venerdì 30 gennaio 2009

In compagnia dei lupi

Non sono mai stato un simpatizzante di tutto ciò che ruota intorno al mondo fantasy.
Quando era scoppiata la moda de Il Signore degli Anelli (2001), comprai Lo Hobbit (1937 1° ed.). Lo lessi e lo riposi nella libreria dove giace tutt’ora.
Non è che non mi piace questo genere, ma credo si tratti di un discorso parecchio soggettivo: fatemi ascoltare qualcosa di malinconico e sono contento, fatemi vedere qualcosa di introspettivo, asciutto e sono soddisfatto.
Tutta quella messa in scena poderosa non mi ha mai attirato. Ammirevoli sforzi di fantasia, senza dubbio, e significati intrinseci notevoli e magari non diversi da un’opera di mio gradimento, ma io con elfi, maghi o giganti non riesco a proprio a legare.A questo punto, dopo una premessa del genere, ci si aspetterebbe che con In compagnia dei lupi abbia cambiato il mio giudizio. Non è così, però non credo di aver sprecato il mio tempo.
Questo film non è propriamente un film fantasy, menchemeno un horror. Trattasi di favola nera? Boh, io sinceramente non ho mai trovato allegre le favole, da quando sono stato abbastanza grande da allacciarmi le scarpe da solo, le ho sempre trovate tristi: bambini abbandonati, rane che diventano uomini, lupi che mangiano vecchiette. Eh già, Cappuccetto rosso. La fiaba dei fratelli Grimm è il punto di partenza, anzi è la traccia, che Neil Jordan segue per questo suo film.

Rose è la protagonista. Il suo sogno è la storia del film. È un sogno che la vede in un villaggio avvolto da un bosco fitto, denso, magico. Sua sorella è stata uccisa da un lupo, un animale che viene visto come una minaccia per la comunità del paese, e che fomenta leggende raccontate dalla nonnina di turno interpretata da Angela Lansbury, la mitica signora in giallo.

Neil Jordan versa tutta la tradizione della sua terra: l’Irlanda. Grazie ad un accurata messa in scena, e ad una splendida fotografia, il bosco, con i suoi anfratti, è parte integrante della storia. Dal bosco provengono i lupi, che sono estranei, e quindi temuti. Più volte viene raccomandato a Rose di non abbandonare mai il sentiero. Ecco, per capire qualcosa di In compagnia dei lupi bisogna fare l’opposto. Qui non si tratta di una rivisitazione della nota fiaba, ma di una interpretazione del regista. Che però non è chiara, ma è celata dietro a segni e a simboli che rimandano ad altri significati, e per comprenderli bisogna uscire dai binari (sentieri) della narrazione.
Il personaggio di Rose è sospeso tra l’infanzia (le fiabe della nonna) e l’adolescenza ( le lusinghe di un suo coetaneo). Ciò che sta oltre il sentiero rappresenta per lei un mistero affascinante. Nell’inseguirsi con il ragazzino si smarrisce nel bosco, e arrampicandosi su di un albero, trova, all’interno di un nido, uno specchio, un rossetto rosso che spalma sulle labbra, e delle uova contenenti un piccolo bambino di pietra. Che significa? Credo che quell’istante segni il passaggio di Rose nell’adolescenza. Da quel momento sarà lei a raccontare fiabe, a testimonianza del raggiungimento di una dimensione più adulta.
E quindi emancipata e dotata di quell’incoscienza squisitamente giovanile, accetta ancora una volta di lasciare il sentiero dopo aver conosciuto un estraneo nella foresta. Qui l’erotismo che si sprigiona è forte. L’incontro con uno sconosciuto, uno spirito libero, uno che non ha mai vissuto “nel sentiero”: un selvaggio. Per Rose è terribilmente affascinante. Tanto che scommette con l'uomo che arriverà prima di lui nella casa della nonna. Ovviamente arriva prima l’estraneo, che è il lupo cattivo. La nonna viene decapitata, ma la sua testa si rompe in mille pezzi come se fosse di ceramica. Perché questo? Non l’ho capito.
Poi arriva Rose. E se prima l’erotismo era celato, qua si palesa prepotentemente: “Togliti la mantella, sei tutta bagnata…” La mantella rossa viene bruciata nel camino. È il segno di una verginità violata? Potrebbe. Rose è combattuta, è attratta ma allo stesso tempo disprezza quell’uomo (lupo). La paura radicata nell’altro si manifesta ora in un suo simile. Homo homini lupus? Forse.
Ma dopo che lo colpisce con una fucilata prova pietà verso quell’essere: “Perdonami, non sapevo che un lupo sapesse piangere.” E alla fine, quando i genitori vanno a cercarla, anche lei è diventata un lupo. Homo homini lupus, quindi? Sembrerebbe proprio di sì.

