1998) e Water (2005).
Dire che so poco del cinema hindi è un eufemismo, non conosco un regista, un attore, una casa di distribuzione, niente di niente. L’unico contatto che ho avuto con questo mondo è avvenuto parecchi anni fa con Salaam Bombay! (1988), ma oltre a non ricordare più nulla di quel film, credo che esso sia solo la punta dell’iceberg, scendendo in profondità c’è un vero e proprio universo tutto da scoprire.
Deepa Mehta, laureata in filosofia a Nuova Delhi ma residente da molti anni in Canada, è considerata dalla critica una delle migliori registe indiane degli ultimi anni. Nonostante queste premesse ero partito un po’ prevenuto pensando ad un eventuale professionismo dozzinale e scadente. Col cavolo, Fire potrebbe portare la firma di un qualunque regista occidentale che non si avvertirebbe alcuna differenza.

In breve: in un ristorante a gestione famigliare si incrociano le vite di due donne: Radha e la giovane Sita, rispettive mogli dei due fratelli Ashok e Jatin. A completare il quadretto vi sono Biji, la nonna muta ed immobile, ed il servo innamorato di Radha che si masturba guardando film porno.
Trascurate dai mariti, Radha e Sita sfiorano le proprie anime fino a lasciarsi trasportare dalla passione ardente (eh sì), ma il nucleo famigliare non può accettare questo amore e così le due decideranno di andarsene via insieme.

Come direbbe Pizzul, tutto molto bello.
Brilla la fotografia avvolgente con toni caldi che dall’arancione sfumano nell’oscurità delle ombre segnata dalle piccole lucine della città. Da ricordare il bacio in controluce fra le due donne dove i lineamenti di esse si fondono insieme. Ma che belle anche le ambientazioni esterne che mi hanno catapultato nei mercatini indiani o nei palazzi arabeggianti dai contorni tondi, e come non citare il ristorante che appare rustico ma non grezzo, naturale ma non rozzo.
Qui, comunque, si parla di fuoco, e in qualche modo ogni personaggio “brucia”. Aldilà della relazione fra Radha e Sita, anche Ashok è eroso dalla sua devozione verso un guru al punto che sceglie la via della castità, e pure Jatin ed il servo sono infiammati dal fuoco. Il primo verso una giovane ragazza di Hong Kong con cui ha una relazione extraconiugale che non riesce a tranciare, ed il secondo verso la bella Radha che però non potrà mai avere e allora sfoga la sua frustrazione (la sua passione) masturbandosi dinanzi alla vecchia Biji. Mehta dirige l’orchestra armonicamente, ed ogni interprete ha il suo spessore personale e la sua ragione di calcare la scena: anche Biji, praticamente un fantasma, è artefice di simpatici siparietti con gli abitanti della casa che alleggeriscono la narrazione.
Ci sono due difetti a mio parere: il primo è un’inezia, si tratta della pronuncia inglese degli attori che sembra quasi scolastica, leggermente impostata. Per me che non sono proprio madrelingua è un bel vantaggio, ma per un inglese o un americano il suono di alcune frasi risultererà un po’ buffo. Il secondo è più riprovevole, e riguarda la genesi della liaison fra le due donne. Ho come avuto la sensazione che la regista abbia forzato la psicologia personale di Radha e Sita al volere della storia, ovvero: le due donne diventano omosessuali perché hanno problemi con i rispettivi mariti… Mmm, mi è parso un escamotage poco convincente in quanto il cambiamento di orientamento sessuale è troppo repentino.
Sono due difetti che però vengono compensati dall’ammaliante atmosfera, e non inficiano sul livello della storia che resta comunque alto.

lunedì 1 giugno 2009

Secretary

Uscita da una clinica psichiatrica, Lee (Maggie Gyllenhaal già vista in Donnie Darko), autolesionista nonché aspirante suicida, si iscrive ad un corso per dattilografe che porta a termine con pieni voti, decide così di offrirsi ad uno studio legale in cerca di una segretaria.
Il titolare, l’avvocato Grey (James Spader, il professore di Stargate), sembra un tipo a posto, incravattato e maniaco del lavoro. Ma quando Lee commette degli errori di ortografia, l’avvocato la sculaccia per bene, ed inizia così un rapporto sadomasochistico tra i due che si conclude quando latenti sensi di colpa da parte di Grey emergono in superficie. Lee tenta inutilmente di aumentare il carico degli errori ma senza risultato, se non quello di venire licenziata. A pochi giorni dal suo matrimonio con uno psicopatico, la ragazza innamorata dell’avvocato torna nello studio legale e si ancora alla scrivania per alcuni giorni senza mangiare né bere. Grey dopo una decisione sofferta torna da Lee e trionfa l’amore. Vincitore di un premio speciale al Sundance Festival del 2002 (la kermesse del cinema indipendente americano per antonomasia), Secretary è diretto da Steven Shainberg, amante di Lynch, non per niente le musiche sono di Angelo Badalamenti e la storia morbosa tra i protagonisti ha un qualcosa di Velluto blu, e regista di numerosi spot e videoclip.
Spicca l’atmosfera davvero particolare che cala il film in un territorio ibrido, non è propriamente una commedia ma neanche un drammone, c’è un po’ di una e un po’ dell’altro, sembra un classico film sentimentale d’oltreoceano che devia però dalla routine per infilarsi nei labirinti mentali dell’uomo. Oddio, non è che l’introspezione psicologica dei personaggi sia granché approfondita, ne salta fuori che Lee ha questi disturbi perché il padre è un alcolizzato e la madre è iper protettiva, non proprio il massimo dell’originalità, però è credibile perché la pellicola ha un tono leggero e scanzonato, anche se a controbilanciare ci sono momenti di relativa violenza non proprio leggerini. Commedia e dramma, appunto.
A dispetto di una trama da film BDSM (il “collare” che indossa la Gyllenhaal stuzzicherà non poco gli amanti del genere) che potrebbe solleticare i vostri istinti sessuali, il film è più pudico di un qualunque programma televisivo. L’erotismo gioca più sul piano psicologico che su quello pratico. Certo è un erotismo fuori dalle convenzioni, ma tant’è questo rapporto di dominazione/sottomissione oltre a dare piacere fisico riesce a costruire un rapporto interpersonale fra due persone fondamentalmente sole e fragili. Non credo che lo scopo del regista sia stato quello di lodare il sadismo come panacea per i mali dell’essere, piuttosto gli preme sottolineare come abbattendo i muri dell’apatia (avvocato) e della “paura di vivere” (Lee), ci si possa sentire meno soli.
Peccato che il finale zuccheroso abbassi, almeno per me, leggermente il giudizio finale. Avrei preferito qualcosa di più incisivo, un bel finale cattivo da amaro in bocca ci poteva stare, invece si assiste ad un happy end degno di Pretty woman, difetto, questo, che per molti potrebbe essere senza dubbio un pregio, ma per me no, sarà che un lieto fine nella vita reale non riesco proprio a concepirlo, e quindi neanche in un film.
Maggie Gyllenhaal è bravissima, recita sul filo della pazzia risultando credibile ed adorabile. E poi è proprio bella, ma non una di quelle bellezze appariscenti, piuttosto la classica ragazza che vedi tutti i giorni e che ti accorgi di lei quando ormai è troppo tardi. Anche James Spader se la cava alla grande, non nuovo a questi ruoli, guardatevi Crash di Cronenberg, ha uno sguardo strano, misterioso, azzeccato per questo personaggio.

Buttateci un occhio, potrebbe essere una visione alternativa per il mainstreamers, ed un buon passatempo per lo spettatore più esigente.