Neil Jordan, sebbene nel 1984 fosse un semi esordiente dimostrava già di saperci fare dietro la mdp.
Quanto a me, anche se non sono un fan del fantasy e credo che non lo sarò mai, riconosco le qualità di questo film.

martedì 27 gennaio 2009

Il Palazzo - Decimo piano

Al decimo piano vive un ragazzino.
È solo, e come per condanna, o forse per piacere, ha inventato tutto ciò che gli sta intorno. Con i suoi pensieri frammentati ha dato vita a persone che pian piano sono diventate parte di lui, gli è bastato una tastiera.
Ma poi, nelle notti solitarie all’ultimo piano, sente le sue creature amare, piangere, odiare, ridere, sognare: le sente vivere. Mentre in silenzio abbraccia donne invisibili, illusioni e chimere. Chiedendosi chi è più vivo tra lui e chi non esiste. E allora, in quelle notti passate alla finestra, si domanda se egli stesso non sia il pensiero distratto di qualcun altro.

domenica 25 gennaio 2009

The Wrestler

Alcuni sinonimi di fondamento: cardine, base, basamento, fulcro, punto fermo, essenza, nucleo, pilastro, cuore. Mickey Rourke è tutto questo per The Wrestler.
Aronofsky non poteva scegliere protagonista più adatto. Un uomo che è il fantasma di se stesso.
Non credo che Rourke si sia dovuto calare troppo nella parte, il ruolo di Randy “the ram” gli calza letteralmente a pennello. Muscoli allentati, qualche ruga di troppo, e nostalgia del passato. Questo è Randy, questo è Mickey.
Beh, ovviamente non posso sapere se Mickey Rourke rimpianga quel che era, ma credo che guardandosi allo specchio, e vedendo nel riflesso un Renato Balestra appesantito invece che il sex-symbol degli anni 80, un piccolo magone gli bloccherà la gola. Cioè credo, se poi no, amen.
E comunque, Randy “the ram”, l’ariete. Nel 1985 era all’apice della sua carriera. Il wrestler più cazzuto, idolatrato dai fans e vincitore di un epico scontro con Ayatollah.
Vent’anni dopo è costretto ad esibirsi nelle palestre dei licei, e a bombarsi di anabolizzanti. Vive solo in una specie di roulotte e tira avanti con piccoli lavoretti.
La sua solitudine si accentua ancor di più quando viene colpito da un infarto. Sotto quelle fibre muscolari allentate il cuore non fa più il suo dovere. Così, solo come un cane, trova salvezza in una spogliarellista (Marisa Tomei), per certi versi molto simile a lui, che lo riavvicina alla figlia Stephanie abbandonata da tempo. Se all’inizio le cose con Stephanie sembrano andare bene, a causa di una notte brava, Randy, dimentica un appuntamento facendo aspettare sua figlia per ore. In più le cose al lavoro vanno male, così decide di mandare a fanculo tutti (compreso se stesso), e parte per un re-match contro Ayatollah, vent’anni dopo. Con la stessa voglia, ma non con le stesse coronarie.

Modestamente posso vantarmi di aver visto la filmografia completa di Aronofsky (sì, lo so che ha fatto solo 4 film ma lasciatemi bullare), e The Wrestler è il suo film più “semplice”, più lineare. Non c’è il bianco e nero sgranato di Pi greco (1997), né quelle immagini “accelerate” di Requiem for a Dream (2000), e neanche quell’ atmosfera favolistica di The Fountain (2006). Però c’è un filo conduttore che lega fin qui ogni sua opera: la vita e la morte, l’inizio e la fine. Che può essere nei teoremi di un matematico, nella siringa di un ragazzo che si spara una dose, o nella lotta di un uomo che attraversa lo spazio ed il tempo per salvare la donna che ama.
Randy è forse il personaggio meno poetico creato dal regista ma probabilmente il più vero. Questo perché, come ho detto prima, Mickey Rourke è tagliato per questo ruolo. Voce roca, camminata ciondolante, sguardo inespressivo, capello lungo e ossigenato, lettino solare e puntatina notturna nel locale di lap-dance. La vita di Randy si consuma così. L’infarto gli dà la possibilità di cambiare, ed inizialmente ci riesce, ma la sua esistenza è segnata dal ring e dai fans che acclamano il suo nome.
Non credo che Randy sopravviverà a quell’ultima frog-splash (si chiama così?). Cassidy, la spogliarellista, va via prima che l’incontro termini. Sua figlia Stephanie non c’è neanche. L’ultimo match come un funerale, da solo certo, ma con il suo pubblico, sul suo ring.
Di The Wreslter fra un paio di mesi avrò un ricordo sbiadito della vicenda e dei comprimari che sono solo macchiette. Ma di certo non scorderò Mickey Rourke. Come strilla la locandina questo è il suo trionfo. Ma è una vittoria triste, malinconica, amara. La figura di Randy lascia il segno perché è senza speranza.
Per il resto il film non si segnala per particolari acuti. “The ram” è spesso inquadrato da dietro. La mdp viene più volte utilizzata “in spalla” forse per dare un tono più vero alla storia. Divertente vedere come nei camerini i lottatori siano amici e poi sul ring facciano finta di darsele a sangue. E grazie a The Wrestler ho capito come facevano i lottatori WWE a ferirsi.

Non tanto memorabile per il film in sé, ma per il personaggio Randy/Rourke.
Ah, tra l’altro ho notato una leggera satira politica. Se nel 1985 l’America e il mondo arabo si affrontavano con Randy e Ayatollah… vent’anni dopo non è cambiato niente, come dire: il tempo passa, ma non chi combatte.

venerdì 23 gennaio 2009

9 Songs

Qui un interessante articolo apparso su La stampa non molto tempo fa che sinteticamente descrive la carriera di Michael Winterbottom: “dal drammatico road movie Butterfly kiss a Jude tratto da Thomas Hardy; dallo scandaloso 9 Songs con scene di vero sesso, a 24 hour partypeople sulla scena musicale di Manchester dai ‘70 ai ‘90, fino alla fantascienza di Codice 46.” Senza dimenticare The road to Guantanamo che gli valse l’ Orso d’Argento nel 2006.
Insomma, un regista che ama spaziare su più generi rinnovandosi ogni volta. L’ultima sua fatica è Genova (2008), film che purtroppo fino ad ora (Gennaio ’09) non ha trovato nessuna distribuzione.
Sicuramente 9 Songs rappresenta un vero azzardo per Winterbottom spingendosi laddove in pochi sono arrivati, inserendo nel circuito del grande schermo un genere da sempre screditato: l’ erotismo nudo e crudo senza filtri. Pornografia, dunque? Se la si vuol chiamare così mi sta bene, ma 9 Songs è su un altro piano rispetto ad una pellicola di Damiano o Salieri.

È la storia di due ragazzi, Matt e Lisa, che si incontrano durante un concerto a Londra. Lei studentessa americana, lui climatologo inglese. Si conoscono e vanno a letto.
Il film segue una struttura precisa, scientifica. Una canzone, e uno spaccato della loro vita coniugale, un’altra canzone e un’altra incursione nella loro intimità, fino a giungere alle nove canzoni del titolo.
Una relazione senza veli in cui si vede ogni cosa: penetrazioni, footjob, fellatio e tutto il resto.
Col procedere della musica, suonata da gruppi realmente esistenti come i Franz Ferdinand, la coppia cambia, assume consapevolezza nell’intimità, si ama profondamente raggiungendo l’apice della confidenza, e poi si affloscia, si sgonfia, stinge. Quando Matt vede Lisa masturbarsi con un vibratore la loro storia è praticamente finita.

Vado a memoria, ma l’unico film che tenta un esperimento simile è Baise-moi (2000) di Coralie Trinh Thi e Virginie Despentes. Il Mereghetti boccia impietosamente il film: “ brutte le scene hard, urticanti le musiche, da manicomio i dialoghi.” Ed è condivisibile quello che il critico afferma. Il punto è che sdoganare l’hardcore nel circuito del cinema commerciale è impossibile, e credo che ogni tentativo che è stato, o che sarà fatto, verrà visto dai critici e non, in una dimensione estremamente pruriginosa anche se vi sono pretese autoriali dietro.
Winterbottom non ha voluto filmare due persone che fanno sesso, ma neanche che fanno l’amore. Perché è impossibile farlo. La sfera privata di due persone nell’intimità non può essere impressa su della mera pellicola. Anche se i due attori sono trasportati dalla parte sarà pur sempre una loro dimensione, personale e privata, che lo spettatore può al massimo intuire, ma non afferrare perché non gli appartiene.
Cosa rimane allora? L’atto meccanico della riproduzione nudo e crudo. Il fantasma della pornografia aleggia pesantemente durante la visione di 9 Songs perchè se il regista voleva spogliare l’amore di ogni sentimento allora ci è riuscito, ma ciò che resta sono solo due corpi freddi che si incastrano ansimando. Se invece voleva raccontare la passione, il desiderio, l’ardore che nasce tra due persone allora gli è andata male.

martedì 20 gennaio 2009

Lasciami entrare

Oskar ed Eli.
Il freddo ed il calore.
Il sangue e la vita.
L’amore e la morte.

Tutto è lontano, eppure così vicino.
Il silenzio penetrante della neve crea una bolla che trasporta Stoccolma in un altro tempo e in un altro spazio simile ad una di quelle boccette natalizie da rovesciare. Eppure in questa apparente immobilità, le vite, ancora più apparentemente agli antipodi, di due ragazzini si incontrano. Oskar è un reietto per i coetanei, continuamente vittima di angherie nei suoi confronti. Eli non ha scelta, è reietta (l’uso del femminile è, in questo caso, inappropriato) per natura. Entrambi scambierebbero le proprie vite, o forse le unirebbero che a volte è la stessa cosa.
C’è Stoccolma ed è il 1982. Il muro di Berlino non è ancora caduto. La Svezia, come molti paesi scandinavi, è intrisa di storie leggendarie, paurose, affascinanti, storie di vampiri, anche. E poi c’è la neve. Un manto bianco che ovatta le percezioni, ma non le sensazioni. Oskar ed Eli si conoscono nel cortile di casa. Nel gelo che li circonda un’aura di calore umano (ma forse no) li avvolge scaldandoli. E la neve è anche testimone silenziosa di ciò che accade. Dei cadaveri che indifferentemente accoglie e del sangue che in lei confluisce.
Uccidere per vivere, è questo il destino di Eli. Nutrirsi di sangue ed essere destinata a non invecchiare, rimanendo eternamente cristallizzata nella sua età come il mondo che la circonda.
Ma alla fine qualcosa cambia. L’uccidere non comporta più la sua sopravvivenza ma quella di un’altra persona, Oskar. Ed ecco che la sua furia selvaggia e cieca non si scatena più per la sua vita ma per quella di Oskar. Alla fine, Eli, dunque, uccide per amore.

Una parola che può sintetizzare Lasciami entrare è: tenerezza.
Plausibile essendo una storia di bambini, davvero strano trattandosi di un film con vampiri.
Una magica alchimia sorregge un rapporto tra due dodicenni che trascende lo schermo e arriva, se non dritta al cuore, sicuramente nei dintorni. Eli, come direbbe Guccini, bella d’una sua bellezza acerba, rappresenta l’opposto, un’affascinante Oriente, di Oskar (Nedved in miniatura), cherubino paradisiaco. Ma entrambi, in questa diversità fisica, sono inesorabilmente soli. L’intreccio di sangue e morte, vita e calore, li porterà su un treno destinazione chissà dove.
Tutto è calibrato, preciso, raffinato: dall’ambientazione glaciale, all’interpretazione attoriale su cui spicca la bravissima Lina Leandersson, passando per la scelta azzeccata, e probabilmente necessaria per via del budget, di lesinare le scene splatter con un paio di campi lunghi. L’ultima sequenza è sublime: violenza e sentimento si uniscono suggellando la fine in un gioco di sguardi e sorrisi mentre corpi decapitati ornano i bordi della piscina. E un secondo dopo Oskar ed Eli non ci sono più.

Una legge mai scritta vuole che non esista una recensione del tutto positiva. E quindi, ad essere pignoli, si può scorgere nel legame tra i due bambini un che di morboso. È solo una sottile percezione che mai viene rivelata e che si esplicita, a mio avviso, nell’unico fotogramma fuori posto di tutto il film: quando Oskar vede le pudenda di Eli. L’asessualità della bambina (se è quella che si voleva far palesare, perché io sinceramente non ho capito) poteva essere accennata in altra maniera. Ma è davvero una sottile malizia, forse un po’ subdola, ma praticamente invisibile. E poi, in fondo, c’è chi in passato ha speculato con stupidità sull’ infanzia (Maladolescenza, 1977), chi con incoscienza (L’immoralità, 1978), chi con astuzia (Hard Candy, 2005), e chi con intelligenza come Lasciami entrare.

domenica 18 gennaio 2009

La montagna del dio cannibale

Lenzi per il suo Mangiati vivi! (1980) pescò da questo film di Sergio Martino la sequenza all’interno della grotta di Rarami. E lo stesso Martino inaugurò così la sua trilogia “esotica” che vede in successione Il fiume del grande caimano (1979) e L’isola degli uomini pesce (1979).

Beh, potrei fare un copia e incolla dei cannibal da me precedentemente commentati. I cliché del genere ci sono tutti: ambientazione esotica, occidentali in missione, violenza gratuita sugli animali, qualche scenetta pseudo erotica e l’immancabile sfilamento di frattaglie dallo stomaco di un malcapitato a mò di coniglio dal cilindro.
Tecnicamente modesto, trasmette nelle scene più dinamiche un senso di quiescenza dovuto probabilmente ad un montaggio pessimo. E mi riferisco in particolare all’uccisione di un’indigena e alla morte di un nanetto cannibale che sbatte la testa su di una pietra.
La trama, seppur ammorbata da dialoghi loffi, è la cosa meno peggio. Tutto rientra nella routine, ma un piccolo colpo di scena a mezz’ora dalla fine, e qualche trovata limitatamente interessante, tipo il marito disperso ritenuto una divinità agli occhi degli indigeni per via del suo metal-detector, rendono il plot leggermente superiore ad alcuni dei suoi simili.
La protagonista è Ursula Andress, una delle Bond girl più amate di sempre. E questo mi fa capire che forse, 30 anni fa, il genere cannibal non era poi tanto vituperato.

Con La montagna del dio cannibale concludo il mio viaggio nel cinema bis italiano che è iniziato prima ancora che questo blog nascesse. Magari in futuro riprenderà, chi può dirlo...
Dal canto mio ho capito che dal letame possono nascere i fior, ma ora voglio vedere qualche diamante.

giovedì 15 gennaio 2009

Apocalypse domani

Sarò breve.
Se si considera il film di Antonio Margheriti come un cannibal il giudizio non può che essere positivo proprio perché di un cannibal non ha niente.
Se invece lo si reputa come un horror, o quel che si vuole, la valutazione galleggia nella mediocrità a causa delle classiche lacune di quel periodo, checché ne dica Tarantino.

lunedì 12 gennaio 2009

Lei era per me

Lei era per me il presente, l’ora, l’adesso, credevo il per sempre.
Lei era per me l’ossigeno del malato e la speranza del parente, lei era per me un sorriso di diamante. Lei era per me il tatto per il cieco, il bastone per lo zoppo, lei era per me la linea sopra il mare, lei era quella che chiamavo “Amore”.
Lei era per me le note di un pianoforte, lei era per me le sue labbra carnose, rosse e infuocate, lei era per me la carezza di un bimbo dalle dita affusolate.
Lei era per me il vento che gonfia le vele, lei era per me era la più perfetta delle tele, lei era per me l’acqua nel deserto, la bussola in mare aperto, l’ombrello sotto il cielo coperto.
Lei era per me il sangue che scorre dentro, nel cuore, nel centro, lei era per me il mio nome scandito, un’eco ai bordi dell’infinito.

Lei per me il caldo dell’inverno, nel fuoco del camino, l’amore di un bacino, lei era per me la speranza, l’essenza. Il senso, unico, intenso.
Lei era per me l’infinitamente mia, lei era poesia. Un petalo, una goccia, velluto e cristallo, Cenerentola all’ultimo ballo.
Lei era per me l’appiglio scalfito nel mio orgoglio, lei era per me il profumo, in un sussurro: “Ti amo”, consistenza di fumo. Lei era per me benzina, il calore e la spinta: una persona che conta nella mia vita in rimonta.
Lei era per me l’unica che vedevo ed il bene che le volevo, lei era per me uno sguardo sorridendo, lei era per me quella a cui stai pensando mentre stai leggendo.
Lei era per me tutto.

Lei era.

domenica 11 gennaio 2009

"Spesso mi ha fatto pensare"


18-02-1940
11-01-1999

giovedì 8 gennaio 2009

The Strangers

Scrivo nel buio della mia camera.
Il foglio di word è un alone sul muro alle mie spalle, nella stanza accanto mio padre dorme bofonchiando di tanto in tanto perso in chissà quale labirinto onirico. Sento un rumore e mi volto in direzione della porta. Questo “tac” sembra aver risucchiato il silenzio che permea la casa. Accendo la luce, non si sa mai…

Se un thriller fa questo effetto ci sono pochi cazzi: ha fatto il suo dovere, punto.
Partendo dal presupposto che The Strangers ha dei difetti (il solito divario in termini di “agire” tra i buoni e cattivi: i primi sembrano dei dementi, i secondi dei geni del male onnipotenti), mi preme sottolineare come un’idea abusata possa sorreggere un film intero senza annoiare. Ci sono due componenti fondamentali: la colonna sonora e la fotografia. Gli effetti sonori creano disagio e rendono tangibile la tensione che diventa sempre più spessa. I colpi alla porta, il loop del vinile, i bisbigli nel bosco, e perfino il respiro affannato dell’ “estraneo” , trascinano lo spettatore in uno stato di paurosa allerta come quella che sto provando adesso nel buio della mia stanza. E il buio è un protagonista indiscusso. Non l’oscurità totale ovviamente, ma quelle luci basse, quelle ombre, quelle macchie nere allungate dal fuoco traballante del camino, che creano un’atmosfera letteralmente inquietante.
Assemblando queste due componenti si ottengono due o tre scene di sana e genuina Paura. Situazioni dove quello che accade vorresti che finisse subito… però al contempo speri che duri ancora qualche secondo, così in un sottile voyeurismo, sei curioso di come andrà a finire.
Sì, The Strangers fa il suo dovere.

Aldilà di queste caratteristiche tecniche ci sono altre due ragioni che valgono il prezzo del biglietto. The Strangers deve molto al cinema di Haneke. Oltre al riferimento palese che si può fare a Funny Games (1997), pellicola di ben altro spessore, ciò che accomuna il film di Bertino a quelli del regista austriaco è l’uso della violenza fuori campo. Poteva finire a teste tagliate o braccia amputate (vedi Il bosco fuori, 2006), invece l’orrore ha la sua summa in due “innocue” coltellate nello stomaco. Sembra poco rispetto ai torture-porn a cui siamo abituati, però fanno male tanto quanto il primo piano di un ago che penetra un occhio, se non di più.
Ma il piccolo colpo di genio del regista è stata la motivazione degli assassini: una motivazione che non c’è. Alleluia! Temevo che alla fine venisse propinato uno spiegone soporifero per legittimare il comportamento degli assassini, invece, in uno dei rari dialoghi, Liv Tyler chiede: “Perché ci state facendo questo?” Risposta: “Perché eravate in casa.” Quando ho sentito la risposta volevo far partire la ola nel cinema. Non ci sono serial-killer che tentano di far apprezzare la vita alle proprie vittime, e nemmeno riccastri che si divertono a torturare le persone. Non c’è niente di tutto questo. Gli estranei uccidono perché è così. Non c’è un prima e non c’è un dopo. Non c’è la loro faccia, neanche quando si tolgono le maschere.
Riuscire a tirare fuori qualcosa di interessante da un plot consumato non è cosa da poco. Meglio tenere d’occhio questo Bryan Bertino che sta già lavorando al sequel (e te preva).

mercoledì 7 gennaio 2009

Persepolis

Sul finire degli anni 70, in Cambogia, Pol Pot instaurò una dittatura ottusa e feroce come mai era accaduto nella Storia fino a quel momento, e forse anche dopo. Vennero uccisi due milioni di cambogiani in nome di uno stato basato sull’agricoltura. Sorsero campi di sterminio in cui si consumarono le torture più atroci: si poteva venire uccisi anche se si era in possesso di un titolo di studio, e se i calli non segnavano le proprie mani, segno eloquente di una lontananza dai campi.
Cosa c’entra questo con Persepolis? Tutto e niente.
La Storia che ci insegnano a scuola a volte non basta per coprire tutti gli eventi che l’hanno segnata. Io credo che in pochi sanno cosa è successo in Cambogia al pari di ciò che è accaduto in Iran negli ultimi 60 anni. Eppure è Storia anche questa.Persepolis è un film meraviglioso. In un’epoca in cui l’animazione cerca di ricreare la realtà anche nel più piccolo dei dettagli, Marjane Satrapi, l’autrice del film e del fumetto da cui è tratta la pellicola, nonché protagonista in quanto si tratta di un’autobiografia, propone una grafica piatta e bidimensionale senza colori. La semplicità spesso si accompagna alla genialità, e per stupire a volte non c’è bisogno di sfarzose impalcature, ma basta il visetto stilizzato di una bimbetta che sorride. Marjane, appunto. È la sua storia, la sua crescita, la sua formazione, che si incastrano negli eventi che formano, accrescono la Storia. In questo intrecciarsi Marjane vede la caduta dello scià, la presa del potere da parte dei fondamentalisti, la guerra con l’Iraq e il terrore dei bombardamenti, l’Europa del progresso, e poi di nuovo l’Iran ancora più fanatico e infine la fuga verso Parigi.

In questi eventi c’è la quotidianità dei gesti e delle emozioni che caratterizzano una vita: dalle chiacchierate con la nonna, ai primi innamoramenti, alle amicizie e agli amori falliti. Tutto è raccontato con un tocco lieve che lascia un segno profondo, un po’ come la Storia che lascia una traccia scorrendo indifferente. Storia e storia che si intersecano, uno spaccato su un mondo di cui, parlando per me, conoscevo davvero poco, e che mi ero da sempre immaginato come uno stato integralista e fanatico, ignorando che un tempo non era affatto così. Spesso si sottovaluta la Storia, caricandola di una cifra banale. Eppure non è così perché quello che siamo è il risultato di ciò che è successo. Marjane Satrapi non sarebbe diventata quello che è se non avesse visto la guerra, i bombardamenti, ecc. Ed ugualmente non sarebbe la stessa se quel ragazzo viennese non l’avesse tradita e se il suo matrimonio non fosse fallito. Insomma, io credo che la storia di ognuno di noi sia diversa, ma nonostante questo sia in qualche modo riconducibile ad una Storia più generale.

Quando un film mi porta a disquisizioni di questo tipo, errate o giuste che siano, significa che ha la forza di non lasciare indifferenti. Ed è stupendo che il film in questione sia un cartone animato 2-D con una protagonista che cresce, che cambia, che si forma e si trasforma. Una persona che potremmo essere stati anche noi, così come un contadino cambogiano, e perché no, anche un ragazzo che abita in questo momento nella striscia di Gaza.
Gioiello.

martedì 6 gennaio 2009

Chi è sepolto in quella casa?

Commedia-horror (moderatamente) divertente prodotta da Sean Cunningham (Venerdì 13, 1980) e diretta da Steve Miner che forte del sodalizio con Cunningham avrà l’onore di girare due sequel dell’assassino con la maschera da hockey.
Il titolo originale è semplicemente House, ma giusto perché in Italia non vogliamo farci mancare niente, tradurlo letteralmente avrebbe creato parecchia confusione con La casa (1981) di Sam Raimi, così si è optato per un titolo orripilante: Chi è sepolto in quella casa?

Le similitudini con il film di Raimi non si fermano soltanto al titolo e alla locandina – versione italiana, of course – che hanno eguale fattura, ma si potrebbe parlare di stesso genere, una sorta di horror demenziale ancora embrionale che anni più tardi partorirà, ad esempio, una serie fortunata come Scary Movie; serie in cui la parte comica prevale su quella horrorifica, mentre qui accade il contrario. Forse alcune scenette avrebbero avuto la necessità di essere approfondite perché i vari comprimari sono ben caratterizzati nel loro essere “macchiette”, purtroppo però non sono sfruttati al massimo delle loro potenzialità. Il vicino impiccione l’avrei preferito più presente, anche perché Roger che vaga nella casa da solo in alcuni frangenti allenta l’attenzione dello spettatore. Inoltre avrei allungato in qualche modo le gag con la mano morta (vivente!) che sono molto simpatiche e meritavano più spazio.

Dal versante “paura” il film ne esce malconcio. Però non è propriamente un male questo. Gli sfx datati contribuiscono ad alleggerire l’atmosfera rendendola chiassosa, in linea con la storia surreale che si snoda via via che la pellicola procede. Certo è che seppur inserita in un contesto farsesco, la storia è caratterizzata da temi seri come il suicidio di una vecchia donna, la sparizione di un bambino, il dramma della guerra e i grattacapi di un divorzio. Queste rogne toccano da vicino il protagonista che è obbligato ad affrontare la casa per superarle. La casa è un esame di coscienza, un luogo di ricordi, il punto di partenza in cui tutto poi si conclude. Ma il risultato finale è troppo “leggero” per affrontare questi argomenti che vengono sfiorati appena, e in fondo va bene così.

Poteva uscirne un drammone violento tipo Dard Divorce (2007, paragone poco azzeccato ma non avendo tempo per parlare di DD l’ho infilato qua), ma nell’87 c’erano altre esigenza e aspettative. E quasi quasi io preferisco Chi è sepolto in quella casa? al film di Ittenbach, a volte per farsi “sentire” non c’è bisogno di far tanto “rumore”.